Le carote di Cechov

Luna-notte

Ogni volta che riprendo in mano un libro di Cechov (e l’occasione stavolta è stata piuttosto divertente), mi pento di non rileggerlo più spesso. Dovrei sempre tenerlo sul comodino, a metro e misura della giornata appena trascorsa. Basta fare un semplice viaggio in metropolitana, frequentare una mensa, lavorare in un open space per riconoscere la folla di personaggi che popola i suoi racconti. Il suo sguardo obliquo è un signore dall’aspetto distinto ed elegante (come, del resto, era Anton Pavlovic nella vita reale) e totalmente imprevedibile. A differenza di Gogol, dove il gioco è scoperto fin dalla prima pagina, il senso dell’umorismo di Cechov arriva di soppiatto, è pacato, costruito ad arte e centellinato a dovere (“Non in qualsiasi momento: solo quando faceva ridere”, direbbe Roger Rabbit). “Vai avanti a leggere, ci penso io”, sembra sussurrare al lettore. E così succede: da un momento all’altro scoppi in una fragorosa risata, anche se nel periodo precedente l’atmosfera era greve e plumbea. E non è solo perché in Cechov convivono più anime (nato da un servo della gleba poi riscattato, nemmeno la professione di medico e il successo letterario riescono a lenire il senso di estraneità che si porta dietro), è che la sua ironia è connaturata alla continua ricerca di senso, il buffone è sempre di fianco al Re. Come dice Nabokov nella bellissima postfazione dell’edizione Oscar Mondadori:

I libri di Cechov sono libri per persone spiritose, vale a dire che solo un lettore con il senso dell’umorismo può realmente coglierne la tristezza. Le cose
per lui sono insieme buffe e tristi, ma non potete accorgervi della loro tristezza se non cogliendone la buffoneria, perché i due elementi sono legati tra loro.

O, per dirla con Amos Oz, è così triste che fa ridere.

E allora, se volete iniziare (o rileggere) un breve racconto (un vero capolavoro), potreste scegliere L’uomo nell’astuccio.

Belikov, insegnante di greco talmente spaventato dal mondo da aver paura perfino di cedere al sonno, riassume in sé le più squisite caratteristiche dell’uomo mediocre ed esercita, non solo nel ginnasio in cui insegna ma nel villaggio intero, la tirannia del mainstream più becero. Qualsiasi novità lo terrorizza (“Chissà cosa ne verrà fuori”, si chiede di continuo con fare sgomento – e come strizza l’occhio qui Cechov al lettore divertito), ha una vera e propria passione per i divieti, e ogni sorta di infrazione alle regole (non solo sua, dell’intera comunità che spia con rigore certosino) lo getta nello sconforto. Ovviamente, alla fine non c’è riscatto. Siamo tutti chiusi nell’astuccio, tutti dannati. Ma c’è qualcosa che ci salva sempre in Cechov (come nella Steppa, il meraviglioso racconto che apre il libro): la natura.

“Che luna, che luna”, disse guardando in alto. Era già mezzanotte. Era tutto immerso in un sonno tranquillo, profondo, non un movimento, non un suono, proprio da non credere che nella natura possa esserci un silenzio tale. Quando in una notte di luna si vede una larga via di campagna con le sue isbe, i covoni, i salici addormentati, ci si sente tranquilli; in questa sua quiete, riparata, nelle ombre notturne, dalle fatiche, dalle preoccupazioni e dal dolore,
essa è mansueta, malinconica, meravigliosa e sembra che anche le stelle la guardino con tenerezza e commozione e non ci sia più il male sulla terra e che tutto vada bene.

Quanto al senso, risponde il tenente Tuzenbach nelle Tre sorelle. “Il senso? Ecco, guardate: la neve che cade. Che senso c’è?”. E nella prefazione ai Racconti, Igor Sibaldi rincara la dose: Cechov ci si divertiva, da veterano di quel genere di problemi. “Mi chiedi: cos’è la vita. È proprio come chiedere che cos’è una carota. Una carota è una carota. Non c’è altro da dire”.

Anton Cechov, Racconti, Oscar Mondadori.

59 commenti

  1. I racconti di Cechov sono tra le cose più belle e imperiture della letteratura, Cechov teatrale discende ed è congiunto ai suoi raccconti, in altre parole Cechov sarebbe stato Cechov anche senza il suo grande teatro, sarebbero bastati i racconti a renderlo immortale. Tra i racconti memorabili ne cito alcuni: Una storia noiosa (uno dei racconti più belli di sempre, per me), La casa col mezzanino, La saltabecca, Racconto di uno sconosciuto, La signora col cagnolino, La steppa, La mia vita, Reparto N^6, Il Monaco nero.

