Lo zio Pierino: le storie, il Corriere e Julio Cortázar

Ricerche autobiografiche

Così, in una bella mattina del 1972 o ‘73, non ricordo esattamente, eravamo in estate, giugno o luglio, venne a trovarci a casa lo zio Pierino e raccontò una piccola perfetta storia di giornali. Lo zio Pierino, questo zio Pierino – perché c’era anche il fratello di mio papà, Pierino, di un paio di anni più grande di papà, che era un altro degli zii che vedevo più spesso perché abitava vicino a noi e lui e mio papà si frequentavano parecchio e che ricordo benissimo piangere al funerale di papà – sì insomma lo zio Pierino del quale parlo a proposito di quella mattina d’estate era il fratello di mia nonna Maria, più giovane della nonna, anche se poi sarebbe morto prima di lei, una decina di anni dopo quella mattina. Mi piaceva molto quando arriva lo zio Pierino a casa, in quelle mattine d’estate, era affettuoso, guardava dritto negli occhi anche i bambini e parlava con grande attenzione.

Alan Kaprow, Calling, 1966

Mi piaceva quando veniva, prima di tutto perché arrivava con la sua motocicletta, una Gilera Giubileo del 1958, che avrebbe avuto una notevole importanza nella mia vita di adolescente, perché sarebbe stata comprata dal mio amico Fabrizio e con questa moto lui ed io avremmo fatto un fantastico viaggio on the road per le strade secondarie d’Italia nel 1977, una specie di iniziazione che non potrò mai dimenticare e che ancora oggi a distanza di anni posso rievocare quasi tappa per tappa. Un viaggio del quale però parlerò. Zio Pierino però mi piaceva anche perché ci raccontava delle storie. Erano perlopiù storie che leggeva nei libri e che poi ricordava bene, benissimo mi sembrava, imitando i dialoghi e certe espressioni dei personaggi, espressioni che si inventava, che immaginava leggendo. Gli piaceva fare questi brevi racconti quando veniva a casa. Perlopiù lo ascoltavamo la nonna, la mamma, mio fratello ed io. Ma quando veniva nei mesi in cui stavano da noi anche i cugini di Pittsburgh con la zia Teresa, ascoltavano incantati pure loro, anche se probabilmente erano troppo piccoli per afferrare tutte le storie, per ricordarne qualcuna in modo distinto e preciso. Tranne forse quella della cosiddetta Gamba Rossa, della quale ancora oggi, Victor ogni tanto, nei momenti del ricordo, mi parla. Una storia che era molto popolare a casa nostra e che riprendeva un racconti di persone che si raccontano storie. Una specie di metastoria popolare. Pierino la rendeva una storia capitata a lui e tutti i fratelli e sorelle; e mia nonna Maria assentiva ogni volta che veniva ri-raccontata, anche quando Pierino ci aggiungeva qualche nuovo dettaglio o qualche battuta inedita. Pierino la localizzava nella stalla della cascina dove avevano vissuto da bambini e ragazzi, dove i loro genitori nella lavoravano all’allevamento dei bachi da seta di certi signori, “possidenti” di Cologno Monzese.
La storia, per come la ricordo, è molto simile a quella registrata da libri e vari documenti e siti web dedicati al folklore della pianura lombarda attorno a Milano. Insomma, era una storia nota, raccontata e ri-raccontata dai narratori, e arrivata fino a lui, che lui rendeva sua, aggiungendo e togliendo pezzi, personaggi e dettagli.
Raccontava dunque lo zio Pierino che una volta le donne della cascina, stanche di restare sole a casa la sera dopo la modesta e silenziosa cena, con i mariti che andavano all’osteria a giocare a carte e a bere un quarto di vino, decisero di organizzare una specie di festa: cucinarono ciascuna una pietanza ricca e prelibata – i piatti variavano nel racconto di zio Pierino, ogni volta un po’ diversi: trippa, cassoeula, polenta con il salame, torta di pane e cacao; qualcuno portò anche un paio di fiaschi di vino. Si mangiò e si rise molto – raccontava – la Luisa del Magnàn aveva portato anche le carte da gioco e i dadi per il dopo cena, ma tutti i progetti furono superati dalla fisarmonica del figlio dell’Erminia che quando prese a suonare diede prontamente il via alle danze, la temperatura nella stalla si alzò, i la musica e le voci giocose, con urla di gioia dei bambini e dei ragazzini che avevano seguito le madri – diceva zio Pierino – cominciarono a sentirsi distintamente anche fuori. Fu allora che dietro la chiesa di San Giuliano, la bella pieve dei “tempi della Regina Teodolinda” di mattoni rossi a vista, in perfetto stile romanico lombardo, passava uno degli uomini della cascina, lui non era all’osteria ma di ritorno dalla visita a un parente malato. Sarà stato l’abside della chiesa che fece da cassa di risonanza – notava lo zio Pierino – ma il tale sentì le voci dalla stalla dall’altra parte della chiesa. Incuriosito le seguì fino in fondo e, senza farsi udire, scoprì la festa. Proseguì allora fino all’osteria dove raccontò agli altri uomini quel che aveva sentito e ascoltato.
Fu così che venne dunque organizzata la burla per punire quelle donne che avevano trasgredito il costume della sera chiuse in casa mentre loro, gli uomini, si ritrovavano insieme davanti al vino e a giocare a carte. La storia poi racconta che gli uomini si procurano un bastone, lo coprono con una calza rossa fuoco, raggiungono il sottotetto della stalla e dalla botola fanno calare la “Gamba Rossa”, e uno di loro, camuffando la voce con uno strofinaccio preso in prestito dall’oste, minaccia le donne:

Donne donne devote, andate a dormire
che avete gli occhi gialli da morire
e se non volete credere
che è Dio a mandarvela
guardate per aria
che viene giù una gamba.

Le donne spaventate fuggirono dalla stalla – concludeva lo Zio sorridendo – e lasciarono le pietanze che avevano preparato. Ricordo che che qualcuno di noi bambini all’ascolto chiedeva cosa fosse successo dopo, se le donne non avessero scoperto la burla, una volta passato lo spavento. E che solo una volta lo zio Pierino, con pazienza, ci spiegò che la storia finiva lì e che era meglio non andare mai troppo alla ricerca di cosa succede, una volta che la storia è finita.

Quella mattina d’estate, quando lo zio Pierino ci raccontò quella che ancora oggi mi pare la storia migliore che si potesse raccontare a proposito del giornale, del Corriere a casa nostra, lo zio parcheggio come al solito la moto sul marciapiede proprio davanti la porta d’ingresso del negozio, un po’ discosta per lasciare entrare i clienti, ma insomma la metteva dove potesse vederla bene. Be’, quella mattina lo zio si era preparato questa storia di Julio Cortázar che aveva letto in un libro di racconti trovato in biblioteca, come poi mi disse. Mi disse che lo incuriosiva il fatto che quando arrivava a casa nostra la mattina ci fosse il giornale, il Corriere, sempre aperto sul tavolo, come se ci accompagnasse, come se il “giornale vi porti da qualche parte”, disse proprio così. Quindi – aggiunse come se fosse una conseguenza naturale – quando ho trovato in un libro che l’Angelo, mio figlio –  (non preoccupatevi non mi sto confondendo: è che nella mia famiglia, dai vari lati, ma anche intorno a noi, in effetti, Angelo era davvero un nome molto usato; anche se, i miei figli maschi, Michele e Matteo non mancano di ricordarmi, ciascuno in modo diverso, ma abbastanza per farmici pensare, che avremmo davvero dovuto chiamarli “Angelo”, almeno come secondo nome, soprattutto visto che Angelo era il nome dei due loro nonni) – che l’Angelo – ribadì lo zio Pierino – mi ha portato dalla biblioteca, quando ho trovato che dentro questi racconti ce n’è uno che si intitola Il giornale giornalmente ho subito pensato a voi e che dovevo raccontarvelo. 
Lo zio Pierino quella mattina il libro non lo portò con sé; si era preparato bene il racconto, ma si era anche scritto ben bene l’autore e il titolo e aveva annotato sul suo taccuino chi fosse Cortázar. È stata forse questa cura per l’autore e la sua short story e la cura per ciò che voleva raccontarci quel giorno, e il fatto che avesse pensato al nostro giornale aperto sul tavolo: forse è tutto ciò mi ha lasciato un ricordo così preciso di quella mattina. Ma questo ricordo vivido è stato aiutato (o forse è stato fatto riemergere) parecchio da un altro fatto, il ritrovamento di un piccolo prezioso documento manoscritto.
