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Racconti autobiografici, non racconti nostalgici

Il carattere retrospettivo della scrittura di memoria e delle storie di vita dovrebbe essere affiancato dalle riflessioni sul presente e sul nostro posto nel mondo. C’è infatti un atteggiamento diverso quando leggiamo e scriviamo una storia che potremmo definire retrospettiva rispetto a quando ci troviamo con un racconto che si proietta avanti nel tempo.

Verdun, Felix Vallotton • 1917

C’è un atteggiamento diverso quando leggiamo e scriviamo una storia che potremmo definire retrospettiva rispetto a quando ci troviamo con un racconto che si proietta avanti nel tempo.

È facile da cogliere la differenza, se solo ci pensiamo e prestiamo attenzione.

Una storia che si proietta in avanti si srotola davanti a noi, mentre la leggiamo, come se gli eventi avvenissero in quel preciso momento e proseguissero, nel futuro.

Ovviamente non è così, dovremmo sapere – se ci pensiamo con piglio disilluso, che in genere non dovrebbe appartenere al lettore – che è comunque retrospettivo il racconto. Ma accettiamo la convenzione e l’illusione: gli eventi si svolgono davanti a noi, proprio mentre leggiamo.

Una storia retrospettiva invece è tale perché il narratore mostra la sua posizione nel momento di raccontare, quando si compie l’atto narrativo, la sua posizione nel tempo rispetto agli eventi raccontati: 

«Sono passati quarant’anni dall’ultima volta che parlai con mio padre, e quella fu anche l’ultima volta che entrai nella sua vecchia casa in città.» 

Se invece scrivo:

«Entrai in casa e mi trovai davanti un essere spaventoso, cercai di fuggire ma lui mi afferrò…»  e se non ho scritto nulla che mostri e collochi l’atto narrativo in qualche posizione nel tempo rispetto all’azione, ho un racconto che parte da un prima ma va in avanti. 

Nel racconto retrospettivo l’impressione immediata che ho è che esso parta dal presente (il momento dell’atto narrativo) e che torni indietro per poi riavviarsi verso il punto in cui si trova chi racconta.

A.A. Mendilow (citato da Gérard Genette) spiega bene cosa intendiamo; sostiene infatti che sia addirittura tutta la scrittura in prima persona ad apparire retrospettiva. Su questo possiamo, con Genette, dissentire. Ma il suo ragionamento si adatta benissimo, in ogni caso, al racconto autobiografico. Raramente, dice Mendilow, esso arriva a dare l’illusione della presenza e dell’immediatezza. Invece di facilitare l’identificazione del lettore col protagonista, tende a mostrarlo lontano nel tempo. L’essenza di un romanzo in prima persona (io direi di uno scritto autobiografico) «è di essere retrospettivo, di stabilire una distanza temporale riconosciuta fra il tempo della storia (quello dei fatti che si sono realizzati) e il tempo reale del narratore, il momento cioè in cui quest’ultimo racconta tali avvenimenti. Esiste una differenza capitale fra un racconto che parte dal passato  per procedere in avanti, come nel romanzo in terza persona, e un racconto che parte dal presente e si dirige indietro, verso il passato, come nel romanzo in prima persona. Nel primo abbiamo l’illusione che l’azione si stia svolgendo; nel secondo, l’azione viene captata come già avvenuta» (AA.A. Mendilow, Time and Novel, London 1952, citato da Gérard Genette, Figure III, Einaudi, 2006 (1976), p. 215, nota).

Padroneggiare il racconto retrospettivo, collocarlo in modo preciso oppure no nel tempo rispetto alla storia che narra, aiuta a plasmare e mostrare il carattere del narratore autobiografico, la sua consapevolezza e maturità rispetto agli eventi che racconta.

Pensiamo alla differenza fra il racconto di una scena avvenuta nell’infanzia e narrata dal protagonista ormai anziano e la stessa scena raccontata dallo stesso protagonista ancora molto giovane.  

Questa consapevolezza però ci deve aiutare anche a non dare alle nostre scritture autobiografiche un tono eccessivamente orientato al passato. 

Dobbiamo innervarle di riflessioni metanarrative e sul tempo in cui avviene l’atto di raccontare. Di persone del nostro vivere contemporaneo che ci aiutino a mettere in prospettiva il passato. A evitare che le scritture autobiografiche diventino pure scritture di nostalgia.

Immagine: Verdun, Felix Vallotton • 1917, Wikiart

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