L’ultima volta che vidi mio padre

L’ultima volta che vidi mio padre fu un giovedì pomeriggio di metà agosto del 1979, nel giardino di casa. Era malato di cuore e in quei giorni stava sempre sulla sdraio, all’ombra sotto l’abete.

Papà nel 1959, il giorno del matrimonio con mamma.

Torno spesso in quel giardino, nella casa dove abita ancora mia madre. Mi piace starci mentre T., il mio cane mezzo Labrador mezzo non si sa, annusa, fa pipì sulle piante di rosa ancora vive dagli anni in cui le curava papà, abbaia e, quando si stufa e vorrebbe riprendere a passeggiare, uggiola e entra in casa per reclamare i pezzi di pane che mia mamma gli tiene da parte. Il muro di cinta a sud è scrostato e coperto di edera o verde di muschio; dentro ad alcune aiuole disegnate su un rettangolo coperto di ghiaia restano dei vecchi vasi che papà si costruiva da solo e decorava con rombi più scuri e che ora sono solo pieni di terra ma quasi tutti senza fiori. Addossata al muro di cinta verso nord c’è la vecchia voliera, anche questa costruita con le sue mani. Ci abitavano parecchi canarini, almeno fino a che papà ha avuto la forza per curarli. Da quasi 40 anni la gabbia è vuota, con lo sportello spalancato come se gli “uccellini” (così li chiamavamo a casa) fossero appena fuggiti. Alcuni in effetti fuggirono. Mio fratello ed io eravamo distratti e impacciati nell’aprire la voliera per lasciare il cibo e l’acqua, anche se non ricordo esattamente di averli visti volar via. Gli altri morirono: non credo per fame, alcuni catturati dal gatto che abitava nel giardino dei vicini e che quando capì che da noi nessuno aveva più davvero cura dei canarini e del resto, prese a fare incursioni frequenti; altri ancora vennero uccisi dalla noia.

Mio padre si chiamava Angelo, morì nove giorni dopo quel giovedì, il 26 agosto, a 53 anni.
La mattina dell’ultimo giorno della mia vita con lui scesi per colazione e poi andai a salutarlo. Era seduto sulla sdraio e dava le spalle alla porta, aperta dalla cucina verso il giardino. Io ero eccitato e ansioso. Papà era affaticato, dormiva poco la notte e si coricava spesso, per recuperare le forze. Poi, sdraiato, stentava a respirare e si rialzava, scendeva le scale un passo alla volta e tornava in giardino.

Quel pomeriggio avrei preso un treno per andare fino al Lussemburgo dove un aereo della compagnia islandese – antenata delle low cost – mi avrebbe portato negli Stati Uniti. Era una vacanza solitaria, doveva prepararmi alle scelte dell’autunno, per esempio se iscrivermi a una qualche facoltà universitaria, e a uscire dall’illusione che la vita potesse essere la prolungata irresponsabile finzione alla quale mi aveva abituato la scuola sbagliata e senza stimoli alla quale la mia testardaggine superficiale e la mancanza di consigli adulti credibili mi aveva condannato per cinque anni.
Prendo l’autobus oggi pomeriggio presto – gli dissi – preferisco arrivare in stazione un po’ prima.
Quante ore di treno per arrivare in Lussemburgo? – mi domandò, alzando un po’ la testa.
Allora vidi bene gli occhi chiari di papà, ed è così che lo ricordo, soprattutto adesso: con gli occhi aperti che mi guardavano, in attesa. Non saprei dire se aspettasse la mia risposta. Mio padre era un uomo buono e generoso, con una tendenza spontanea all’altruismo, voleva un gran bene alla propria famiglia, ma in quelle ultime settimane di vita io non fui capace di chiedergli mai cosa avesse in mente, cosa temesse o desiderasse. E credo che lui fosse così stanco e avvilito dalla malattia da non riuscire nemmeno a immaginare di spiegarmi con precisione dove andassero i suoi pensieri.   
Una decina di ore – risposi –  l’aereo partirà solo domani mattina, ho buona parte della notte da aspettare.
Ma hai risparmiato tanto prendendo quell’aereo dal Lussemburgo? Sarà un viaggio lungo fino a Pittsburgh, il treno, due aerei. Lo chiese tenendo la voce bassa, come era ormai abituato a fare, come se così potesse risparmiare le forze.
Sì, è un poco più lungo – dissi io – ma ho risparmiato davvero tanto. E non mi dispiace attraversare un pezzo di Europa prima di partire.
Papà non mi chiese quella volta, e non me lo aveva chiesto i giorni precedenti, cosa ci andassi a fare in America, se avessi programmato qualche viaggio da casa della zia verso una grande città o verso ovest. I soldi per il viaggio li avevo avuti quasi tutti da lui, naturalmente. Sapevo che gli piaceva l’idea che continuassi ad andare in giro: bastava sia a lui che a me.
Restammo in silenzio per un po’. Io avevo paura e rimorso. Era peggiorato nelle ultime settimane, e la possibilità della sua morte, pur sfocata, prese forma tra i miei pensieri, anche se cercavo di tenerla lontana.

