Prepararsi alla scrittura autobiografica

– Primi appunti su Graphein: scrivere di sé a Anghiari.
– Le idee di Elias Canetti a proposito dei Diari
– Eribon e il Ritorno a Reims

Jeffrey Smart, Lovers by House, 1956 (WikiArt)
Jeffrey Smart, Lovers by House, 1956 (WikiArt)

La nostra esperienza – di eventi, di pensieri e emozioni – diventa oggetto di narrazione autobiografica. È, semplificando, il lavoro che si compie, quasi come un miracolo, alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Finalmente, in questo 2020 frequento per alcuni giorni questo luogo e le altre persone che hanno scelto di conoscere la “Libera”. In particolare, siamo nel ciclo di incontri/corso di Graphein (in sostanza il primo di tre possibili livelli di lavoro sull’autobiografia) – come lo chiamano Duccio Demetrio, che è il fondatore della Libera, e le altre numerose persone che collaborano alla conduzione dei corsi e dei seminari.

Non provo qui a spiegare e raccontare quel che si fa alla Libera. Il lavoro autobiografico è prima di tutto un lavoro di scavo e, diciamo così, di decostruzione dei ricordi, molto prima della selezione di questi ricordi e della scrittura. Probabilmente ci tornerò nei prossimi mesi, quando il percorso avviato sarà più comprensibile e le implicazioni emotive più controllabili, per tutte le persone coinvolte.

Qui vorrei solo sottolineare l’interesse e la portata di alcuni tipi scrittura che credo possano essere considerati di preparazione del lavoro per l’autobiografia e memorialistica.

Franz Kafka, lettere

In primo luogo attraverso la scrittura di lettere. Per questo genere, in treno nel viaggio verso e da Anghiari ho letto le Lettere a Milena di Franz Kafka (Mondadori), nel quale, avendo solo gli scritti di Kafka e non le risposte dell’amata, si trova quasi una forma di diario, un dialogo nel quale manca una delle due voci. (Di Kafka esplicitamente autobiografico si possono leggere anche i Diari, naturalmente, oltre alla Lettera al padre).

Elias Canetti

L’altra opera che vorrei ricordare è un breve saggio di Elias Canetti del 1965, Dialogo con il terribile partner, raccolto in La coscienza delle parole (Adelphi). Canetti dice che gli preme “lo spicco, l’acutezza e la concretezza di tutte le cose che compongono una vita” e che un uomo così “esploderebbe o in qualche modo andrebbe in pezzi se non si calmasse scrivendo un diario”. E aggiunge,

Si stenta a credere quanto la frase scritta possa calmare e domare l’uomo. La proposizione è sempre un ‘altro’ rispetto a colui che la scrive. Gli sta dinanzi come qualcosa di estraneo, una subitanea, solida muraglia, di là dalla quale non si può saltare. […] Gradualmente viene componendosi un labirinto, in cui chi l’ha costruito si orienta a stento. Girando e rigirando, egli si calma.
[…] Vi sono inoltre cose che non si possono dire a nessuno, neppure ai più intimi, poiché di esse ci si vergogna troppo. Non è bene che non vengano mai espresse, non è bene che cadano nell’oblio.
[…] Per sfuggire a questa indegnità bisogna mettere per iscritto ciò di cui si prova vergogna, e poi, molto più tardi, anni più tardi forse, quando si trasuda contentezza di sé da tutti i pori, quando meno ce lo si aspetta, trovarsi d’un tratto orripilati davanti a ciò che si era scritto.
[…] La vacuità di molti diari consiste nel fatto che in essi non si trova nulla di cui l’autore voglia calmarsi.

Resta da aggiungere, che Canetti distingue fra “diari”, “quaderni di appunti” e “agende”.

