vladimir dimitrov

La cantina (dalle Ricerche autobiografiche)

Ecco un’altra delle ricerche autobiografiche generate dalle mie incursioni ad Anghiari, la città dell’autobiografia. Le altre già pubblicate sul blog le trovate alla fine di questa.

Nei pomeriggi dei primi due o tre anni delle elementari, nella cucina della casa, separata da una porta dal negozio dove mia mamma trascorreva buona parte della sua giornata di lavoro, stavo seduto al tavolo a fare i compiti, spesso con la nonna Maria vicina, seduta sul divano a lavorare a maglia, o al lavello a preparare la cena, e mia mamma che si muoveva dal negozio alla cantina dove teneva le scatole con le scarpe che non trovavano posto in negozio. Io aspettavo, lasciavo che il tempo passasse, scrivevo o risolvevo i problemi del libro di testo con una stanchezza e pigrizia che, quella sì, ancora oggi ricordo distintamente, come se fosse una cosa riconoscibile, una sensazione che il tempo e l’età adulta non solo non hanno cancellato ma che in alcuni momenti, giorni e soprattutto in certi giorni d’inverno, sento addosso e credo sia non uguale ad allora, ma sia addirittura la stessa. 

Noia, pigrizia, desiderio di essere altrove inaugurarono già l’autunno del primo anno di scuola, in quel 1966 che è il primo anno con qualche ricordo complesso, oltre i frammenti, l’anno che aveva portato anche la nascita di mio fratello. Non ricordo però mio fratello in culla in quei pomeriggi, mio fratello era nato in giugno, i miei ricordi sono un poco più formati a partire dall’autunno; e ricordo i pomeriggi già bui e grigi, con i bagliori azzurrini della televisione che trasmetteva un programma per bambini che avrei dovuto guardare solo dopo aver finito i compiti. A volte invece trascinavo il tempo dei compiti fin quasi all’ora di cena. 

Più spesso però la scossa arrivava ben prima, arrivava quando papà, verso le cinque e mezza, tornava dal lavoro nella fabbrica.

Non che temessi che papà si arrabbiasse con me per la pigrizia, la sonnolenza o la noia che mi leggeva in volto. No, è che finalmente papà cambiava la mia giornata. Ci portava la sua intraprendenza leggera, i suoi progetti di lavori per il giardino o per il grande modellino di paesaggio attraversato dal treno, la straordinaria capacità e tenacia nel fare oggetti con le sue mani, nel riparare e ricostruire e dare forma. Lo seguivo nel suo spazio magico, il laboratorio in cantina, dopo che si era liberato dei vestiti che aveva usato in fabbrica, dopo che si era bevuto il tè che mamma gli faceva trovare pronto e fumante e che spesso bevevo con lui, e mangiavamo anche dei biscotti, come per festeggiare quella parte del giorno che si faceva finalmente interessante.
Il tè con papà per un po’ sostituì la mia merenda, almeno in autunno e soprattutto in inverno, quando a quell’ora restava poca luce e non uscivo quasi mai, salvo, a volte, per correre lungo il marciapiede davanti a casa con uno o due bambini che abitavano vicini, a fantasticare simulando uno scontro con un gruppo imprecisato di cattivi o una qualche gara di atletica alle olimpiadi. Anche in cantina, mentre papà faceva – letteralmente faceva, dava forma e sostanza alle cose, le fabbricava o le trasformava in qualcosa di diverso e di nuovo – io giocavo a qualche avventura immaginata, o inventavo partite di calcio epiche, o fantasticavo con un filo narrativo debole, senza struttura, lasciando che la mente vagasse libera e senza occupazione vera, senza scopo. 

Credo che già allora fosse un modo per riposare, per prolungare la condizione improduttiva, una pratica che non solo mi ha accompagnato in tutti questi anni, ma che ho perfezionato e che in alcuni momenti è stata una vera strategia di difesa, un leggero ma resistente guscio, o meglio una pellicola che ti fa stare presente nella scena ma difficile da raggiungere, disinteressato, in una condizione che agevola il riposo. Certo, questa strategia in alcuni momenti e circostanze si notava, e si nota ancora; venne spesso interpretata come mancanza di interesse per la scuola, o in alcuni casi, anche in età adulta, anche in questi anni di maturità, perfino per il lavoro. 