Papà aveva subito poco meno di nove mesi prima una seconda operazione a cuore aperto. Aveva una valvola artificiale, ne aveva due artificiali in effetti, ma una aveva smesso di funzionare nella primavera del 1978. Era sul suo cuore dal 1972. L’altra continuava a fare il previsto, ma quella difettosa bastò a ucciderlo.

Ho cercato di ricordare come mio padre visse gli anni fra le due operazioni al cuore, fra il 1972 e il 1978. Mi piacerebbe essere convinto  –  come lo scrittore Richard Ford nel memoir Tra noi racconta a proposito di suo padre colpito da due infarti a distanza di anni  –  che anche papà visse come se ci dovesse sempre essere un domani, “fino al momento in cui non c’era più”. Intendo dire: non credo nemmeno io – proprio come il grande Richard Ford di suo padre – che papà fosse accompagnato dall’idea di ammalarsi di nuovo e magari di morire (cosa che poi però avvenne davvero). Credo visse in pace quegli ultimi sette anni, a parte gli ultimi mesi, come facciamo tutti noi, pensando che il tempo a disposizione sia virtualmente infinito, semplicemente perché non possiamo prevedere quando finirà o perché ci illudiamo di non poterlo prevedere.

Certo, in quei sette anni se la morte ronzò intorno ai suoi pensieri non la vidi. Lui sicuramente non me ne parlò mai: un silenzio che si giustifica facilmente, credo. Non so nemmeno se avesse parlato della morte con mia madre, anche se penso che cercasse di proteggerla, almeno negli anni in cui stava bene, e andava a lavorare regolarmente nell’officina dove faceva l’operaio specializzato, il tornitore, da questa possibile paura, esattamente come cercava di proteggere mio fratello M. e me.
Adesso però, nei giorni in cui i fantasmi dei rimpianti si fanno sentire, sono più vicini, penso che forse avrei dovuto fargli delle domande; chiedere più dettagli, su come si sentisse, o su come erano stati i mesi della malattia. Se mi fossi abituato a fare delle domande, a farne di più, forse sarei stato anche più capace di parlare con lui negli ultimi mesi prima che morisse, quando il suo silenzio poteva essere, per un po’ almeno, scosso dalle mie parole.
Perché forse, la notte, quando si svegliava per andare in bagno, o all’alba, quando il buio trascolora nel giorno e i pensieri di tutti noi si fanno un poco più lividi: forse allora la morte diventava per lui una cosa plausibile, non più così lontana.
Quando si ammalò di nuovo, nel 1978, invece lo vidi terrorizzato: sia nei giorni che precedettero l’intervento, sia quando si trovò, stravolto dal dolore e dalla fatica, dietro il vetro della Terapia intensiva dopo l’operazione. Ma in quei primi giorni era ancora pieno di speranza di farcela. Sono certo che credesse ancora nella vita, almeno fino all’estate dell’anno dopo, quando capì che il secondo intervento era stato inutile. Ma anche allora non mi disse niente sul futuro, e lo si può capire. Da mesi ormai non parlava più del futuro, suo e di nessuno di noi, forse perché cominciava a pensare che adesso il tempo che gli restava fosse quasi possibile prevederlo.