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  2. Domenico grazie, condivido tutto. Anche la selezione che hai fatto. Alcuni devo rileggerli. Ah, la signora con il cagnolino… qui siamo in vetta e si respira l’aria rarefatta della grande letteratura. Vado a rileggere gli altri!

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  3. @theleeshore @Domenico Fina

    Sull’onda dall’entusiasmo per il racconto di Buzzati da te consigliato, mi sono sentita subito anche “L’uomo nell’astuccio “: anche questo notevole, e, senza puntare il dito contro il prossimo, è giusto riconoscere che in certi momenti della nostra vita come Belikov è capitato anche a noi di comportarci. Sbaglio o stai proponendoci racconti sulla “paura di vivere”, ben peggiore della paura della morte?

    @Domenico, ciao! Lo avevi già scritto che Cechov è tra i tuoi preferiti, ma questa volta è stata Theleeshore a fare scattare la scintilla!! Scrivici, Domenico!

    Ciao a tutti

    Mariangela

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  4. Cara Mariangela, non ci avevo fatto caso ma ci rifletterò… in effetti il collegamento che hai notato è interessante. Ogni lettore ha uno sguardo diverso (e trova spunti differenti nel testo) e questo dà profondità e senso a un gruppo di lettura. Grazie!

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  5. @Theleeshore, grazie. Nel periodo natalizio mi “regalo” sempre la lettura di un classico. Mi hai dato un’ottima idea per quest’anno.
    E visto che leggi prevalentemente classici mi sa che ti consulterò anche il prossimo Natale.

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  6. Ciao Dani, grazie per la fiducia… e se ti concedessi più di un classico all’anno? 😉
    I classici sono libri che consentono, ogni volta che li si riprende in mano, una lettura nuova e diversa, come diceva Calvino. Ci tornerò sopra (del resto è una mia fissa…) A presto!

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  7. @Theleeshore hai ragione. Il fatto è che ci sono tante cose belle da leggere e poco tempo: libri più o meno recenti osannati da più parti (naturalmente ho dei consiglieri fidati), saggi interessanti..bisognerebbe dedicare alla lettura almeno un paio d’ore al giorno, per me è impossibile.
    Però non mi dispiacerebbe avere da te un elenco di classici che hai particolarmente amato. Che dici puoi andare fuori tema e scrivermeli qui? Ti darei anche un indirizzo mail se vuoi

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  8. Dani, appena ho un attimo di tempo, meglio nel weekend, ti scrivo la mia top list (ma da accogliere con beneficio d’inventario, ovviamente, perché ogni lettore ha le sue preferenze eh?) 😉

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  9. Tutti @theleeshore @Domenico Fina

    Grazie a questo audiolibro, scaricato da Media Library on Line, di Cechov ho sentito anche “La signora con il cagnolino”, da voi vivamente consigliato:

    ►“L’uno e l’altra”, Edizioni Full Color Sound. Sulle musiche di Gianmaria Testa, Rolando Ravello legge “La signora con il cagnolino”; Francesca Reggiani legge “L’uomo nella fodera”, di Antov Cechov

    Stupisce leggere che è stato scritto nel XIX secolo (1899), questo racconto, tanto è capace di sollecitare la sensibilità contemporanea! Non conosco Cechov, ma sembra di capire che il contrasto tra convenzioni e vita interiore sia un suo tema ricorrente: il dover essere si scontra spesso con la vita interiore e il conflitto è doloroso.

    Qui, i due amanti, rubacuori lui, donna quasi castigata, lei, non si direbbero i soggetti propensi a un innamoramento così rapinoso, capace di una relazione adulterina, loro stessi in quel ruolo non si riconoscono e non capiscono, non sanno razionalmente spiegare il motivo del loro profondo attaccamento, ma tant’è. E, d’altro canto, è mai possibile spiegare le motivazioni dell’amore?

    Ciao,
    Mari

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  10. Mariangela, da Thomas Mann a Nabokov da Pasternak a Nemirovsky, fino agli scritti acuti di Nicola Chiaromonte, Vittorio Strada e Anna Maria Ortese, tutti hanno riconosciuto che Cechov è il classico meno ‘deperibile’ fra i classici, perché Cechov non tira mai le somme, non c’è morale, o meglio, la morale di Cechov coincide con la vita stessa, con le vicissitudini di tutti. Nabokov ha scritto che Cechov vivrà nei secoli fintanto che vivranno le betulle. Per capirci: Cechov non è uno scrittore come possono essere autori di racconti alla Carver o Cheever, in Cechov ci sono spesso dialoghi in cui si parla di massimi sistemi – come accade spesso nella letteratura russa d’Ottocento – ma vengono resi nella loro ‘comicita’ intrinseca, penso a un racconto lungo (La mia vita) in cui un uomo di quelli che sanno tutto (a parole) va a trovare un ragazzo, il protagonista del racconto, mite e spaesato dalla vita; questo intellettuale si mette a pontificare, come fanno oggigiorno, sul futuro, sulla radiosità dell’avvenire, sull’impegno, sulla scienza, ma mentre parla rivolge lo sguardo all’orologio a muro. Si capirà che tutta sua erudizione artefatta non è altro che un pretesto per far trascorrere il tempo, poiché il fine della sua visita è una cotta che l’intellettuale ha per la sorella del protagonista, per cui guarda l’orologio mente attende che lei rincasi. Quindi all’improvviso tutto quello che sta dicendo, ammantato di retorica, si affloscia come un bigné falso. Questo racconto è stato descritto perfettamente da un saggio di Thomas Mann (contenuto nei Meridiani dei suoi Saggi) e rappresenta esattamente la sensibilità che sorregge l’opera di Cechov, il suo saper guardare all’essenziale senza imposture. Tutto in Cechov, teatro e lettere comprese, è ispirato al suo modo di vedere le cose, ecco un passaggio significativo di una lettera:

    “Ho paura di chi tra le righe cerca una tendenza e vuole vedermi questo o quello. Io non sono né progressista, né conservatore, né gradualista, né monaco, né indifferentista. Vorrei essere un libero artista, e solo di questo mi dolgo, che Dio non mi abbia dato la forza di esserlo. Odio la menzogna e la violenza in tutte le sue forme, e mi ripugnano ugualmente sia i segretari del concistoro che i giornalisti arrivisti. Il fariseismo, l’ottusità e l’arbitrio non regnano soltanto nelle case dei mercanti e nelle prigioni; io li vedo nella scienza, nella letteratura, tra i giovani… Perciò non nutro una particolare predilezione né per i gendarmi, né per i macellai, né per gli scienziati, né per gli scrittori, né per i giovani. Considero un pregiudizio il marchio e l’etichetta. Le cose più sacre sono per me il corpo umano, la salute, l’intelligenza, il talento, l’ispirazione, l’amore per la più assoluta libertà, la libertà dalla forza e dalla menzogna, in qualunque cosa queste ultime due si manifestino. Ecco il programma al quale mi atterrei, se fossi un grande artista.” (Anton Cechov. Lettera a A.N. Plesceev, 1888).

    Tornando ai racconti, quelli che ho citato sono molto belli, io li ho letti e riletti e ponderati tutti, ce ne sono anche altri, trovare un libro che li contenga tutti è impossibile, anche la pregiata raccolta dei Millenni Einaudi in tre volumi non ne contiene alcuni memorabili. Per cui ti conviene, se vuoi leggerli, prendere in prestito più raccolte e andarli a ricercare. Tra le raccolte che ho consultato quella migliore, che ne include solo 7, ma tutti belli, è il volume uscito per la biblioteca di Repubblica, curato da Fausto Malcovati, che contiene: Una storia noiosa, Il reparto n. 6, Il Monaco nero, La casa col mezzanino, La signora col cagnolino, La fidanzata.

    Una storia noiosa, ripeto, è un racconto di una bellezza senza tempo e che rende perfettamente l’idea del mondo interiore di Cechov:

    Sul viso di mia moglie ci sono solennità, compostezza ostentata e la solita espressione preoccupata. “Vedo che l’arrosto non ti piace… Vero che non ti piace?”. E io devo rispondere: “Non ti preoccupare, cara, l’arrosto è buonissimo”. E lei: “Tu mi difendi sempre, Nikolaj Stepanyc, ma non dici mai la verità” e così via per tutta la durata del pranzo.
    Liza ride a scatti e socchiude gli occhi. Io le osservo entrambe, mia moglie e mia figlia, e solo ora, a pranzo, mi rendo conto che la loro vita interiore è del tutto sfuggita al mio controllo. Ho la sensazione di aver avuto, molto tempo fa, una famiglia che oggi non c’è più: ora mi sento ospite di una finta moglie, a tavola con una finta Liza. È avvenuto in entrambe un brusco cambiamento: io mi sono lasciato sfuggire il lungo processo che ha portato a tale cambiamento e non c’è da meravigliarsi se non capisco più nulla. Perché è avvenuto tale cambiamento? Io non lo so.

    Una storia noiosa è la storia di un professore acciaccato, andato da poco in pensione, che inizia a prendere le distanze da tutto e da tutti, si affeziona soltanto a una giovane ragazza figlia di un suo amico morto. Lei vorrebbe fare teatro, ha tutti gli entusiasmi e i dubbi della gioventù, il professore cerca di farle capire molte cose, la volgarità, le piccinerie del mondo dell’arte, ma lei lo prende per scettico, discutono…

    Mi fermo qui, dovresti leggerlo. Altro raconto meraviglioso è La saltabecca o La sventata, a seconda delle edizioni.