Un giorno, verso la metà degli anni ‘90, avevo più o meno 35 anni, il direttore di una rivista per la quale scrivevo lunghi e noiosi articoli tecnici su argomenti che conoscevo poco, perlopiù di “informatica per dirigenti che devono prendere decisioni strategiche”, di marketing o di gestioni delle relazioni umane nelle aziende, mi disse, poco prima di una riunione: Hai l’aria di uno che è capitato qui per caso – e certo la sua descrizione era superficiale, era soprattutto un’interpretazione grossolana; ma è altrettanto certo che aveva colto almeno qualche caratteristica espressiva di una relazione con le scene circostanti che sovente, da tempo e per il tempo a venire, mi guidava e mi avrebbe guidato. E in quella specifica circostanza, questa caratteristica, che era anche un modo di accettare il mondo, di venire a patti con i luoghi dove finivo per trovarmi, mi permetteva, per esempio, di evitare di ridere e di continuare a mantenere il controllo quando quel tizio proclamava a ripetizione, ogni quattro o cinque frasi quasi prive di senso compiuto, espressioni come “il progetto strategico”, “il business da sviluppare” o le “risorse umane da qualificare”. Oltre che una forma di difesa e di risparmio di energie, credo fosse e sia ancora oggi, a suo modo, una forma semplice di trascendenza, per usare un’espressione un po’ forte. Questo anche se in molti casi questo atteggiamento viene descritto come generatore “di costi”– disattenzione, inefficienza, superficialità nel compiere i propri compiti ecc. – che è poi la tesi sostenuta da qualche mio insegnante delle medie. In particolare ci fu una certa professoressa Belloli che cercò di spiegarlo a mamma, con me lì accanto: me la ricordo come fosse ieri a un colloquio di metà anno in prima media, fra insegnanti e genitori, “ai quali possono partecipare anche gli alunni”, me la ricordo alta grosso modo come mia madre, con una voce sottile e indisponente, sempre intonata all’indagine di chi le stava davanti, con i capelli neri tagliati di fresco in una specie di buffo caschetto, che diceva a mia mamma che passavo buona parte delle sue lezioni guardando fuori dalla finestra a pensare a cose mie, a fantasticare, disse proprio così, “fantasticare”, e poi  – aggiunse – quando lo chiamo alla lavagna a fare gli esercizi su una regola che ho appena spiegata, si perde dei pezzi, perché non era in classe con la testa, con il pensiero, era altrove. 

Avrei poi scoperto, crescendo, che non è nulla di speciale quel che voleva indicare quella signora professoressa, allora ancora giovane, parlando del mio fantasticare, una disposizione della mente che viene considerata molto diffusa anche se non tutti sono d’accordo sul considerarla riprovevole; se sottolinearne gli aspetti più fastidiosi, fastidiosi più per gli altri che per chi la sperimenta quotidianamente o se provare a vederne anche qualche aspetto piacevole. A volte la chiamano anche distacco, alcuni anche “ironia”, per esempio perché aiuta a mettere in prospettiva e dare peso relativo alle cose che gli altri ti dicono e che fanno e anche quelle che dici tu o che ti accadono, o che fai o dovresti fare; oppure “daydreaming”, “disaccoppiamento percettivo” o “perceptual decoupling”, mente errante, tendenza a distrarsi, a essere altrove, appunto. 

Ne ho accennato per avere qualche chiarimento alcune settimane prima di scrivere queste pagine a una conoscente che mi stava spiegando con una cascata inarrestabile di dettagli e esempi cosa fosse per lei e per il mondo intero la mindfulness, ovvero l’esatto opposto del daydreaming, anche se lei confrontava la presenza della mindfulness, così l’ha definita, soprattutto con il “rimuginare”, che mi pare attività della mente più ristretta, più orientata al recriminare o al considerare possibili corsi d’azione futuri, a momenti concreti di confronto, che al vagare anarchico e perdigiorno del daydreaming e del mio fantasticare che infastidiva la professoressa di matematica, ma che non ricordo mai segnato dal rammarico o dal rimpianto o dalla rabbia. Certo, queste osservazioni suonano anche un po’ giustificatorie, una scusa, per la pigrizia che sempre si è accompagnata a tale attitudine e che non ha favorito certamente, non tanto la mia capacità di essere competitivo in una presunta corsa a conquiste della vita, competizione che forse non mi ha mai davvero interessato, proprio a causa dell’amore per tale pigrizia; quanto per un certo rimpianto (in questo caso sì) che mi prende oggi quando penso che avrei potuto fare più cose e soprattutto avrei potuto perseguire meglio e con coerenza la passione per la scrittura professionale che ha dato da vivere in modo più che dignitoso e bello, a me e alla mia famiglia, ma tranne in qualche raro caso non mi ha dato le soddisfazioni e l’orgoglio dello scrivere che in alcuni momenti della vita avrei desiderato. 