I miei primi ricordi della malattia di papà sono del 1971. Avevo 11 anni. La scena ripetuta delle ambulanze che lo portavano in ospedale. Le luci blu sotto il portone di casa, di notte. Mamma saliva in ambulanza con lui e poi arrivava uno zio o un cugino grande che li raggiungeva in ospedale e poi tornava da noi, per dirci che lo tenevano un paio di giorni, per cautela. Non saprei ora dire quante volte arrivò l’ambulanza a casa a prenderlo. E non ho nemmeno cercato di ricostruire quante volte venne prima dell’operazione del 1972, e quante volte dopo. Anche se le volte che venne dopo furono certamente poche, non più di due o tre, e così vicine alla seconda operazione e alla morte da esserne diventate quasi parte.

Il ricordo della mia paura si addensa in un giorno d’inverno del 1972, nell’ora di ginnastica alla scuola media che frequentavo vicino al Parco Lambro, quando pensai , con chiarezza e immaginando la scena , che papà sarebbe morto presto, forse quel giorno stesso. In quelle ore era in una sala operatoria all’Ospedale di Niguarda. Gli segavano lo sterno e aprivano il torace.
È un intervento a cuore aperto, aveva detto la mamma qualche giorno prima. Io sapevo che era una crudeltà necessaria, quasi eroica da parte dei chirurghi, ma pensavo che fosse inutile.
Papà sperava molto in questa operazione, disse poi mamma la sera al ritorno dall’ospedale dove lo aveva visto dal vetro della Terapia intensiva.
Per fortuna è andato tutto bene – aggiunse –, anche se è molto molto stanco. Poi mi guardò in silenzio. Non ricordo come erano gli occhi di mamma allora, quando era ancora una donna giovane. Li cerco spesso in quelli di oggi, più sereni e rassegnati, colmi di ricordi.
Prima dell’intervento al suo cuore del 1972, papà stava molto male. Aveva 46 anni e i piedi gonfi, respirava a fatica. La notte la passava quasi tutta seduto sul letto, sorretto da due, tre cuscini, si appisolava solo il mattino, esausto. Lo sentivo muoversi, lo sentivo alzarsi, a volte sentivo il rumore che faceva camminando nel corridoio della casa, illuminato dalle lucine colorate che usavamo per non stare al buio.

Senza l’intervento, dicono i medici – mi disse mamma qualche mese dopo – sarebbe andato avanti non più di sei mesi. Fu un reumatismo non curato a rovinargli il cuore. Quando era un ragazzino, attorno ai dodici anni, prima della guerra. La nonna A., la madre di papà – mi disse ancora mamma – le aveva raccontato nei giorni del 1971 in cui lei e papà le spiegarono che papà sarebbe stato operato, che quei dolori alle ginocchia e alle caviglie, in quegli inverni gelidi e con le case poco riscaldate lei se li ricordava bene e che forse tutto era davvero cominciato allora.

Quasi 40 anni dopo la morte, ho finalmente visto l’ultima fotografia di papà in vita. È molto piccola, è un ritaglio che mamma ha preso dalla foto completa per farla entrare in una cornice d’argento e che ora è su una cassettiera nel salotto a casa sua. Mamma ha detto che la foto è rimasta in una busta per tanti anni perché non le piaceva. Solo il tempo forse l’ha poi come trasformata, ha cambiato il modo in cui l’ha guardata. Al centro della stampa, poco più di 5 cm di base, lei è con papà: insieme guardano nell’obiettivo. Papà è a sinistra. È una foto fastidiosa, sfocata e leggermente mossa: i colori alterati, sovraesposti, il fotografo era troppo distante dai soggetti, c’è una grande fontana di pietra di una cittadina di campagna che domina i corpi. Papà morì meno di un mese dopo quello scatto.
Guardando questa foto – dissi a mio fratello dopo che mamma ce la mostrò nella cornice – mi viene da pensare che tutto fosse davvero già deciso nel momento in cui venne scattata. Come se papà fosse già rassegnato ad andarsene. È come quando si parla degli ultimi giorni di qualcuno dicendo che “stava già morendo”. Detesto quella foto, dissi.

