Un gruppo di lettura che coordino ha in programma la discussione di una raccolta di racconti di Alice Munro, Uscirne vivi (Dear Life, 2012), l’ultimo libro di storie dall’autrice premio Nobel per la letteratura, pubblicato in Italia nel 2013.
La scelta è caduta su Munro per una serie di motivi che riguardano l’estetica e i temi della sua scrittura. In alcun modo nell’arrivare a questa decisione è stata considerata la nota questione degli abusi sessuali subiti dalla figlia di Munro, Andrea Skinner, da parte di Gerald Fremlin, suo patrigno e secondo marito di Alice. Andrea subì gli abusi di Fremlin dall’eta di nove anni, nel 1976, fino alla pubertà. Quando da adulta affrontò finalmente con la madre la questione, Alice sembrò voler ignorare la gravità dei fatti, schierandosi comunque dalla parte del marito. Nel 2005 al processo, Fremlin si dichiarò colpevole e venne condannato per violenza sessuale.
La vicenda è stata resa nota in pubblico dalla stessa Andrea Skinner nel 2024, due mesi dopo la morte della madre.
Andrea nel 1992 scrisse delle violenze subite dal patrigno in una lettera a Alice che però, dopo alcune settimane di esitazione, decise di continuare a stare con Fremlin e di proteggerlo. Rivelando nel 2024 l’intera faccenda delle molestie subite e le reazioni della madre oltre che degli altri famigliari e di persone vicine alla famiglia – suo padre Jim (e primo marito di Alice), le sorelle e il fratellastro, la seconda moglie di Jim, ma anche il biografo di Alice, tutti al corrente delle violenze di Fremlin – Andrea ha detto di aver voluto che questi fatti diventassero “parte delle storie che il pubblico racconta” a proposito di sua madre.
Non è il caso di entrare ulteriormente negli eventi, dei quali la scorsa estate si è occupata anche la stampa italiana. Da lettori di Munro credo invece ci possa interessare la domanda seguente: deve cambiare la nostra lettura della fiction di Alice Munro alla luce di questi fatti?
La risposta è no, anche se sappiamo che usava nelle storie che scriveva eventi, relazioni personali e conflitti famigliari con riferimenti che, a chi la conosceva bene, sono apparsi sempre molto precisi e specifici. Scrivendo, ha detto la secondogenita Jenny a Rachel Aviv (“Alice Munro’s Passive Voice”, The New Yorker, 23 dicembre 2024), faceva passare “tutto ciò che di difficile avveniva nella sua vita attraverso quella macchina [la scrittura] che trasformava tutto in oro”.
Non è un buon metodo di lettura però applicare interpretazioni biografiche all’opera di grandi autrici e autori. L’opera dovrebbe essere in sé più o meno significativa; in autonomia da ciò che sappiamo dell’autrice, dovrebbe aver in sé tutte le componenti per sprigionare la sua forza artistica. Essa sta nel tessuto affettivo e morale, che sappiamo essere assai complesso, ambiguo e spesso irrisolto, rappresentato dentro le storie di Munro. Diverso è il ragionamento sul tessuto di letture e di riferimenti che ogni scrittore ha e che, per molti versi, finisce per offrire una prospettiva su ciò che ha scritto.
Non dovrebbe essere dunque una referenza alla vita dell’autrice a conferire senso all’opera di finzione. Piuttosto, è l’intreccio che si crea fra le storie di finzione che leggiamo (anche quelle di Munro) e le nostre vite, a essere rilevante per noi lettori. È questa la referenza che ci deve interessare. Ed è in questo intreccio che i lettori trovano il senso personale e idiosincratico delle proprie letture; ed è questo senso personale – come noto – a essere l’oggetto dei racconti personali dei lettori dentro i gruppi di lettura. (Se vi interessa approfondire questo intreccio fra la lettura delle opere e la nostra vita di lettori, intreccio che complica anche il modo in cui vediamo gli autori e quindi forse destabilizza un poco la mia sicurezza su come dovremmo o non dovremmo leggere Alice Munro dopo aver saputo di questa storia, vi consiglio l’articolo di Costanza Jesurum, uscito su Snaporaz nel luglio 2024: “Nella testa di Alice Munro (e dei suoi lettori)”, sul quale vorrei tornare nei prossimi giorni.)
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D’altra parte però, per i lettori interessati alla scrittura autobiografica – in tutte le sue articolazioni, in particolare quelle che non considerano con integralismo l’illusoria necessità di fedeltà veritativa di ciò che viene narrato in un racconto autobiografico – possono essere molto significativi i processi che nel laboratorio di Munro hanno portato la sua vicenda biografica, trasfigurata e rielaborata in forma artistica, nei suoi racconti di finzione. Di questo ci occuperemo in un articolo nei prossimi giorni.
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L’immagine di apertura: Safety is Your Business, Malcolm Morley, 1971 – Wikiart

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