Quando parlai con mia mamma nella primavera del 2020 per chiederle di mostrarmi i cassetti dove conservava cose e ricordi della famiglia, alla ricerca di documenti e oggetti che mi aiutassero in questo lavoro avviato ad Anghiari, passai un pomeriggio insieme a lei, dedicato a un po’ di carte che per la verità trovai piuttosto deludenti, nelle quali insomma gli appigli per il racconto si dimostrarono ben pochi. Ebbene, in una piccola busta senza indicazione alcuna apparve il piccolo foglio ripiegato, sul quale zio Pierino aveva scritto alcune righe. Oltre che il conto di un panificio presso il quale la nonna – mi spiegò mamma – gli commissionava certi dolci che le piacevano molto, un conto che allora fu evidentemente di mille e cinquecento lire, e che mamma ricordò essere un panificio che si trovava in centro a Sesto, vicino a dove abitava, lo zio aveva annotato anche il titolo e l’autore di Il giornale giornalmente (1). Sotto il titolo aveva anche preso nota di alcune altre parole, che, lo scoprii più tardi leggendo per intero il racconto, appartenevano al racconto stesso. Insomma, avevo trovato un appunto di zio Pierino, il nostro narratore.
Fui preso da un vero entusiasmo. In fondo, per quanto modesto e breve, quell’appunto mi apriva, o meglio riapriva, uno spazio della memoria che sembrava aiutarmi davvero nella ricerca di frammenti di quel mondo che ad Anghiari e nel lavoro suscitato da Anghiari, stavo evocando, anzi, cercando.
Le note mi aiutarono ovviamente a recuperare il testo completo del racconto che ricordavo assai vagamente, anche se, invece, ricordavo bene quella mattina e le circostanze in cui tutto ciò avvenne.
Il racconto di Cortázar è molto breve e sintetizza in poche righe l’idea di un quotidiano che passa di mano in mano, viene letto da più persone per poi diventare carta che poi è usata per altri scopi. Lo trascrivo per intero:

Il giornale giornalmente

Un signore prende il tram dopo aver comperato il giornale ed esserselo messo sotto il braccio. Mezz’ora dopo scende con lo stesso giornale sotto lo stesso braccio.
Ma non è più lo stesso giornale, adesso è un mucchietto di fogli stampati che il signore abbandona su una panchina della piazza.
Appena rimane solo sulla panchina, il mucchietto di fogli stampati si converte di nuovo in un giornale finché un ragazzo lo vede, lo legge, e lo lascia convertito in un mucchietto di fogli stampati.
Appena rimane solo sulla panchina, il mucchietto di fogli stampati si converte di nuovo in un giornale, finché una vecchia non lo trova, lo legge e lo lascia convertito in un mucchietto di fogli stampati. Poi se lo porta a casa e per strada lo usa per avvolgervi un chilo di patatine, cosa alla quale servono i giornali dopo le suddette metamorfosi.