Negli anni in cui stava bene, tra le due operazioni, papà sorrideva sempre quando nominava le valvole, era grato a quei pezzi di plastica, a quella portentosa tecnologia che gli permetteva di continuare a vivere, quei congegni meccanici attaccati al suo cuore che davano la vita ma anche la prendevano: il cuore le trasformava da meccanismo passivo in prolungamento di organo, vivo. Con le valvole nuove il cuore si faceva sentire, un ticchettio fastidioso a volte, altre volte quasi curioso. Nel silenzio della notte o quando nessuno parlava, il pomeriggio, mi piaceva andare ad ascoltare quel rumore artificiale nel suo petto. Lo ascoltavo, senza dire nulla. Lui era compiaciuto. Stavamo qualche minuto così, fermi a sentire da posizioni diverse il tic tac della valvole.

Nel dicembre del 1978 una delle due valvole artificiali era stata  dunque sostituita da una nuova. Questa volta però il sollievo era durato poco. Qualche mese. L’estate era arrivata e il caldo aveva portato la fatica, la stessa dei mesi prima dell’intervento. In fondo si può vivere – avrà pensato papà – anche con l’affanno a ogni ora del giorno e svegliarsi di notte col respiro affaticato. Però si vive e si pensa. Si ricorda, si immagina comunque un futuro, vicino, anche quello di domani e di dopodomani. Certo si è stanchi. Si passano molte ore in silenzio, in poltrona senza nemmeno riuscire a leggere per più di mezz’ora di seguito. Si ascolta questo cuore, con quello scatto innaturale che adesso suona come uno schiocco lontano; come un orologio irregolare e quasi scarico.

Un mercoledì pomeriggio di dicembre del 1978, pochi giorni dopo la seconda operazione, andai da papà in ospedale. Faceva freddo e l’ospedale di Niguarda era dentro la foschia, col suo fascino di immenso luogo della salute, organizzata e razionale. Pare che nel progettarlo negli anni ’30 avessero pensato soprattutto a ridurre le infezioni, a proteggere i pazienti evitando troppi contatti con gli altri malati, con il materiale contaminato; avevano avuto cura di separare bene i morti dai vivi, i passaggi, nei sotterranei, dalle sale. Le camere erano più piccole rispetto agli ospedali più vecchi, avevano “solo” sei letti. Dopo papà ci sono ritornato poche volte, forse due o tre. Anche oggi mi impressiona il grande ingresso con le statue, i porticati e corridoi lunghissimi per arrivare ai padiglione e ai reparti.