In un senso che non mi è del tutto chiaro, tutto ciò c’entra col fatto che la mattina del 5 dicembre 2020, quando in uno dei seminari di Anghiari che si son tenuti in videoconferenza a causa della seconda ondata di Covid-19 che ci ha costretti a restare lontani e chiusi nelle nostre case quando avremmo dovuti essere insieme, tutti i partecipanti al corso Graphein per la scrittura dell’autobiografia; quando in questa mattina livida, Stefania, la nostra guida nel corso, ha letto un breve passaggio dal Cavaliere inesistente di Italo Calvino, ho pensato proprio alla mia pigrizia, alla possibilità liberatoria ma anche di costruzione della scrittura, e al fatto che potrei scrivere ancora molte pagine. Il passaggio che ha letto Stefania, arriva dalla voce che si mostra in modo esplicito e che è la narratrice del romanzo stesso. Alle vicende raccontate, questa voce alterna brevi capitoli metanarrativi, di riflessione sulla scrittura e il racconto delle storie. 

Ebbene questa voce, la voce della monaca Suor Teodora, era riemersa con decisione alcuni giorni prima, quando per altre strade avevo riaperto la mia copia dei romanzi della trilogia degli antenati di Calvino, scoprendo che avevo segnato a matita molte delle confessione metanarrative di Suor Teodora. E proprio da una di queste avevo poi deciso di pescare l’esergo da usare per questa autobiografia. Riporto anche il passaggio delle confessioni della narratrice del Cavaliere letto da Stefania, perché indica bene la dinamica fra desiderio, volontà e, ahimè, il freno dell’accidia, che mi riguarda da vicino. Scrive dunque Calvino, anzi, Suor Teodora nell’ottavo capitolo del romanzo: 

“È verso la verità che corriamo, la penna e io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo d’una pagina bianca, e che potrò raggiungere soltanto quando a colpi di penna sarò riuscita a seppellire tutte le accidie, le insoddisfazioni, l’astio che sono qui a scontare”. 

Papà ascoltava la radio mentre lavorava e a volte gli facevo qualche domanda alle quali rispondeva con calma e precisione. Non ricordo di aver mai mostrato interesse concentrato e specifico per le cose che faceva, era sempre un interesse lontano e generale, una fascinazione, un’attrazione superficiale per cose che sarebbero potute arrivare in seguito, in futuro, o quando saremmo andati al cinema insieme. Mi piaceva e mi attirava la sua forza tranquilla, la sua serenità e consapevolezza, che sono, in fondo, sensazioni e sentimenti che mi mancarono quando, già uno o due mesi prima della sua morte, non riuscii più a trovarli stando davanti a lui, e che faticai a lungo a riscoprire, dopo la sua morte, anche quando pensavo a come era stato prima delle ultime settimane di vita. E sono, in fondo, caratteristiche e sentimenti che ho cercato di mostrare ai miei figli anni dopo, quando provai costantemente – a volte riuscendoci, a volte no  – a dare loro la serenità aperta al mondo, che mi pareva e in fondo mi pare ancora, sia la condizione più vicina alla felicità.  
Papà era un uomo molto gentile e dolce ma credo non avesse mai del tutto compreso il mio svagato interesse per il mondo, interesse svagato che non riuscii mai a spiegargli. Perché quando lo afferrai come idea contrastata ma alla quale mi ero, con il tempo, affezionato, ecco, quando lo capii e avrei potuto spiegarglielo – come ci si immagina che farai da adulto, quando parlerai, di sera dopo una cena, con tuo padre, ormai vecchio ma felice e soddisfatto – ecco quel momento né io né lui riuscimmo a viverlo. Perché lui morì che ancora non era vecchio e io ero ancora troppo ragazzo, troppo inconsapevole per capirlo e per parlargli in quel modo. 

Così forse papà restò un poco sorpreso quando – avevo forse nove o dieci anni – vide la mia attenzione messa a fuoco per il suo lavoro minuzioso a quel meraviglioso plastico del paesaggio attraversato dai trenini elettrici. I modellini dei treni, locomotive dei primi anni del Novecento, a vapore, ma anche alcune elettromotrici degli anni ‘50 e ‘60, vagoni merci e passeggeri con carrelli per le ruote snodati che facilitavano le curve al traino dei locomotori: questi modellini erano bellissimi, avevano con tutta evidenza un mondo dentro, come se avessero visto persone sedersi e viaggiare e conversare, o i macchinisti manovrare le locomotive e spalare continuamente il carbone. 