Non credo, anzi sono certo, che questo fosse il racconto che più mi piacque fra quelli di zio Pierino. Ce ne furono altri avventurosi, e ambigui, assai più lunghi, sognanti e sorprendenti; ma questo mi è rimasto nella memoria perché mi ha aiutato a dare forma e una possibile trama a una pratica quotidiana di relazione fra il giornale e le persone della mia famiglia, che in quegli anni era davvero importante, un’importanza che a volte mi trovo, per così dire, fra le mani come oggetto di rievocazione e spiegazione quando ne parlo con i miei figli, con Anna o con un’amica. E queste relazioni erano evidentemente chiare e molto significative per lo zio Pierino, che volle renderle esplicite, a modo suo, con le parole di uno scrittore, o meglio, con le parole che aveva ricavato da una sua preziosa lettura. 
Mentre la lettura del giornale era davvero una pratica quotidiana che tesseva dei fili nelle nostre giornate – nelle mie soprattutto il lunedì, dopo le partite di calcio del campionato, o il giovedì dopo le partite di coppa – i libri a casa erano pochi e rari. Dopo l’operazione a cuore aperto nel 1972, papà si concedeva più riposo quando era a casa dal lavoro, quindi leggeva spesso, e qualche libro in più circolava in casa. Io invece mi accanivo soprattutto nella lettura dei fumetti anche se avevo ricevuto dei libri in regalo per Natale e gli ultimi due o tre compleanni, libri che erano diventati parte della mia vita. In particolare, il signor Ado, che mi aveva accompagnato qualche mese prima sulla Bainsizza dove aveva combattuto il nonno, proprio sul confine con la Jugoslavia, il signor Ado mi regalò proprio per Natale un’edizione per ragazzi del romanzo di Eric Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale. Un libro che mi appassionò così tanto che lo lessi almeno tre o quattro volte prima dell’estate successiva. Sempre Ado mi regalò anche un’edizione ridotta, per ragazzi, di Moby Dick, che mi accompagnò per parecchi mesi attraverso alcune riletture selettive; dopo averlo terminato ne lessi di nuovo alcuni capitoli, quà e là, ripetutamente. Ma in generale la nostra casa non era abituata a vedere molti libri, non aveva per esempio un mobile adibito a libreria;  ne arrivò solo, credo fossimo nel 1971, quando nella camera mia e di mio fratello entrò lo scaffale bianco che completava il nuovo arredamento – ”la cameretta” lo chiamano ancora oggi i mobilieri – adatto a due ragazzini. Fu anche per questa assenza di libri che zio Pierino che raccontava le storie, spiegando esplicitamente che le aveva lette in certi libri che prendeva in biblioteca, si collocò al centro della scena di famiglia, in quelle mattine d’estate in cui veniva a trovarci con la motocicletta.
Ai miei occhi rese naturale e spontaneo portare i libri, quel che di meraviglioso c’era dentro i libri, dentro i dialoghi quotidiani e semplici, esattamente come facevamo con il giornale, quando il nonno commentava i fatti di cronaca che leggeva sulle pagine del “Corriere milanese”, o quando papà mi spiegava con le parole più semplici e leggere che riusciva a trovare, quel che stava succedendo per le strade dove i cortei erano quotidiani e – dopo Piazza Fontana, o dopo l’omicidio del commissario Calabresi – anche la violenza sembrava essere diventata un’abitudine. 