Le cose vanno bene – mi aveva detto mamma la sera prima, tornando a casa dalla visita – l’hanno spostato dalla “sala di rianimazione” – come la chiamava sempre lei e l’ha sempre chiamata così, negli anni a venire quando parlava di quei giorni di speranza – ed è in reparto. E fu in “reparto” che lo vidi e gli parlai. Arrivando in tram e poi camminando nell’ospedale ripetevo e rimuginavo ciò che volevo dirgli, almeno nei primi momenti, per non sembrare imbarazzato e per riempire il vuoto di silenzio. Soli lui e io: allora avevo molta più paura del silenzio di quanto non ne abbia ora.
Lo avevo già visto i giorni prima, ma da lontano, dietro il vetro sigillato che separava il corridoio “per i parenti” dalla Terapia intensiva. Aveva il respiratore artificiale, fleboclisi di idratazione, farmaci, infermiere che andavano e venivano intorno, medici che lo controllavano. Sembrava dormire sempre. Non era previsto che parlasse o mostrasse di vederci, anche se poi mi disse che mi aveva scorto dietro il vetro, entrambe le volte che ero andato in quella stanza che guardava, come un acquario, quegli uomini e donne fra la vita a cui stavano attaccati e la morte che per ora avevano allontanato.
Adesso invece sarebbe stato lì davanti a me. Saremmo stati vicini, l’avrei toccato, avrei potuto sentire la sua voce, e parlargli. Sono anni che non bacio papà – pensai.
Le sale dei letti per i malati hanno grandi finestre al Cà Granda, entra molta luce, fuori si vedono gli altri padiglioni, porzioni di giardino, i medici e gli infermieri vestiti di bianco o di verde, con gli zoccoli, che escono ed entrano, i trasporti di biancheria per i cambi. Dalle finestre che danno verso l’interno non si vede niente della città. C’è tanto silenzio. Dentro la stanza la luce era bianca, si avvertiva solo il vociare dei “parenti” che stavano vicini ai loro malati, quasi tutti operati o da operare presto. Questi ultimi che guardavano con bonaria invidia i compagni d’avventura che avevano già superato la prova.
Papà era nel secondo letto a sinistra, sdraiato su due cuscini, gli occhi aperti che mi scorsero subito, sorrise. Era prostrato, pallido e spettinato, la fronte sudata, i capelli appiccicosi ma gli occhi mi sembrarono luminosi, pieni di speranza.Gli presi subito la mano, come si fa con le persone anziane che ci paiono fragili e alle quali dedichiamo le nostre cure, o con i malati gravi. In questo caso era un malato che aveva superato una grande prova, molto rischiosa, ma ora si sarebbe ripreso, sarebbe tornato a vivere bene, come era successo dopo l’intervento chirurgico precedente. Come stai? Lui esitò, poi sorrise ancora e sussurrò: fa male qui, indicando vagamente con la mano il torace. Continuava a sorridere, era finalmente tranquillo, mi sembrava così giusto che fosse lì, risanato, protetto dall’ospedale, dai medici, dalle infermiere premurose, dal caldo dei termosifoni enormi e dipinti con cura di bianco. Dopo alcuni minuti, dopo alcune delle domande che avevo preparato, mi rilassai. Anche papà sembrava sereno, contento che fossi lì. Mi mostrò con lentezza e attenzione la ferita coperta dalle bende. Disse sorridendo: non posso ridere.
Devo a Richard Ford anche l’annotazione su Michael Ondaatje, lo scrittore canadese di origine singalese che scrivendo di suo padre ha ricordato il dispiacere di non avergli mai parlato da adulto. Posso dire che forse in quell’incontro dell’inverno del 1978 in ospedale, per la prima volta parlai o forse soltanto mi comportai con mio padre da adulto: per quanto mi sembri forzato, visto da qui, oggi, considerare “un uomo adulto” ciò che ero allora.
Certamente in quei giorni in ospedale per la prima volta nella mia vita pensai con un po’ di consapevolezza a papà come a “un corpo”. Un corpo sofferente, sicuro. Ma non fu tanto la sofferenza a sorprendermi: lo avevo visto soffrire altre volte nei mesi precedenti, e ricordavo alcune scene dei mesi di sette anni prima, i mesi e le settimane prima e subito dopo l’altro intervento al cuore. Fu invece il fatto che pensai distintamente al corpo che siamo, senza cercare idee strane sulle altre cose che vorremmo essere, cose come l’anima o lo spirito. Non ci avevo mai pensato, mai in modo così chiaro e semplice. Eccolo, papà, tutto papà. Il corpo, le cose che fa e sa fare con il corpo, la sofferenza del corpo, le parole che pensa e dice sono del corpo. Quando il corpo soffre, soffre e si ribella alla sofferenza, ma è una cosa sola, è solo il corpo, con se stesso.
Fu un pensiero che mi sarebbe tornato chiaro e pulito, quando, alcuni giorni dopo il funerale, andai con mamma a parlare con F. V., il primario cardiologo all’Ospedale Umberto I di Monza dove papà era morto. Guidai la Renault 4 bianca che avevamo comprato pochi mesi prima, in primavera di quell’anno, fino al centro della città. Andammo in quell’ospedale al centro di Monza, che tutti chiamavano “vecchio” San Gerardo, per distinguerlo da quello nuovo che era tutto concentrato in un enorme edificio bianco, costruito ai margini nord della città, vicino al Parco, verso la Brianza. Allora, invece, ancora alla fine degli anni ’70, Cardiologia era al “vecchio”, nel quale si entrava dall’edificio neoclassico -– costruito “secondo gli ultimi precetti dell’arte salutare”  –  inaugurato dalla Regina Margherita e dal Re Umberto I, nella “loro” Monza, meno di quattro anni prima che Gaetano Bresci ferisse mortalmente il re alla Forti & Liberi. I reparti erano edifici bassi e lunghi, uniti da passerelle coperte da tettoie, molte delle quali, negli anni ’70, in plastica. In questo ospedale dove morì mio padre, sarebbero nati, dodici e ventuno anni dopo, due dei miei tre figli.