Papà aveva costruito quattro o cinque stazioni diverse, alcune grandi, altre, piccole, modeste, chiaramente ispirate alle stazioni che ci affascinavano nei film western che andavamo insieme a vedere al cinema il sabato sera, al Corallo, vicino a casa. Minuscole stazioni costruite con listelli di legno tagliati volutamente irregolari, come erano in quegli scenari grandiosi delle pellicole di Sergio Leone, con la Monument Valley sullo sfondo. Ne ricordo una, in particolare, di queste piccole stazioni da film western, alla quale papà aveva dato un colore marrone chiaro e, sotto la tettoia che proteggeva l’ingresso e le uniche finestre sul davanti, verso la strada polverosa che correva lungo i binari, sotto la tettoia penzolava, appesa a due catenelle l’insegna con il nome del villaggio, ”Flagstone”. Bastava soffiare un poco sull’insegna, o sfiorarla leggermente, e prendeva a oscillare e pareva di udirlo il cigolio dei film western, nei quali la vita di protagonisti e comparse sembrava davvero sempre appesa, in bilico, in oscillazione fra la morte e la salvezza, la fuga, o la redenzione.
Papà aveva scelto i modellini Lima, che allora erano, almeno sul mercato italiano, in concorrenza con Rivarossi. Ricordo che i miei cugini, figli di mia zia Marisa, una delle sorelle di mia mamma, più giovane di mia mamma di alcuni anni, e di zio Alfredo, l’ingegnere, il figlio del podestà di Cologno Monzese, questi miei cugini avevano i modellini Rivarossi, che a loro dire erano migliori dei Lima, probabilmente perché costavano di più e probabilmente erano davvero più belli dei nostri, ma, pensavo, quando li vedevo girare sul tappeto della loro casa, senza il meraviglioso plastico di legno e metallo fabbricato da mio papà che li accogliesse, senza questa ambientazione pensavo che sembravano morti, solo giocattoli vuoti. Nei nostri vagoni, quando giravano in cantina, mutando direzione grazie agli scambi meccanici azionati dalla consolle con la base di metallo e le levette che papà aveva fabbricato con una piastra presa da uno scarto di lavorazione nella fabbrica dove lavorava, e aveva collegato queste levette con filo di ferro argenteo agli scambi; ecco che in quei vagoni e in quelle locomotive vedevo e sentivo la storia di luoghi diversi e lontani ma compresenti in quel piccolo mondo di rappresentazione, come se il treno unisse tempi e spazi lontanissimi; vedevo avventurieri e bounty killer, intere famiglie in vacanza, la vita di donne e uomini che andavano a lavorare lontane da casa, e le storie di bambini in viaggio da soli, e di macchinisti con la pelle del viso annerita dal fumo del carbone. 

Quando, alcuni anni dopo, adolescente, scoprii e ascoltai all’infinito e imparai a memoria “La locomotiva” di Francesco Guccini, rividi e pensai con semplice e cristallina chiarezza proprio ai vagoni del trenino di papà, ai signori che viaggiavano, ricchi e felici, e immaginai il macchinista anarchico che voleva la “giustizia proletaria” proprio su una delle nostre locomotive, quella più grande, nera nera e massiccia, di una bellezza perfetta. 
Papà nella sua cantina aveva, giusto sopra il banchetto degli attrezzi, la fotografia della “Grande Inter”. Era la squadra in questa formazione, che sarebbe diventata di culto negli anni a venire, citata in romanzi, film, nei bar e sui tram: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso; snocciolavo a memoria questa formazione come me l’aveva insegnata papà. Era la squadra della conquista della seconda Coppa dei Campioni, la squadra che giocò la finale il 27 maggio del 1965. Di fronte, a San Siro – l’Inter ebbe quell’anno la buona sorte di giocare la finale nel proprio stadio, nel nostro stadio – sotto una pioggia torrenziale di primavera, il Benfica, già abbandonato dal leggendario allenatore Béla Guttmann, l’ebreo ungherese che aveva portato il team di Lisbona a vincere due Coppe dei Campioni consecutive, nel 1961 e nel 1962. Dopo la vittoria nel 1961 contro il Barcellona, l’anno successivo la squadra di Lisbona vinse contro il mitico Real Madrid di Di Stefano, già vincitore di cinque edizioni della Coppa. Nella finale Guttmann schierò a sorpresa un ragazzino portoghese nato nel Mozambico, nella città che oggi si chiama Maputo, ma che allora, prima della decolonizzazione, si chiamava Lourenço Marques. Era un ragazzino che stava diventando un fuoriclasse e che sarebbe stato ricordato come uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi: Eusébio da Silva Ferreira. Dopo la vittoria contro il Real Madrid, Guttmann chiese un cospicuo aumento di stipendio per il rinnovo del contratto. Il consiglio di amministrazione del Benfica glielo negò e Guttman dimettendosi lanciò la famosa maledizione: non vincerete una coppa internazionale per i prossimi cento anni. La maledizione aveva già funzionato nel 1963, quando il Benfica, guidato da un nuovo allenatore, arrivò in finale della Coppa ma venne sconfitto dal Milan di Nereo Rocco. E poi ancora nel 1965 contro l’Inter, quando la partita venne decisa da un tiro senza grandi pretese di Jair al 42° del primo tempo, con la palla che si insaccò per una papera del portiere dei portoghesi, Alberto da Costa Pereira. La maledizione di Guttmann per il Benfica non è ancora terminata, dal 1962 non ha vinto più trofei europei, pur avendo disputato nove finali, l’ultima nel 2014.