Molti anni dopo, quando finalmente affrontai l’Ulisse di James Joyce, capii come questo groviglio fatto di racconti presi dai libri, di chiacchiere sentite o vissute a casa o all’osteria col nonno, visti al cinema con papà, o di avvenimenti letti e riportati dai giornali, capii come tutta questa narrazione che passo dopo passo era diventata protagonista della mia vita, avesse una forza e una valenza insieme letteraria ma anche di conoscenza, per così dire, naturale, normale, anche in un contesto popolare e di cultura assai modesta come la nostra casa. Il racconto orale delle cose, delle donne e degli uomini, degli eventi, delle azioni trasformò e fece emergere in modo forse confuso e attorcigliato – insieme agli albi dei fumetti, ai film in televisione ma soprattutto al cinema, andavo il sabato sera, con papà soprattutto –  quelle che ora, retrospettivamente, definirei storie che ancora non erano state dette, storie abbozzate, con una forma incompiuta; storie che però erano pronte per esserlo davvero, per diventarlo (2). Piano piano assumevano infatti un forma narrativa, di “intrigo”; storie narrate in varie forme strutturate, come i romanzi o i fumetti, secondo i canoni, oppure sentite all’osteria dove mio nonno Peppino passava qualche ora ogni pomeriggio e dove andavo a trovarlo per assaggiare un po’ di vino allungato con la gassosa e  qui ascoltavo i vecchi signori che discorrevano di persone e di avvenimenti apparentemente banali ma importanti in quel mondo, avvenimenti e fatti – duri, senza fronzoli e con pochi dubbi sugli sviluppi e le conseguenze –  che coinvolgevano i comuni conoscenti e vicini e che avevano un loro arco narrativo e, come avrei capito più avanti, mi insegnavano, come per accumulo, il carattere fondamentale delle storie individuali o di piccoli gruppi quali metonimie di una condizione umana più ampia. A ciò contribuivano anche l’osservazione di minute attività giornaliere che vedevo scorrere davanti a me e delle quali imparavo a cercare il senso, anche il senso più modesto e apparentemente insignificante. Di tutto ciò però afferrai davvero il senso e la portata solo più tardi: dopo i romanzi letti da adulto e intrecciati alla vita quotidiana, all’amore per Anna, allo crescere i figli. Questa costruzione di senso ha assunto forme chiare e delineate con il tempo. Ma mi è balzata davanti in tutta la sua ricchezza semplice e per così dire “popolare” anni dopo, come accennavo, quando partecipai, per così dire, alle avventure di Leopold Bloom e Stephen Dedalus in un giorno di giugno di inizio ‘900 a Dublino. Leggendo Ulisse capii fino in fondo quanto la lettura si fosse insediata da protagonista nella mia vita già quando bambino ascoltavo lo zio Pierino raccontare. Con Ulisse tutto ciò assunse dunque, anche retrospettivamente, una forma cognitiva, affettiva e consapevole e di significato più ampio, ancora più importante, come sempre accade quando la letteratura ci aiuta a capire e a fare ancora più nostro il nostro mondo. È una sorta di accettazione  forse un po’ stoica ma anche felice della  “vita qualsiasi” che Gianni Celati trova nel grande romanzo di Joyce (3); è l’incrocio di contingenze, di caso, necessità e decisioni, di esperienze e storie, di emozioni e dolori, ricordi e speranze che ogni lettore porta con sé quando pensa e parla dei libri che legge e che ha letto e che sono davvero parte della sua vita. 
In questo incrocio fra piccoli eventi, momenti, giornate, parole dette e ascoltate, letture, racconti, dovrebbe esserci molto di quel che siamo, che siamo diventati, molto ciò che rende ciascuno di noi quel che si definisce come “io”. È l’idiosincratico sé, irripetibile, che descrive Richard Rorty (4) e che Sigmund Freud ci ha insegnato a vedere e capire: “Qualsiasi cosa, dal suono di una parola al colore di una foglia, alla mano sulla pelle”, a tutti gli eventi importanti ma anche quelli quotidiani, comprese le pagine di un libro (aggiungo io),  servono a “drammatizzare” e “cristallizzare” il senso di identità di ciascun essere umano. Perché ogni cosa “personale” può assumere nella vita di ciascuno il ruolo che secondo i filosofi può o almeno dovrebbero avere solo le “cose universali, comuni a tutti”. Qualsiasi costellazione anche caotica di cose personali può dare il tono personale a una vita. Può conferirle senso. Ecco, in questa costellazione, a cominciare dall’età circa dei miei dieci-undici anni, la lettura, anzi le letture, come ho cercato di descriverle qui, rappresentano alcune delle stelle più luminose.

***

Questo brano è parte di un lavoro sulla memoria personale e l’autobiografia avviato un paio di anni fa e proseguito ad Anghiari alla Libera Università dell’Autobiografia (Lua).

***

  1. Julio Cortázar, Il giornale giornalmente, in Storie di cronopios e di famas, Einaudi, 2014.
  2. Sulle “storie non dette”: la suggestione è quella di Paul Ricoeur, Tempo e racconto, Vol. 1,  Milano, Jaca Book, (1983) 2016, pagina 123.
  3. Gianni Celati, Il disordine delle parole. Su una traduzione dell’”Ulisse” di Joyce. Prefazione a James Joyce, Ulisse, Torino, Einaudi, 2013, p. IX.
  4. Richard Rorty, Contingency, irony, and solidarity, Cambridge, Cambridge University Press, 1989. (Traduzione italiana, La filosofia dopo la filosofia: contingenza, ironia e solidarietà, Bari, Laterza, 2008), p. 37.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.