Un insettaccio (1)

Wols, L'insecte, 1940 - Wikiart
Ricerche autobiografiche da e per Anghiari

Mentre aspettava Clara Pedro stava alla finestra. Quelle settimane le aveva passate a guardare la strada, affollata di mattina e vuota alla controra nel primo pomeriggio; e di nuovo colma di parole e suoni, la sera. Lui era rimasto lì a sperare che la sua vita ricominciasse ma intanto era diventato un altro.

A guardarlo non si vedeva la metamorfosi. Raul, Il portiere della pensione, sempre allerta, lo riconosceva sempre, non cambiava mai espressione quando lo osservava, nessuna sorpresa. 

Buon pomeriggio Signor Pedro, diceva, quando Pedro usciva per un bicchiere al tramonto o le volte che si trascinava al bistrot francese all’angolo con la Grande Via.

Eppure ormai Pedro sapeva di essere un altro, un altro spaventoso: un insettaccio grosso e nero, con la corazza disgustosa che scricchiola quando prova a girarsi nel letto, e le zampine sottili che controlla a fatica quando cammina e che gli danno una pena e una rabbia quando prende la matita per scrivere o per scarabocchiare gli omini che vede entrare nella bodega.

Da quando era successo, da quando si era svegliato quella mattina sentendosi un insettaccio e aveva visto dalla finestra con il telaio inglese il cielo avvoltolato nella luce bianca, malata e accecante, da quel giorno aveva scritto pochissimo, forse due o tre pagine sul quaderno. Il racconto avrebbe dovuto mandarlo entro la fine del mese ma scrivere gli sembrava ora una fatica troppo grande, vasta come il deserto che cominciava appena fuori la città.

Non controllava le zampette, la matita sfuggiva continuamente dalla mano (ma è spaventoso chiamarle ancora mani!)  e soprattutto non sapeva con quale zampetta reggere la matita. Cambiava continuamente, provava con quasi tutta la fila di zampine che aveva alla destra del suo corpaccione, ma nessuna andava bene, non riusciva a scrivere per più di qualche minuto.

Questa non è una di quelle cose che i falliti dicono di se stessi, pensava.Quelle grossolane e patetiche metafore sui cambiamenti interiori con i quali si consola chi sta scivolando verso la dannazione.

No, per lui la faccenda era concreta, fisica, letterale, nessuna metafora.

Quella sera attese quando la luce diventò giallastra e poi grigia e uscì e caracollò con le zampette fino alla bodega dove ormai lo chiamavano l’italiano. Mi vedono camminare sulle gambe, certo, pensò, ma non sanno che ormai lo devo fare sulle mostruose zampette che ho sotto il guscio. Mi guardano, pensò mentre attraversava il corso fra i  carri e le poche automobili, mi guardano come se fossi ancora un uomo. Mentre aspettava il piatto di carne e fagioli bevve senza sosta il vino rosso che si versava dalla brocca di terracotta dipinta di marrone.

Clara arriva a mezzanotte, pensò: è quasi ora di andare.

La aspettava alla stazione dei bus sulla Grande Via, seduto sulla panca addossata al muro, guardava il lurido marciapiede cosparso di grasso, di carte oleate che avevano avvolto i panini pieni di salse dei viaggiatori in attesa.

Osservava le macchie sul selciato. Sentiva agitarsi le zampine, scricchiolare il guscio appoggiato al muro.
Pensò a come dirlo a Clara, come spiegare a Clara la metamorfosi. Lo avrebbe preso per pazzo, lo avrebbe accusato di aver ripreso a bere troppo, avrebbe urlato e minacciato di ripartire subito, l’indomani.

Clara scese dalla porta davanti, salutò l’autista grasso e con i baffi, gli sorrise e lui rispose toccando con l’indice sinistro il berretto. Pedro si alzò e le andò incontro a stento. Ora la fatica di coordinare e muovere le zampine gli sembrava insopportabile, sono gli ultimi passi che farò, si disse a voce bassa, ma udibile. Clara lo guardò camminare e si fermò, in piedi sul marciapiede, posò il borsone sul marciapiede lurido e si portò le mani sulla testa. Cominciò a urlare: “Mio Dio, cosa gli avete fatto?”.

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