V. era un uomo mite e gentile, che conosceva bene gli zii che abitavano a Monza, e che aveva già in passato visitato papà per consulti o controlli aggiuntivi. Era sua la metafora, del resto molto convenzionale, che però piacque tanto alle mie zie che, senza capire la ferita crudele che essa generava, amavano ricordarla ogni volta che si parlava della “malattia dell’Angelo”, e lo facevano anche se eravamo presenti mio fratello e io, e, naturalmente mia mamma. Il V. lo dice sempre – dicevano –: l’Angelo ha una spada di Damocle sulla testa. Avevano cominciato a dirlo già negli anni in cui stava bene. Quegli anni ai quali ho dedicato tanti sforzi dopo la morte di papà, per cercare di ricordarli senza vederli come un intervallo fra i due eventi che lo avrebbero ucciso. Quando poi questo pericolo che incombeva su papà si mostrò in tutta la sua cattiveria, V. tornò a occuparsi di lui, anche se ormai il danno la spada lo aveva fatto fino in fondo.

Entrammo nella saletta di aspetto del primario di cardiologia e dopo qualche minuto ci venne incontro, gentile e comprensivo. Ci spiegò, nel modo più semplice, cosa fosse successo negli ultimi mesi prima dell’operazione. La valvola meccanica, una delle due ,  l’altra aveva funzionato sempre bene ,  aveva retto per cinque anni, poi si era lentamente separata dal tessuto che la sosteneva e il cuore era tornato a soffrire. Questa condizione protratta per alcuni mesi prima della seconda operazione, aveva compromesso la funzionalità dell’organo.

La nuova valvola, per quanto fosse tecnicamente funzionante, era arrivata troppo tardi. Il cuore era inefficiente, si generò un edema polmonare che presto lo uccise. Ecco, il corpo che riposava in quel letto a Niguarda, che reagì all’operazione e sul quale avevo concentrato l’attenzione quel pomeriggio di dicembre del ’78, semplicemente, otto mesi dopo non ce la fece ad andare avanti. Nessuno spirito che vola via, nessuna condanna metafisica, nessuno volontà divina che infligge una prova a chi resta: no, nelle parole del primario, come nelle parole di papà e mie quel pomeriggio a Niguarda, c’era la semplice realtà della vita e della morte, nessun mistero.
La spiegazione del medico dell’ospedale rese giustizia a una visione naturalista , e di accettazione della vita “così com’è”, che aiutò il mio modo di considerare quel che era accaduto. Non cancellò il dolore, ma aiutò a spiegarlo, a comprenderlo, a tenerlo dentro la cornice dove doveva stare.

