Alcune annotazioni su un libro che mi è sembrato bello e importante. È Domanda n. 7 di Richard Flanagan, La nave di Teseo, 2026 (originale: Question 7, 2023).
Dentro questo libro troviamo le storie di famiglia di Flanagan nella Tasmania rurale (dove è nato nel 1961), in particolare del padre e della madre; ma anche la consapevolezza della violenza coloniale, razzista e di classe sulle quali si fonda la storia moderna dell’intera Australia.
C’è poi il peso del ricordo, sempre presente, come fosse sotto la pelle dell’autore, di un’esperienza terribile di quasi annegamento che è con lui da quando aveva 20 anni.
E poi, in capitoli e paragrafi che si alternano con gli altri temi, il bombardamento atomico del Giappone, la storia del padre prigioniero dell’esercito imperiale giapponese costretto al lavoro forzato in una miniera e nei cantieri per la costruzione della famigerata “Ferrovia della morte” (sull’esperienza della prigionia del padre Flanagan ha scritto un libro premiato con il Man Booker Prize nel 2014, La strada stretta verso il profondo Nord (La nave di Teseo).
In Domanda n. 7 poi incontriamo uno scienziato ungherese, Leó Szilárd, che ha portato con sé fino alla fine della vita una sorta di responsabilità morale per le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, e HG Wells, che, in un romanzo scritto molti anni prima dell’era atomica, aveva immaginato il delirio e la distruzione nucleare che Szilárd, dopo aver letto quel libro, contribuì in un modo imprevedibile a realizzare.
Un tempo verbale che non è passato, non è presente e non è futuro
E ancora, l’idea affascinante di un tempo verbale che non è presente, non è passato e non è futuro. Anzi forse questa è una delle idee più feconde di Domanda n. 7. Perché ci fa intuire che quello che è accaduto sta ancora accadendo. “Perché la scrittura rimane intrappolata nei tempi verbali mentre la vita no. La vita accade sempre, è sempre accaduta e sempre accadrà, e l’unica scrittura che vale qualcosa confonde il tempo e ne rimane fuori, nuota con il tempo e vola con esso e vi si immerge nel profondo, cercando la risposta a una sola insistente domanda: chi ama più a lungo?” (p. 107).
La domanda n. 7 di Čechov
Questo passaggio tra l’altro è un tentativo di risposta all’enigma proposto direttamente dal titolo di questo libro di Flanagan. La domanda n. 7 si riferisce a un racconto di Anton Čechov, “Problemi posti da un matematico pazzo”, nel quale una serie di domande simili a quelle dei problemi delle ore di matematica a scuola si conclude con una domanda del tutto incongruente: “Chi ama più a lungo, l’uomo o la donna?” (p. 33).
Sappiamo quanto e come la genialità di Čechov stia (fra l’altro) proprio nella sua insistenza nel fare scaturire domande dalle sue storie, che mai e poi mai pretendono di dare risposte. La letteratura – e vorrei dire: anche la scrittura delle nostre vite – non può e non dovrebbe dare risposte, pone domande alla vita. La quale è la sola a cercare risposte e a provare a dare un senso a se stessa.
Scritture e letture
Il libro di Flanagan è importante per chi vuole scrivere storie autobiografiche: ci offre un modello al quale ispirarci; uno scritto nel quale persone, avvenimenti, pensieri della nostra vita si affiancano alle letture che facciamo, alle storie di donne e uomini che abbiamo incontrato sui libri, alla grande storia che li ha travolti e a quella che ci ha sfiorato.
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L’immagine è Corridor di Karl Benjamin, 1960 (Wikiart)
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