    Hanno detto, giustamente, che Cechov si avvicina al capezzale del prossimo come il dottore sta accanto al malato, senza frasi di troppo, se ne prende cura con discrezione e nel farlo sa che la cosa più importante sono i sentimenti e l’immaginazione, proprio per questo ha l’orrore di vederli avvizzire. Chi vede solo pessimismo in Cechov non l’ha mai capito. Non ha capito cosa lo muove davvero. Semmai malinconia, mista a momenti di affetto, di gioco, di ritrosia.
    Irene Nemirovsky (nel suo saggio) mostra di averlo capito seriamente. Molti, perfino russi, non lo capivano, scambiavano la sua indole esitante per tiepidezza, penso a quanto riporta Isaiah Berlin in “Impressioni personali” nelle conversazioni con Anna Achmatova. Pasternak amava Tostoj e Cechov, Anna Achmatova amava Dostoevskij e non sopportava gli altri due. Per Anna Achmatova Cechov non sapeva niente della vita e della morte, tutto era grigio nella sua opera, cose simili le aveva sostenute anni prima Yeats e lei riprende la stessa critica. Per Pasternak si sbagliava, Cechov era l’unico autore russo che non faceva prediche, persino Turgenev affermava che il tempo è un grande guaritore, “Cechov è la nostra risposta a Flaubert”.

    “Cechov mi sembra l’unico scrittore che non si è imposto alla vita, non le ha dato alcuna soggezione, non ha influenzato per nulla la misteriosa e innocente libertà dei suoi movimenti. Personalmente ragionando su ciò che fa un vero uomo, e quindi uno scrittore: voglio dire quel misto di disperazione e d’amore, di disgusto e insieme di tenerezza, d’irrisione e di pietà, di stanchezza e di speranza, capisco che Cechov questi beni li aveva tutti e mescolati perfettamente nel suo sangue”. (Anna Maria Ortese)

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  11. Domenico, grazie per questa tua preziosissima condivisione. Sottoscrivo tutto, e soprattutto il senso dell’ironia, la sottile malinconia ma anche la speranza e quell’amore per la vita che mi travolge ogni volta che leggo Cechov, un aspetto completamente negato dai suoi detrattori. Sto leggendo dei saggi per lavoro e oggi non posso riprenderlo in mano, a fatica però dopo questo commento. Torno ad altri libri, ma ti sono grata. Davvero.

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  12. @Domenico Fina

    Grazie, Domenico, di condividere qui il tuo bagaglio di critica letteraria, inoltre ci dai anche indicazioni utilissime dal punto di vista pratico, per il reperimento dei testi.

    Ciao,
    Mariangela 

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  13. Grazie a voi e buona domenica (@ Mariangela, se sei su FB passa a trovarmi, scrivo anche lì dei libri che mi piacciono).

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  14. @Domenico Fina @tutti
    Grazie, Domenico, ma a Facebook non sono iscritta.

    Seguendo i tuoi consigli, di Cechov ho finito anche “La fidanzata”, straordinario racconto di una ventina di pagine.

    La sensibilità di questo autore ottocentesco nei confronti dell’autonomia femminile sbalordisce, ci lascia col dubbio che certi autori di oggi, nonostante il secolo e passa trascorso, gli siano da meno e che anche tante autrici contemporanee, che spesso alle donne strizzano l’occhio, siano meno capaci di lui di tirare fuori i travagli che certe scelte, per le donne, ancora oggi comportano.

    Passate ai saluti se non avete letto il racconto; questa giovane donna, che, a patti già stabiliti, decide di rifiutare il matrimonio e di andare a vivere in un’altra città, è una figura che anticipa i tempi e tutto è raccontato con vivida umanità. Anche il ritorno, che la vedrà estranea alla società in cui è cresciuta, coglie nel segno.

    Ciao,
    Mariangela

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  15. @Dani

    Dunque, i primi che mi vengono in mente (ma poi ce ne sono molti altri):

    Bulgakov Il maestro e Margherita
    Tolstoj Anna Karenina
    Tolstoj Guerra e pace
    Eco Il nome della rosa
    Balzac Splendori e miserie delle cortigiane
    Balzac Père Goriot
    Hugo L’uomo che ride
    Calvino tutto quello che ho letto (non riesco a scegliere)
    Flaubert Madame Bovary
    Charlotte Bronte Jane Eyre
    Emily Bronte Cime Tempestose
    Jane Austen Orgoglio e pregiudizio

    Mi fermo qui per ora (ma poi ne riparliamo.. 🙂 )

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  16. Dani, il Maestro e Margherita è uno dei miei prediletti! Lo rileggo periodicamente, ce la farò a convincerti! 😉 gli ho dedicato un post: L’importanza delle ombre (lo trovi nell’elenco). Chissà mai che…

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  17. @Dani @theleeshore @tutti
    “Il maestro e Margherita” ha messo in difficoltà anche me e penso che l’ascolto dell’audiolibro potrebbe pacificarmi con Bulgakov (l’avevo finito senza saper dire se quella faticaccia fosse valsa la pena!).