La telefonata arrivò presto la mattina del 26 agosto del 1979. Dalla camera al terzo piano della casa degli zii a Pittsburgh, lo squillo nel mio dormiveglia suonò come una campana stonata. Seduto sul letto aspettai pochi secondi: arrivò il pianto della zia che mi chiamava. Il tuo papà è morto, è morto, vieni – urlò. Scesi le scale di corsa fino alla camera da letto degli zii dove era il telefono. Lo zio era in piedi quando entrai, si avvicinò e mi tenne una mano sulla spalla quando presi il ricevitore per parlare con R., la cugina che dall’Italia aveva chiamato. R. in quei giorni era stata vicina a mio fratello e a mamma; lei aveva portato M. in montagna, dove erano rimasti fino a quella mattina, quando papà era morto.
Luigino – così mi chiamava –  il tuo papà è morto questa notte. La tua mamma adesso è qui da noi insieme alla nonna e mi ha chiesto di telefonarti.
Dille che cerchiamo di prendere il primo volo per Milano che riusciamo a prenotare oggi – disse la zia – e io, senza piangere, provai a spiegare alla cugina R. questa semplice decisione pratica che annullava almeno la distanza.
Era stata una notte agitata, passata a leggere una copia di Black Boy che avevo trovato su uno scaffale al terzo piano della casa, in un sobborgo benestante di Pittsburgh, dove gli zii vivono ancora. Al terzo piano c’erano parecchi libri, in edizioni degli anni ’60. Quella notte lessi un po’ di pagine di Richard Wright e guardai in televisione una partita di baseball che durò più di sei ore: i Pirates, allora fortissimi, giocavano a San Diego contro i Padres. La partita al nono inning era in parità, 2 a 2. Continuò fino al diciannovesimo, quando i pirati segnarono e vinsero 3 a 2. Ci pensai poi in aereo sulla lunga strada del ritorno in Italia che una partita così lunga e memorabile si giocò proprio nella notte in cui morì papà. Mentre gli inning si succedevano inutilmente, papà stava morendo.

Un’infermiera aveva chiamato mamma a casa alle sei del mattino. L’infermiera le disse di andare al più presto, immediatamente: perché suo marito si è aggravato. Mamma si vestì, avvertì la nonna che viveva con noi: devo correre in ospedale dall’Angelo. Quando raccontava, poi, quando tutto finì, mamma diceva che non aveva mai pensato, nemmeno per un secondo, che papà fosse morto.
Con l’auto, la mattina presto d’agosto, in meno di venti minuti arrivò all’ospedale, l’accompagnarono in una stanza che non era la stanza dove lo aveva lasciato la sera prima, dove era il suo letto di quei giorni. In quest’altra camera, più piccola, su una lettiga trovò il corpo morto di papà. Mamma pianse liberando il suo pianto, che tratteneva da mesi: perché mi hai lasciata sola – disse – almeno lo immagino, lo credo. Nessuno era lì con lei. Papà sul letto dei morti, ancora con il suo pigiama in ordine ,  lo aveva indossato pulito e stirato la sera prima di morire . Il volto appena ricomposto da una mano abituata alla prima cura di chi se ne va dalla vita negli ospedali e il caso gli ha assegnato una morte in solitudine.
Innumerevoli donne e uomini lo hanno vissuto, il momento in cui la persona che hanno amato, una delle persone che hanno amato di più se ne va per sempre attraverso le ascensori che conducono all’obitorio dell’ospedale.
Io non c’ero, ero lontano. Papà morì solo. Mamma andò sola in ospedale e si trovò sola con lui, il suo uomo, morto a 53 anni, mentre una lettiga di metallo lo trasportava nei sotterranei.

Partimmo, la zia e io, quello stesso pomeriggio dall’aeroporto di Pittsburgh per il Jfk. Lo zio aveva trovato dei posti sul volo Twa per Milano, erano dei posti in prima classe, gli unici ancora liberi. Servivano champagne ogni tre ore: fu un volo fuori dal tempo, ero euforico per l’alcol e per la lettura di Oblomov, il romanzo della fine della mia adolescenza, che mai mi era sembrato così chiaro, giusto e universalmente evidente.

10 commenti

  1. Commovente memoria di sentimenti e dolori che – purtroppo – tutti, prima o poi, conosciamo naturalmente. Le memorie di questo tipo rimandano sempre ai naturali rimorsi per come avremmo voluto accompagnare i nostri genitori al passo più importante della loro vita (se solo ne avessimo conosciuto il tempo) e come spesso non abbiamo potuto o saputo fare: “quante ore di treno per arrivare in Lussemburgo?” è la domanda che dà il senso al valore del tempo nelle diverse fasi della nostra vita.
    I complimenti per questa bella memoria sarebbero fuori luogo; ci basta l’averla condivisa. Grazie.