I “quaderni d’appunti sono spontanei e contraddittori. Contengono idee che talvolta nascono da una tensione insopportabile, ma spesso anche da grande leggerezza. […] Nei momenti in cui egli si vede come uno schiavo dei propri intenti, una cosa soltanto può essergli d’aiuto: deve cedere alla molteplicità delle sue inclinazioni, e mettere giù, senza selezionarle, le cose che gli passano per la testa.”
[…] Molto più tardi, quando tutto appare ormai come se fosse scritto da un’altra persona, è possibile ritrovare nei quaderni cose che, per quanto potessero sembrare prive di senso a colui che le scrisse, d’improvviso acquistano significato per altri. E poiché chi le scrisse è ora egli stesso un altro, può trasceglierne ciò che serve senza particolare fatica.

L’agenda. Scrive Canetti:

Nelle agende, che sono quasi sempre piccoli calendari, segno molto brevemente ciò che in particolare mi colpisce o mi soddisfa. Là si trovano i nomi delle pochissime persone grazie alle quali si è respirato e senza le quali non si sarebbero sopportati tutti gli altri giorni. […] Tutto è menzionato soltanto in tre o quattro parole; i nomi sono la cosa principale; si tratta del giorno in cui nuove cose, nuove persone sono apparse nella nostra vita, o vi si è ripresentato come se fosse nuovo ciò che era scomparso.
Di queste agende si può dire con sicurezza una sola cosa: che non interessano a nessuno. […] Non appena in esse c’è qualcosa di più, non appena ha inizio la riflessione sulle cose, le agende escono dall’ambito dei calendari per annotazioni e cadono in quello dei diari.

Il diario. Scrive Canetti:

Nel diario dunque si parla con se stessi. Ma che cosa significa? […]
Il primo vantaggio che si presenta all’io fittizio al quale ci si volge sta nel fatto che egli ascolta realmente. […] Tuttavia non ci si immagini che questo ascoltatore ci faciliti il compito. Poiché ha il pregio di capirci, con lui dobbiamo essere sinceri. Non solo è paziente, è anche maligno. Non lascia passare nulla, indovina tutto. […] L’altro con cui parliamo nel diario muta le sue parti. […]
Una cosa però deve essere posta in luce: un diario che non possegga questo carattere prettamente dialogico mi sembra privo di valore; non potrei tenere il mio diario se non nella forma di tale colloquio con me stesso. [Ma] nel diario non si parla solo con se stessi: si parla anche con gli altri. Tutti i colloqui che nella realtà non si possono portare fino in fondo poiché finirebbero in atti di brutalità, tutte le parole assolute, irriguardose, spietate, che spesso sentiamo di dover dire agli altri, tutto questo si deposita nel diario. In esso restano segrete, giacché un diario che non sia segreto non è un diario.

Didier Eribon

Infine, due parole su Didier Eribon e il suo libro memoir–studio sociale e di teoria critica, Ritorno a Reims (Bompiani).
È un sofferto libro sul ritorno a casa. Più sociale e culturale e fisico che psicologico. Eribon ritorna per considerare e analizzare quella che definisce come una vera fuga dalla sua classe sociale, la classe operaia, alla quale apparteneva la sua famiglia, i genitori, i fratelli. Lui, omosessuale e attratto dalla cultura e dagli studi umanistici, dalla filosofia e degli studi sociali (ha scritto tra l’altro un’apprezzata biografia di Michel Foucault) e dalla scrittura, ha rifiutato la provincia, le abitudini, la vita quotidiana, il linguaggio di quel mondo – dal quale per altro si è sentito respinto a causa, ha sempre pensato, della sua sessualità – si è trasferito a Parigi e ha rifiutato per anni persino di vedere quel padre che gli è sempre sembrato estraneo e violento.