    In compenso tu Dani mi hai suggerito “Orgoglio e pregiudizio” e io ne ho sentito qualche capitolo … mah, non so …

    “Papà Goriot”, lo ripeto anche se Cristina mi aveva tirato le orecchie, l’avevo trovato pesante, ma magari quel titolo che citi tu, theleeshore, è più leggero.

    “Il nome della rosa” lo sentirò senz’altro, mentre “Guerra e pace”, assieme a qualche altro massiccio classicone, deve attendere. Tutti gli altri 4 li ho amati!

    Ciao e grazie!
    Mariangela

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  18. Mariangela, splendori e miserie delle cortigiane è stupendo. Quanto a quelli che non hai letto, non avere fretta. I libri ci chiamano, quando arriverà il momento li saprai. Ah, nella lista poi ho dimenticato Dickens, che è un mio amatissimo autore (e soprattutto il nostro comune amico), Cechov ovviamente, Gogol, e Stendhal, e insomma qui non ci stanno tutti. E comunque su Bulgakov vi aspetto al varco: con il passare del tempo… 😉

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  19. @ Teleeshore Ho letto con grande piacere la lista di classici che consigli a Dani anche perché. fanno tutti parte dei miei tanti amori .Mi permetto a proposito di Balzac di ricordarti oltre al dolcissimo , generosissimo papà. Goriot anche un papà tremendo come pere Grandet. Forse per la sua chiaroveggenza e particolarità il bellissimo romanzo breve o racconto lungo Seraphita e Seraphitus coi suoi indimenticabili voli sopra gli impervi fiordi della gelida Norvegia.
    Ami le grandi scrittrici di lingua inglese da Edith Warton (l’ età dell’ innocenza ecc.)fini alla Barbara Pym per non parlare delle canadesi…Insomma con questi libri non c’è che leggerseli. Conosci I Melrose (in 5 brevi vol) di Edward st Aubin .Eccezionale L’ Inghilterra aristocratica totalmente…distrutta. Scusami tanto mi sono lascita prendere la mano. Infinite le letture meravigliose. Ciao e complimenti per il bel blog. Camilla

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  20. Cara Camilla, grazie per i preziosi consigli, non li conosco tutti e li leggerò (se esco da questo periodo di superlavoro! 😉 ) Sulle canadesi, una su tutte è Alice Munroe, che adoro. Degli altri continueremo a parlare più avanti, in fondo l’inverno (la mia stagione preferita per la lettura) non è ancora iniziato no? Non conosco Eward St Aubin, provvederò. A presto!

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  21. @tutti
    Sarà che è il periodo propizio per i racconti, sarà che questi pezzi di Cechov arrivano al momento giusto, sta di fatto che anche gli ultimi due che ho letto mi hanno molto impressionata, davvero!

    Ne “il reparto n. 6” non è tanto la denuncia sociale, pur toccante, l’elemento più scioccante: quello che stupisce è la capacità dell’autore di rendere permeabile il confine tra normalità e pazzia, secondo me, ancora una volta, tra convenzioni sociali e interiorità. Questa dicotomia, che in Cechov diventa dramma, è raccontata con una semplicità disarmante, in modo mai gridato, ma con esito efficacissimo.

    Ho aspettato alcuni giorni, ma penso di non riuscire a commentare “La casa col Mezzanino”: per la poesia, per i tema che tratta (conoscenza versus arte), per come sa rendere l’idea dell’amore sbocciato ma incompiuto, ecco, lascio il commento a chi ne è all’altezza.

    Ciao,
    Mariangela

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  22. @tutti
    complice il fatto che Mariangela ha citato questo articolo del blog, complice la voglia di navigare in queste due ore di limbico stallo (quando i pupi scrivono il “tema”), complice il fatto che cercavo spunti per i regali natalizi, direi che comprerò le varie raccolte suggerite da Domenico Fina, le regalerò ad amici e …me le farò prestare!
    Siete molto convincenti.
    Sono poco propensa a leggere i russi, chissà perché? Eppure, proprio Cechov la cui produzione teatrale ho esplorato con grande piacere, non mi è mai venuto incontro coi racconti!
    Buona giornata.

