Due parole a proposito di un romanzo di Han Kang, Non dico addio, Adelphi, 2024 (originale 2021).
La questione che mi interessa è la voce narrante: è di un personaggio protagonista della storia, una scrittrice che ricorda da vicino alcuni aspetti dell’autrice, anche se è un personaggio di finzione a tutti gli effetti.
Dunque lei, Gyeong-ha, fa dei sogni strani che richiamano un cimitero sommerso dal mare. Tenendosi in compagnia di questi sogni Gyeong-ha deve andare sull’isola di Jeju, siamo dunque in Corea del Sud, per conto di un’amica che è in ospedale. Deve andarci per salvare dalla condanna a morte per fame e sete due uccellini che appartengono all’amica e che sono chiusi nella sua casa sull’isola.
Gyeong-ha, come la stessa Han Kang (Nobel 2024), ha pubblicato da qualche anno un libro sul massacro di Gwangju, avvenuto nel 1980 quando l’esercito sparò sugli studenti che chiedevano la democratizzazione del regime sudcoreano. Ebbene, ora la protagonista, Gyeong-ha, finisce a Jeju dove viene circondata da ricordi, testimonianze, suggestioni di un altro massacro, questa volta avvenuto nel 1948, proprio a Jeju, quando l’esercito represse nel sangue e in modo indiscriminato una presunta insurrezione comunista, uccidendo migliaia di persone. Un massacro che il regime ha sempre cercato di negare, nascondere, imponendo il silenzio, cancellando la memoria.
A parte il contesto storico rilevante, il romanzo è decisamente affascinante per come la narratrice in prima persona, attraverso sogni, allucinazioni, incontri immaginati, fotografie, testimonianze, ricordi di dialoghi viene a conoscenza della terribile repressione, circondata dalla natura esuberante dell’isola, dalla foresta e dal mare.
Senza rivelare aspetti che potrebbero irritare chi non vuole anticipazioni, possiamo dire che il romanzo di Han Kang è notevole proprio per la presenza di molte voci, volti, suoni, che abitano la scrittura rendendo polifonica una storia che è sempre costantemente condotta da una voce narrante alla quale in alcuni momenti non riusciamo neppure ad attribuire lo status di affidabilità e di corrispondenza alla realtà, presa come è nella rete onirica.
La sua voce e il modo in cui racconta sono piccoli miracoli di tecnica che rendono il romanzo decisamente bello e che possono anche diventare guide per la scrittura, specie per chi è alla ricerca di forme per usare la prima persona autobiografica in modo originale e capace di lasciare spazio anche alle voci degli altri.
[Immagine: Rufino Tamayo, Tres Personajes – 1970 – Wikiart]
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