Poi, alla morte del genitore, Eribon riconsidera questo distacco, non più solo alla luce della sua omosessualità respinta, ma soprattutto alla luce del suo rifiuto della classe operaia, dell’ambiente, dei luoghi, delle abitudine, della vita quotidiana. E proprio quando ritorna a Reims dalla madre e soprattutto torna a analizzare con spirito critico il distacco, Eribon si rende conto di cosa sia successo alla classe operaia francese (ma se leggiamo in trasparenza vale anche per la classe operaia italiana).
Gli operai si sentono abbandonati dai partiti e dagli intellettuali di sinistra, appiattiti sull’idea del “contratto sociale” neoliberista secondo il quale tutti avrebbero avuto benefici dalla globalizzazione. Il risultato è stato da un lato una crisi economica senza precedenti pagata dai ceti più deboli, dall’altra la fine della percezione di sé come gruppo sociale importante. Si avvertono come marginali e disprezzati dai gruppi sociali cittadini e borghesi, dagli intellettuali. E si consegnano alle destre, anche alle peggiori, il Front National dei Le Pen.
Eribon racconta tutto questo, scavando nella storia della propria famiglia e del suo rifiuto di queste origini, dal quale per altro non si riesce a staccare mai veramente. Ma anche analizzando con un grande acume critico e lucidità il distacco della sinistra dagli operai.

Scrive Eribon:

Per quanto possa sembrare paradossale, sono convinto che il voto per il Fronte nazionale debba essere interpretato, almeno in parte, come l’ultimo ricorso degli ambienti popolari in difesa della loro identità collettiva, di una dignità che ormai sentivano sempre calpestata, proprio da quelli che un tempo li avevano rappresentati e difesi. La dignità è un sentimento fragile, incerto in sé. Ha bisogno di conferme e sicurezze. Richiede prima di tutto che non si abbia l’impressione di essere considerati una quantità insignificante o come semplici elementi di tabelle statistiche, o di bilanci contabili, in altre parole come oggetti muti della decisione politica. Per questa ragione, se quelli a cui si è data fiducia non la meritano più, la si ripone in altri. E ci si indirizza, di volta in volta, verso nuovi rappresentanti.

È un libro prezioso. Per chi intende scrivere di sé e della propria biografia è utile perché ci mette in guardia dall’eccessivo appiattimento psicologico individuale dell’analisi, della rievocazione, del ricordo; ci invita a non trascurare “i determinismi storici e sociali” che imprigionano in buona misura gli individui, segnando il loro futuro, liberando le eccezioni, ma ingabbiando tutti gli altri nel loro destino di classe. Ricorda, come lo stesso Eribon sottolinea, i temi di Annie Ernaux quando descrive la “distanza di classe” che la separava dai suoi genitori.
Eribon ci invita a non cercare di comprendere la nostra vita solo in termini psicologici o psicoanalitici.

Perché non appena lasciamo instaurarsi il regno dell’Edipo, ecco che lo sguardo indirizzato ai processi di soggettivazione si desocializza e depoliticizza: un teatro familiarista sostituisce ciò che deriva in realtà dalla storia e dalla geografia (urbana), ovvero dalla vita delle classi sociali.

Per ora mi fermo, tanto con l’autobiografia avremo a che fare per parecchio.

A presto

2 commenti

  1. I quaderni di appunti di Elias Canetti pubblicati in diversi volumi (5) a partire da “La provincia dell’uomo” (1978) fino alla sua morte, avvenuta nel 1994, sono un’opera unica e stupefacente, nel risvolto di copertina si cita un giudizio del grande Furio Jesi, germanista e traduttore del testo, secondo il quale in quell’opera dimora una parola che si pronuncia molto di rado, la ‘grandezza’.
    A proposito di Canetti e Kafka, un piccolo capolavoro è anche la lettura illuminante che Canetti ci dà delle lettere intercorse tra Kafka e Felice Bauer, nel libro “L’altro processo” (1973) in cui si ricostruisce l’estetica e la ragione d’essere di opere come “Il processo” e “La metamorfosi” nate parallelamente alle vicissitudini e ai veri e propri processi che egli subiva dagli altri (fidanzate, parenti, amici, padre) vivendo. Un testo perfetto per capire eglio Kafka, e un po’ anche Canetti.

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