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  23. Theleeshore volevo sapere se i tanti amanti del grandissimo. Cechov avessero letto , da poco pubblicato. da Adelphi, L’ ISOLA. DI SHALAPIN ( scusa il titolo a memoria non deve essere esatto) dove il nostro rimane inorridito dal trattamento dei deportati in Siberia, io lo leggerò al più. presto. Negli anni successivi pare che ce Cechov sia stato proibito e boicottato. Un episodio che non viene troppo raccontato. E’ interessante anche capire come la Achmatova..grande martire dello stalinismo , vissuta e morta nella disperazione, non avesse nessuna voglia di niente altro che non fosse stato tormentato dallo stalinismo. Grazie se qualcuno , un esperto come Domenico Fina, mi dice qualcosa sull’isola Siberiana descritta da Céchov. Saluto e ringrazio . Camilla

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  24. Cara Camilla, io non l’ho letto, vediamo se Domenico ha informazioni da darci… e grazie (a entrambe) per l’entusiasmo contagioso! A presto

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  25. @tutti @Cristina

    Cristina, può essere tu abbia letto qualche racconto di Cechov degli esordi e quelli sono belli e divertenti, ma ancora non hanno la profondità di quelli citati qui da Domenico Fina, che sono romanzi brevi. Prova “La casa col mezzanino” e, senza poterti assicurare che salterai sulla sedia, penso che lo troverai di qualità differente.

    A questo proposito, sempre di Cechov, io ho letto qualcuno di questi racconti satirici (forse sono quelli che hai letto anche tu, Cristina), alcuni li ho sentiti dall’audiolibro, altri li ho letti nella corrispondente versione cartacea:

    ► Anton Cechov, “Racconti umoristici”, audiolibro, lettura di Massimo Malucelli, Il Narratore audiolibri, 2011, 1 CD MP3 (3h 48′), Letteratura ad alta voce

    ► Anton P.Cechov, “Racconti umoristici”, traduzione di Alfredo Polledro, postfazione di Caterina Graziadei, E/O, 1991, 124 p.

    La postfazione di Caterina Graziadei non risponde alle domande di Camilla, ma vale un Perù.

    Ciao,
    Mariangela

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  26. L’isola di Sachalin, mi dispiace, è l’unico libro di Cechov che non ho letto, ho letto saggi sull’argomento e in generale sull’opera di Cechov, ma non mi è mai venuta la voglia di leggere questo reportage. Magari, chissà, lo leggerò a breve. Interessantissime sono le lettere, pubblicate da Einaudi e scelte da Natalia Ginzburg, in cui la personalità libera, malinconica e giocosa di Cechov si esprime al meglio.
    Tornando ai racconti, Cechov diventa davvero Cechov, prima dei trent’anni con racconti lunghi come “La steppa” e “Una storia noiosa”, quelli brevi sono per egli stesso tentativi di inquadrare alcune scene di vita, bozzetti sperimentali, spesso firmati con pseudonimi, ma il Cechov migliore è quello dei racconti medio lunghi; Mariangela se non l’hai letto leggi “Il racconto di uno sconosciuto”, ancora più perturbante – forse – della “Casa col mezzanino”. Era il racconto preferito da Cristina Campo. Ogni ammiratore di Cechov ha i suoi racconti prediletti, Giuseppe Pontiggia amava “La casa col mezzanino”, Calvino “Il Reparto n 6”, Thomas Mann, “La mia vita”. Un altro racconto bellissimo e modernissimo (per le riflessioni sull’arte e per la storia in sé) è “La saltabecca” (o “La sventata”, dipende dalle edizioni) uno dei più commoventi di Cechov. Anche racconti lunghi come “La mia vita”, “Tre anni” e “Il duello” sono notevoli. Ripeto, il problema è che non esistono raccolte che includano tutti i racconti migliori e bisogna cercarseli in diverse raccolte, perché anche in quelle più complete, Garzanti, BUR o Einaudi, ne manca sempre qualcuno.

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  27. @ Domenico Fina. molto bella la tua conoscenza del meraviglioso Cechov. L’ ho letto con amore anni fa, allora rimasi molto affascinata da LE TRE SORELLE, tanto che ancora oggi ” a Mosca a Mosca!” e’ entrato nel mio lessico familiare e lo uso, a proposito, per ogni occasione. Ora anch’io mi accingo a leggere L’ISOLA DI S. perché sono molto interessata al la grande Achmatova che era intima amica del l’ allora giovane Brodskij e alla sua tremenda vita sotto lo Stalinismo. Grazie di tutte le informazioni sui …mille racconti di Cechov. Camilla

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  28. ah grazie Domenico, ora capisco perchè nella mia vecchia raccolta BUR non trovo nemmeno uno dei titoli che citate…
    li cercherò altrove…

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  29. @tutti

    Se può servire, vi dico cosa ho trovato io con una ricerca sul catalogo “on line” in merito ai racconti citati da Domenico Fina.