La finale del 1965 fra Inter e Benfica, e quasi tutti i sentimenti che suscita in me la Grande Inter, è in quella fotografia in bianco e nero, lo scatto prima del fischio d’inizio, con i ragazzi che ancora adesso mi sembrano uomini già adulti, quasi vecchi, come mi sembrarono allora. Quella sera piovosa di maggio a San Siro, l’Inter indossò la cosiddetta seconda maglia, la maglia da trasferta, bianca con due strisce orizzontali all’altezza del petto, una blu e una nera. Sembravano vecchi e invincibili. 

Papà però, ancora più della finale del ‘65 sotto la pioggia, amava raccontare della partita del 12 maggio di quello stesso anno, la semifinale di ritorno Inter-Liverpool. Stessi ragazzi in campo, c’era da rimediare il terrificante 3-1 subito all’andata ad Anfield. Quella fu una notte epica, nello stadio strapieno di entusiasmo, passata alla storia anche sociale del calcio, del tifo, ma anche dell’intera città, simbolo di un momento di grande fiducia e entusiasmo per lo sviluppo, il boom economico, la sicurezza anche psicologica che per le generazioni che erano quella notte nello stadio era una novità. Sapevamo quanto fossero forti loro – diceva papà quando raccontava, almeno per come lo ricordo io raccontare quella partita e come con i decenni ho imparato a immaginare quel che non ricordo – ma sapevamo di essere più forti noi: il pubblico entusiasta e contento era lì insieme alla squadra, dal primo minuto. Fino al magico minuto numero otto – continuava papà –, quando Mariolino Corso, il piede sinistro di Dio, insaccò la sua foglia morta, quella palla calciata con un effetto strano e apparentemente impossibile, effetto diventato famoso perché imprimeva alla traiettoria del pallone, pallone che stava salendo in cielo, una brusca conversione verso il basso, che lasciava esterrefatto il portiere che lo guardava infilarsi appena sotto la traversa, a pochi centimetri dal palo, maledicendo quel ragazzino così audace: Mariolino, come lo chiamavano i suoi compagni di squadra e noi sui gradini dello stadio. Nell’intervallo delle partite – diceva papà –  quando ci si girava l’uno di fronte all’altro, noi amici interisti che si andava insieme in macchina da San Maurizio al Lambro a San Siro, una ventina di chilometri di tensione prima e di felicità, quasi sempre felicità in quegli anni, e qualche delusione, qualche volta, sì lì sulle gradinate commentavamo il primo tempo, facevamo pronostici sul secondo, ricordavamo le azioni. Be’ Mariolino – aggiungeva papà nei miei ricordi –  non aveva compiuto ancora i 24 anni quella sera col Liverpool, era un ragazzino. 

Mario Corso era stato definito con inconsapevole genialità passata alla storia, il “piede sinistro di Dio”, da un certo Gyula Mándi, sconosciuto commissario tecnico della nazionale israeliana dopo una amichevole con l’Italia nel 1961, quando appena ventenne aveva mostrato il suo talento contro la squadra piuttosto modesta allenata da Mándi. Mario Corso, nato nel 1941, è morto nel giugno del 2020, quando già stavo lavorando a questa autobiografia, nel frullato psicologico della pandemia di Covid-19 che in quel momento ci dava l’illusione di ritirarsi. La scomparsa di Corso mi ha dato una potente scossa emotiva, una sorta di catena di ricordi generata da un’informazione apparentemente secondaria. Per esempio, rivedere la foto della squadra che vinse la Coppa del 1965 ha suscitato, prima con un po’ di confusione, poi con maggiore precisione e ricchezza di dettagli, le mie ore con papà nella cantina, mentre lui lavorava e io giocavo svagato ma ascoltavo quando, dopo una mia domanda, lui spiegava con attenzione e pazienza e, dietro lui, incollata alla parte superiore della tavola di legno addossata alla parete dove a chiodi ben piantati appendeva i suoi attrezzi, là sopra stava incollata appunto la fotografia della Grande Inter.