    "Mi piace"

  2. Questa narrazione di un dolore e di una morte ci avvicina alla morte altrui ma soprattutto alla nostra, a cui pensiamo troppo poco. Grazie, quindi, per la tenerezza e per il tono sommesso e vero.

    "Mi piace"

  3. Grazie Luigi per quest’intensa testimonianza in cui ancora una volta la vita e la lettura sono inestricabilmente avvinte

    "Mi piace"

  4. Conosco bene, Luigi, l’ esigenza di mettere le cose a posto, ricordare i fatti, la successione, nominare il dolore. E’ un processo impellente che teme l’ oblio ( e se poi mi dimenticassi di qualcosa?) e vuole lasciare traccia in noi e negli altri di quanto è accaduto. Perché è vero che
    Abbiamo imparato davvero molto, lo sai./Come viene tolto, via via,/ciò che tolto non poteva essere, le persone, le contrade./E il cuore non muore quando sembra che dovrebbe. Czesław Miłosz, Elegia per N.N.

    "Mi piace"

  5. @ Mio padre era un uomo irrequieto, pieno di disturbi fisici, spesso depresso.Allora non usciva dalla camera, restava a letto al buio, piangeva spesso. Mia madre non tentava nemmeno di contrariarlo, sopportava leggendo e fumando in in angolo del soggiorno, attenta alle chiamate.
    Poi un bel giorno, come sempre, usciva dal letto e dal buio, e si presentava elegantissimo, profumato e pieno di energia.Andava al lavoro, stava con gli amici e suonava la chitarra dopo cena, e se ero in casa mi chiedeva di cantare , canzoni vecchie di anni, che gli piacevano. Roberto, Murolo “a cassaforte”e cose cosi. Stava bene per mesi fino alla prossima crisi. In famiglia si decise di portarlo in una clinica di lusso, dove avrebbe avuto cure, terapie di avanguardia ecc.
    Io dovetti accompagnarlo in macchina. Lui accanto a me , mia madre dietro.Sentivo che era agitato, spaventato, pentito di aver scelto quella ” cura”.
    Arrivammo a villa x , una suite di lusso, la cena in camera per mamma. e papà. Li lasciai turbata , tornai a casa dai miei figli, dalla mia famiglia. Vedrete che si rimetterà, che sarà contento. Comunque il giono dopo saremmo andati a trovarlo,
    Alle cinque del mattino suonò il telefono di casa, a lungo, dormivamo tutti. Andai io a rispondere : mia madre , stravolta , disse : il papà e’ morto.Cosa poteva essere successo a quel bell’uomo, vivace e elegante, appena sessantenne, ? Mamma racconto’, disperata, : non voleva andare a letto, voleva andarsene subito.Gli fecero qualcosa per calmarlo ma lui non si calmava. Lo misero a letto e…lo legarono perché dava in escandescenze. E lui , dopo aver gridato a lungo, disperato si calmò . Poi mamma durante la notte si accorse che era morto.
    Quella villa nonsoché c’è ancora e la gente va a farsi curare spendendo un mucchio di soldi.Poi tutti tornano a casa ” ingiovaniti e contento.
    Dopo tanti anni ancora mi chiedo perché legarlo?

    "Mi piace"

  6. Ringrazio tutti voi che avete lasciato parole attaccate a questa piccola memoria della mia vita e ringrazio anche tutti gli altri che mi hanno scritto in privato per comunicarmi ricordi, idee, emozioni e sentimenti. Vi abbraccio idealmente tutti
    buon anno

    "Mi piace"

  7. E’ bellissimo! Ho pianto nel leggerlo ma credo piu per gioia che tristezza. Sono molto orgogliosa di te, Luigino. Non mi dimentichero mai quel brutto 26 agosto. Era Dominica la telefonata di Rina mi sconvolse tantissimo ma non quanto l’espressione del tuo volto, dopo tanti anni e’ vivo in me quell’ orrendo momento. Ti vogliamo bene, zia Teresa e Tom

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.