    Con l’eccezione di “Tre annni” e “Racconto di uno sconosciuto”, ho trovato i racconti raccomandati da Domenico (non li ho ancora letti tutti) in questo eBook:

    ► Anton Pavlovič Čechov, “I capolavori. I racconti” , introduzione di Fausto Malcovati, traduzioni dal russo di Ettore Lo Gatto; Laura Celani; Cinzia Del Vecchio; Carla Muschio; Ercole Reggio; Marussia Shkirmantova; Serena Vitale, Garzanti Editore, 1965, 1975, 1983, © 2000, 2012, edizione digitale

    La raccolta digitale qui sopra dovrebbe coincidere con questa edizione cartacea in due volumi che io non ho visto:

    ► Anton Pavlovič Čechov, “Racconti”, introduzione di Fausto Malcovati, traduzione di autori vari, Garzanti, 2004, 2 volumi (XXVIII, 1278 p. comples.)

    Dall’OPAC vedo che “Tre anni” è presente, invece, in questa raccolta:

    ► Anton Pavlovič Čechov, “I racconti della maturità”, a cura di Fausto Malcovati, traduzione di Emanuela Guercetti e Giampiero Piretto, Feltrinelli, 2016, XII, 262 p.

    Per quanto riguarda “Racconto di uno sconosciuto”, consigliatomi ieri sempre da Domenico, vedo che è pubblicato anche singolarmente (che non significa, naturalmente, che non sia presente anche in altre raccolte, ma che, spulciando dal catalogo on line, l’ho trovato in questa edizione qui sotto):

    ► Anton Pavlovič Čechov, “Racconto di uno sconosciuto”, Passigli, 1986, 92 p

    Per quanto riguarda le lettere, che mi attirano moltissimo, ho trovato, tra altri epistolari di Cechov, questa edizione:

    ► Anton Pavlovič Čechov, “Vita attraverso le lettere”, profilo biografico e scelta a cura di Natalia Ginzburg, traduzione di Gigliola Venturi e di Clara Coisson, Einaudi, 1989, LIV, 323 p.

    Chi ha trovato altre indicazioni bibliografiche, lo dica!

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  30. Molti singoli racconti di Cechov sono stati ripubbblicati sia in cartaceo che in eBook, Elliot ha ripubblicato il Racconto di uno sconosciuto, Minimum fax ha tratto ben tre libri, dalle lettere, come consigli di scrittura e di lettura, altri editori hanno ripubblicato altri suoi racconti che abbiamo menzionato. Se si è abituati a leggere in eBook, si trovano tutti i racconti migliori, con pochi euro. Buona lettura 📖

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  31. ciao, on line ho trovato queste parole perfette di Virginia Wolf su Cechov, copio – incollo :

    “Le nostre prime impressioni di Cechov non sono di semplicità ma di sconcerto. Che cosa vuol dire, e come può credere che si possa fare un racconto con questo?, ci domandiamo a misura che leggiamo i suoi racconti. Un uomo si invaghisce di una donna sposata, si separano, si incontrano, e alla fine restano a parlare della loro situazione, a domandarsi in che modo avrebbero potuto rompere . . Così finisce il racconto. Ma sarà davvero la fine, ci chiediamo? Piuttosto abbiamo la sensazione di aver omesso, senza accorgerci, qualche particolare importante; oppure come se una melodia si fosse interrotta, senza aspettare che gli accordi attesi venissero a chiuderla. Questi racconti sono inconcludenti, diciamo, decisi a impostare la nostra critica sul presupposto che i racconti debbano finire in modo attendibile. Ma questo significa mettere in dubbio la nostra attitudine alla lettura. Quando la melodia è familiare e il finale enfatico – gli amanti vengono riuniti, i cattivi debellati, gli imbrogli chiariti -, come in quasi tutta la letteratura d’immaginazione vittoriana, non possiamo in verità sbagliare; ma quando la melodia è poco familiare, e alla fine troviamo un punto interrogativo, o semplicemente l’informazione che i personaggi continuano a parlare, come capita con Cechov, ci vuole un senso della letteratura assai coraggioso e all’erta, per riuscire a scorgere la melodia, e in special modo quelle ultime note che completano la melodia… ma una volta che l’occhio si è abituato alle sfumature, la metà dei finali della letteratura d’immaginazione svaniscono nel nulla; diventano schermi trasparenti con una luce dietro: vistosi, ovvii, superficiali. La generale resa dei conti nell’ultimo capitolo, le nozze, la morte, la dichiarazione di valori etici od estintivi sonoramente annunciata al suono delle trombe, pesantemente sottolineata, diventano tutti rudimentali artifici. Sentiamo che niente è stato risolto; che nulla è rimasto saldamente sistemato. D’altra parte, quel metodo che all’inizio ci sembrava così arbitrario, inconcludente, troppo attento alle banalità, ora ci sembra il risultato di un gusto squisitamente originale ed esclusivo, il quale arditamente scende e infallibilmente ordina i suoi elementi, controllato da un’onestà che si trova soltanto fra gli stessi russi.”