Neanche il tempo di finire di esultare per il gol dell’uno a zero che ci aveva esaltato tutti, lì a San Siro, ed ecco  – continuava papà – ecco che Peiró con un gesto di suprema furbizia per una buona causa, solo un minuto dopo la foglia morta di Corso, ecco che sì proprio Peiró, lo spagnolo Peiró, Joaquín Peiró, vede il portiere del Liverpool che, dopo un’uscita che ha interrotto l’azione dell’Inter, mette la palla a terra e osserva i compagni, prende tempo, Peiró non ci pensa su, si avventa sulla palla – spiegava papà – la sposta di un metro e la calcia in porta. Due a zero, e siamo solo al nono minuto. Nel secondo tempo il leggendario Giacinto Facchetti, con un inserimento dalla difesa, una di quelle cavalcate che lo avevano reso famoso e che contribuirono a cambiare per sempre il ruolo di terzino, Facchetti marcò anche il terzo gol che qualificò l’Inter per la finale. Papà – tutte le volte che ne parlava – diceva quasi casualmente che fu l’astuzia di Peiró che aveva girato la partita, aveva reso il formidabile Liverpool di quell’anno una squadra impacciata e impaurita, come fosse finita sotto un incantesimo.

Fu quando, due anni dopo, l’Inter, con una formazione leggermente diversa da quella del ‘65, giocò la sua terza finale in quattro anni, contro gli scozzesi del Celtic di Glasgow, fu dunque allora che avvertii la prima fitta di dolore forte che ricordi, la catastrofe che ti fa piangere a lungo, e andai a piangere, solo, senza voler vedere nessuno, nonostante il buio mi spaventasse, nel giardino dietro casa. Quella sera imparai due cose fondamentali per il seguito della mia vita: la prima fu che anche i papà piangono per l’Inter (cosa che in futuro mi sarebbe capitata anche in veste di papà, appunto); la seconda che anche le grandi squadre finiscono col perdere le partite importanti (e di lì a pochi giorni, sconfitta a Mantova, l’Inter perse anche il campionato). Per settimane provai ad imparare anche la formazione battuta dal Celtic: Sarti, Burgnich, Facchetti, Guarneri, Picchi, Bedin, Bicicli, Corso, Domenghini, Mazzola, Cappellini; assai meno famosa e recitata e scritta dell’altra; fatico sempre a ricordarla tutta (soprattutto a ricordare chi giocò questa volta mentre non c’era nel ‘65) ma credo sia giusto fissarla su carta in queste pagine. L’omaggio a chi perde nel calcio e nel resto della vita, tenendo lontana la retorica, credo sia un bel lascito di quegli anni giovanili che mi son portato fino all’età adulta e fino al nirvana del 2010, quando l’Inter tornò a vincere il trofeo più importante del calcio e mi riavvicinò alla pace sportiva interiore che forse avevo addirittura perso nel 1967.
Anni dopo il 1967, quando allo stadio ci andavo solo o con gli amici, non più con papà, che nel frattempo la malattia al cuore e i postumi dell’operazione e la prescrizione dei medici – non doveva affaticarsi mai – tenevano lontano da San Siro, un giorno di pioggia mamma mi diede l’impermeabile che usava papà negli anni Sessanta, nei pomeriggi piovosi per andare a vedere l’Inter. Nonostante fosse molto largo, di un colore fra il marrone e la vinaccia, di foggia completamente superata, lo indossai con orgoglio, come un piccolo omaggio a papà e alla sua passione, e, in fondo anche alla “Grande Inter”. Lo indossai in un pomeriggio di una domenica d’autunno. La terza lezione che imparai dopo la partita con il Celtic fu che dietro l’amore per una squadra di calcio da parte di qualcuno, è meglio osservare sempre con attenzione, perché si trova quasi sempre un tesoro. 

