Don DeLillo, “Rumore bianco”, al gruppo di lettura “Grandi libri”

Il Gruppo di lettura “Grandi libri” legge Don DeLillo, Rumore bianco (Einaudi). L’incontro sarà il 28 febbraio ore 20:45, online ma anche “in presenza” alla Biblioteca di Cologno Monzese, Piazza Mentana.
Come sempre l’incontro di discussione è aperto a tutti, anche a chi non ha letto il libro. Chi intende partecipare online, e non è nella lista del gruppo, può mandare un messaggio a gruppodilettura@gmail.com: riceverà qualche giorno prima il link per entrare nella sala virtuale della discussione.
Chi invece decide di partecipare venendo in biblioteca, potrà accedere direttamente.

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Rumore bianco venne pubblicato nel 1985 ed è considerato un romanzo “postmoderno”, nel quale la trama contiene una sorta di complotto – in inglese potremmo usare plot sia per trama che per complotto – ma soprattutto è una riflessione a molte voci, irresistibilmente divertente e angosciante sulla presenza della morte nell’immaginario della borghesia americana e occidentale in genere.
È narrato in prima persona dal protagonista Jack Gladney, fondatore e responsabile del Dipartimento di studi hitleriani di una piccola università dell’est degli Stati Uniti. Vive con la moglie Babette, e con figlie e figli avuti nei loro precedenti matrimoni, tranne il più piccolo.

Intuiamo che Jack è seriamente preoccupato che il benessere e la sicurezza sua e della famiglia possano essere minacciati da pericoli incombenti ma non identificati. Fino a quando una perdita di un impianto chimico mostra direttamente che per Jack quella paura è la paura della morte, che, in fondo, conosciamo bene anche noi (almeno credo).

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Proprio in questi giorni Einaudi ha pubblicato il libro in una nuova traduzione di Federica Aceto. La precedente traduzione era di Mario Biondi del 1999. In Italia White noise era stato portato dall’editore Tullio Pironti nel 1987.

Scrive Einaudi nella quarta di copertina della nuova edizione:

“Fin dalla sua prima apparizione nel 1985, Rumore bianco di Don DeLillo si è imposto come un vero e proprio romanzo di culto, apice del postmoderno americano: non a caso il successo di critica e di pubblico culminò con la vittoria del National Book Award. Meno scontato era prevedere che nei decenni successivi Rumore bianco avrebbe continuato a essere la piú precisa, divertente e inquietante mappa per orientarsi nei tempi nuovi e sconosciuti in cui la civiltà occidentale stava entrando. È come se, nei quasi quarant’anni che ci dividono dall’uscita del libro, la realtà si fosse messa di impegno per adeguarsi e coincidere sempre piú con l’immaginazione di DeLillo. Oggi piú che mai quelle di Rumore bianco sono le pagine a cui tornare per fare i conti con la nostra ossessione per le merci, la fascinazione per i disastri, la dipendenza drogata dall’informazione, il terrore in tutte le sue varianti, la paura che come una frequenza bassissima penetra costantemente nelle nostre vite, «onde e radiazioni», «il culto delle star e dei morti». Ma questo classico moderno è anche, e qui sta ulteriormente la grandezza di DeLillo, la satira feroce di chi ama i concetti piú delle persone, una commedia famigliare esilarante, la tenerissima storia di un matrimonio, sghembo e fallibile, umano e pieno d’amore. Rumore bianco è diventato cosí uno dei romanzi piú influenti e amati dagli scrittori delle generazioni successive, a partire da David Foster Wallace e Jonathan Franzen, e tanti altri autori anche italiani. Nel 2022, Noah Baumbach ne ha tratto un film con Adam Driver e Greta Gerwig distribuito da Netflix e presentato come film d’apertura alla 79a Mostra di Venezia. Einaudi lo ripropone in una nuova traduzione a firma di Federica Aceto che ne restituisce la freschezza e l’incredibile modernità, tanto che anche chi l’ha già letto avrà l’impressione di scoprirlo ora per la prima volta.”

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Questo invece  l’incipit nella traduzione di Biondi:
Le station wagon arrivarono a mezzogiorno, lunga fila lucente che attraversò il settore occidentale del campus. In fila indiana girarono con cautela attorno alla scultura metallica in forma di I, color arancio, dirigendosi verso i dormitori. I tetti delle auto erano carichi di valige assicurate con cura, piene di abiti leggeri e pesanti; scatole di coperte, scarponi e scarpe, cancellerie e libri, lenzuola, cuscini, trapunte; tappeti arrotolati e sacchi a pelo; biciclette, sci, zaini, selle inglesi e western, gommoni già gonfiati.

E l’inizio del secondo capitolo:
Babette è alta di statura e dimensioni piuttosto vaste. Ha una circonferenza e una presenza notevoli. I suoi capelli formano una zazzera di un biondo entusiasta, quella tonalità fulva che un tempo si definiva biondo sporco. Se fosse minuta, sarebbero troppo bamboleggianti, birichini, artefatti. La mole invece conferisce al suo aspetto arruffato una certa serietà. Le donne di vaste dimensioni, a quelle cose non ci pensano. Mancano della furberia che serve per le trame del corpo.

Torneremo più avanti su Rumore bianco, occupandoci un po’ delle differenze fra le due traduzioni Einaudi.

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Qui un assaggio anche dell’originale americano:

“We are quartered in Centenary Hall, a dark brick structure we share with the popular culture department, known officially as American environments. A curious group. The teaching staff is composed almost solely of New York émigrés, smart, thuggish, movie-mad, trivia-crazed. They are here to decipher the natural language of the culture, to make a formal method of the shiny pleasures they’d known in their Europe-shadowed childhoods—an Aristotelianism of bubble gum wrappers and detergent jingles.”

Un dialogo:

“Did you ever spit in your soda bottle so you wouldn’t have to share your drink with the other kids?”
“How old were you when you first realized your father was a jerk?”
“Exactly how elevated is my potassium?”

E un altro:

“Remember that time you asked me about a secret research group? Working on fear of death? Trying to perfect a medication?…Such a group definitely existed. Supported by a multinational giant. Operating in the deepest secrecy in an unmarked building just outside Iron City.”
“Why deepest secrecy?”
“It’s obvious. To prevent espionage by competitive giants. The point is they came very close to achieving their objective.”

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