Mentre scrivevo queste pagine sull’Inter e papà ho parlato con Piero, il fratello di Marialisa, più anziano di me, orfano di padre a dieci anni, che mio padre – lo zio Angelo, come continua a chiamarlo quando ne parla, anche ora che lui, il nipote, di anni ne ha più di 70 – mio padre prese sotto la sua protezione soprattutto grazie ai lunghi dialoghi, ai consigli, all’ascolto che gli dedicava. Ciò avvenne quando Piero inciampò le prime volte nella vita, e anche quando la vita lo mise con le spalle al muro. Anche se quando papà se ne andò, nel 1979, il peggio per Piero ancora doveva venire, per lui il ricordo di papà rimase oltre che un affetto emozionante anche un riferimento morale che, come mi ricorda spesso quando parliamo, si decise troppe volte a seguire solo nei momenti di pentimento. Proprio in quei giorni in cui scrivevo queste pagine e abbiamo parlato dell’Inter, Piero mi ha ripetuto un pensiero, un ricordo emotivo che davvero pare un momento fermato nel tempo solo da un’istantanea, fuggito e durato un nulla che tuttavia continua a tornare, a presentarsi alla memoria, a mostrarsi. 

Fu un derby che andarono a vedere insieme in quei meravigliosi anni ‘60 allo stadio. Piero adolescente, mio padre stava sul gradone di San Siro dietro lui e l’Inter sotto di un gol segnò con un’azione magistrale e loro esultarono come gli altri tifosi nerazzurri e Piero voltandosi per condividere con lo zio la gioia, lo vide con le braccia alzate, sorridente e senza pensieri. “Ecco ancora lo vedo così lo Zio Angelo”, mi ha detto Piero quel pomeriggio di tarda estate del 2020 quando stavo raccogliendo ancora idee e ricordi di papà.

Il trenino di papà, con il plastico e le stazioni e gli scambi, la cantina con le foto dell’Inter, le sue mani precise sulle assi da sagomare, la mia svagata attenzione per ciò che faceva: tutto mi è tornato con forza davanti, in una cascata emotiva ma soprattutto in una luce chiara di consapevolezza e di amore, per così dire, rinnovato, a tanti anni di distanza dalla sua morte, quando il 24 settembre del 2020, nei giorni in cui avevo ripreso a lavorare con continuità – un’ora al giorno, dicevo ad Anna, questa deve essere la mia routine sull’autobiografia, altrimenti non finirà per tempo, oppure mi troverò, come altre volte, a lasciare che la frenesia degli ultimi giorni sia a dominare su alcune scelte – ho letto su un quotidiano un articolo dal titolo che mi ha pietrificato: Trovare un padre significa prepararsi a perderlo. L’autore, Giulio Guidorizzi, colloca la relazione tra padre e figlio nel contesto della cultura classica, con lo sfondo della relazione fra Edipo e Laio, regolata da una completa assenza di linguaggio, e il contrasto, per esempio, con la relazione – di cui parla Omero – fra il padre che dona al figlio Glauco, in partenza per la guerra, le sue armi e gli dice: “Ricordati di essere sempre il primo e non svergognare la generosa razza dei tuoi avi”. Questo padre, scrive Guidorizzi, dice al figlio: “Così eravamo noi, così devi essere tu”. Ecco, leggendo queste parole, ora nei miei 60 anni, a oltre 40 dalla morte di mio padre, a più di 50 da quando mio padre costruì quel meraviglioso trenino con il suo plastico, ho pensato che dentro quel trenino, che ormai non c’è più perché non aveva più spazio nel mondo, proprio come il corpo di mio padre, ci fosse molto del lascito che lui mi consegnò, un po’ come quelle armi per Glauco. Un lascito di laboriosa umiltà ma di gigantesca dignità e orgoglio della propria azione nel mondo. Un regalo di amore e forza che, mi piace pensare, è stato il simbolo di ciò che mi lasciò mio padre, nonostante papà se ne sia andato così presto, quando mi apprestavo, finalmente, a parlare davvero con lui. Dice ancora l’articolo di Guidorizzi, che un dato fondamentale dell’esperienza individuale è che “un padre ha sempre da esserci, dentro o fuori, e se non c’è, il figlio lo cercherà sempre. Come scrisse Freud nella seconda edizione dell’Interpretazione dei sogni (nel frattempo suo padre era morto) ‘la morte del padre è la perdita più decisiva nella vita di un uomo’”. Tuttavia, aggiunge Guidorizzi, “Trovare un padre e perderlo sono però le due facce della stessa medaglia. In questo sta la tragica ambivalenza di un rapporto in cui il figlio deve andare avanti abbandonando il padre, per essere sé stesso, ma il padre, in un modo o nell’altro, chiede di essere portato sulle spalle dal figlio o almeno di potergli trasmettere l’armatura”.
Penso spesso in questi giorni al plastico di quella città cubista nella quale conviveva l’anima borghese di un centro della provincia francese, una di quelle città descritte da Simenon, con le stazioni dei treni di un film western, e poi i sobborghi urbani degli anni ‘60 del Novecento attraversati dai convogli. Potrei elencare decine di opere, sparse per il giardino, per esempio la voliera per i canarini, che abbiamo già incontrato, oppure i vasi per i fiori, o, ancora, una sega elettrica per tagliare il legno, costruita usando il motore della vecchia Lambretta della mamma, una lama rotante comprata nuova dal ferramenta, unico pezzo che non fosse di recupero. 

Memorabile fu poi quando, due o tre mesi prima di Natale del 1969, quando forse avevo nove anni, e mio fratello Marco ne aveva tre, ecco che papà ci disse che avrebbe preparato un grande presepe che così grande non l’avevamo mai visto. Ci pensò alcuni giorni, credo, fino a quando decise che l’avrebbe allestito sulla scala che scendeva alla cantina. 

La scala? disse mia mamma, sorpresa ma non indispettita, mi parve, meravigliata più che altro, perché le pareva uno strano presepe che non fosse in cucina, la nostra grande cucina, l’unico luogo condiviso da tutti in quella casa, il luogo dove si ricevevano gli ospiti, che poi erano soprattutto parenti e qualche volta un cliente del negozio che doveva cambiare le scarpe acquistate il giorno prima e arrivava la domenica mattina passando dal retro della casa e quindi era, a suo modo, in alcuni momenti anche uno spazio quasi pubblico, non del tutto recluso, anche perché era così vicino al negozio. E quando il negozio era aperto era un luogo di transito, dalla casa al negozio e poi alla strada. Ma il negozio della mamma, nei giorni di festa in cui era chiuso, o la sera, per me e poi anche per mio fratello, ma anche per i cugini, era una sorta di stanza dei giochi: era spazioso, aveva un bancone che poteva trasformarsi in un carro armato o in una diligenza; ma a volte il negozio diventava persino un campo da calcio o, quando io e i cugini, quasi coetanei, ci avvicinammo alla pubertà, divenne quasi una stanza  speciale dove si confidavano le fantasie segrete e a volte persino coraggiose: un desiderio per una ragazzina, un oltraggio al nonno che sgridava troppo la nonna o i nipoti, il disprezzo tenuto fino ad allora segreto, per un gioco tenuto in gran conto da uno dei cugini. Invece non dissi mai a nessuno l’attrazione per mia cugina, che trovavo davvero bellissima, che girava per casa con i capelli lunghi biondi sciolti fino alla vita, piena di attenzioni per i suoi vestiti e così sensibile alle offese.


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4 risposte a “La cantina (dalle Ricerche autobiografiche)”

  1. @Luigi @tutti
    Luigi, la rilettura de “I Buddenbrook” è troppo fresca perché io possa evitare un paragone: nella divagante disattenzione in cui ti descrivi come alunno elementare mi ricordi senz’altro Hanno Buddenbrook!

    Non riesco ad astenermi neppure dal ricordati che nel derby del novembre 1977, e a San Siro io c’ero, il Milan ha battuto i bisleroni: risultato finale Inter 1 – Milan 3 (doppietta dell’albino Buriani di cui ero invaghita!).

    Viva San Siro!!
    Mariangela

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  2. Be’ cara Mariangela anche a me piace ricordare i derby vinti, per cui negli anni ’70 per esempio ricordo il 5 a 1 dell’Inter sul Milan del 73/74 (tra l’altro in casa dei casciavit). Ma i ricordi e le distrazioni son un nodo inestricabile, quindi vanno guardati, e basta. Auguri a tutti!

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  3. @tutti, Luigi
    Scrivevo prima di ricordi calcistici, però non avevo
    ancora sentito della morte di Pelé. Penso che ricordarlo qui, nelle tue pagine autobiografiche, non sia fuori luogo.

    Nell’immaginario della mia famiglia, soprattutto a per quello che riguarda i mondiali di Città del Messico, ha lasciato una traccia importante.

    Mari

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  4. Già, Pelé, il Messico ’70. Fu il primo campionato del mondo che seguii con passione e attenzione. Ovviamente mi esaltai – come tutti – per gli azzurri e la semifinale del 4 a 3 alla Germania. Poi in finale però scoprii cosa fosse il calcio di quel Brasile. Abbracci a tutti

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