    (Virginia Woolf su Anton Cechov, tratto da nota introduttiva a “La steppa”, contenente racconti di Cechov, ed. Garzanti del 1966)

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  32. Virginia Woolf oltre ad essere stata una grande scrittrice, era una lettrice raffinatissima, acuta e brillante, mai noiosa, capiva Cechov profondamente; in un suo saggio del 1925 (Il punto di vista russo) scrive che la generazione di Cechov contemporanea a quella di Henry James e Bernard Show era impegnata in satira sociale e ad evidenziare sottigliezze psicologiche, ma tra loro e Cechov c’è una differenza sostanziale:

    “Cechov è consapevole dei danni e delle ingiustizie della società; la miseria dei contadini lo impressiona immensamente, ma il suo zelo non è quello del riformatore: non è questo il segnale davanti al quale dobbiamo fermarci. L’intelletto gli interessa enormemente; egli è un analista incredibilmente sottile e delicato delle relazioni umane. Ma non è questo; non è qui la differenza. Sarà forse che ciò che gli interessa principalmente non è la relazione di un’anima con le altre anime, bensì la relazione dell’anima con la salute, con la bontà? Questi racconti ci mostrano sempre un’affettazione, una posa, una insincerità. Questa donna si è lasciata tentare da una falsa relazione, questo uomo è stato pervertito dall’inumanità dell’ambiente. L’anima è malata; l’anima è guarita; l’anima non è guarita.”

    Ha colto esattamente la specificità di Cechov, ovvero Cechov è una cartina al tornasole, Cechov non predica, Cechov mostra precisamente quando e quanto un nostro comportamento sia innaturale, esito di una impostura, che spesse volte è solo nostra; Kundera usa dire che alle volte gli uomini diventano ‘attori della collera’ quando parlano di politica, o attori del sentimentalismo nelle scene d’amore. Cechov resta un maestro universale in questo senso, nel mostrare ciò che c’è di falso in ogni scena di vita. Ecco perché molti non non lo capivano e anche oggi non lo capiscono come andrebbe capito, peché chi legge Cechov senza compassione è tentato di pensare che Cechov incenerisca tutto, nessuno si salva, nessuno è sincero, nessuna relazione è sana, e invece Cechov va inteso esattamente come, ripeto, distanza che ci separa dalla naturalezza. In questa distanza risiede l’umanità di Cechov, del medico seduto al capezzale del malato che siamo tutti.

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  33. Già, perché come scrivevo bel post, oltre a essere medico, è figlio di un servo della gleba. E quindi la sofferenza degli altri risuona sempre in lui, in una doppia natura, da medico e da uomo. Ed è uno sguardo pieno di compassione ed empatia, che poi si placa nella contemplazione della natura, un buen retiro dove rattoppare le ferite dell’anima. Grazie per la tua bellissima condivisione.

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  34. Mi pare che l’edizione BUR recente ne contenga moltissimi di quelli che citate. Penso che comprerò quella. L’edizione Einaudi presa alla biblioteca ha solo il secondo volume ed è del 62.. più vecchia di me 😀😀

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  35. @tutti: siete bravissimi e preparatissimi. Vi ringrazio delle preziose opinioni e condivisioni, siamo meglio delle Community Conversation della New York Public Library… Livello altissimo, è un vero piacere scrivere qui!

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  36. @tutti
    Vi dicevo di avere letto qualcuno dei racconti umoristici di Čechov: come segnalato anche da Cristina a da Domenico, non sono ancora i racconti della maturità, ma qualcuno è veramente divertente. Un aspetto particolare mi aveva colpita: sono storie molto brevi dove spesso compare l’impiegato, l’addetto al pubblico servizio, diciamo che in questi racconti la burocrazia zarista fa spesso da sfondo. Mi sono procurata un libro di approfondimento che almeno una breve menzione la merita anche se ora lo posso leggere solo in modo selettivo concentrandomi sulle parti dedicate alla letteratura russa:

    ►Luciano Vandelli, “Tra carte e scartoffie: apologia letteraria del pubblico impiegato”, Il Mulino, 2013, 304 p.

    Guardate, se vi interessano i rapporti tra letteratura e lavoro pubblico, questo libro dovete leggerlo per forza o perlomeno vederlo e tenerlo lì, come sto facendo io, per quando avrete tempo di leggerlo per intero. C’è tutto, vengono menzionati gli scrittori che, nelle burocrazie dei diversi paesi, sono stati dipendenti pubblici (le tavole in appendice, utilissime, riportano l’amministrazione di appartenenza e il profilo professionale); viene spiegato il loro rapporto con il loro lavoro e come questo si sia riversato nelle loro opere (la bibliografia è un pozzo da cui attingere).

    Tornando a Čechov, ho notato che ai pubblici impiegati riserva la massima attenzione, ne rivela i tic, le nevrosi, ma anche altri aspetti che me lo hanno fatto sentire attualissimo. Non poteva mancare il servilismo, pensate che il timore di offendere un superiore vede un usciere in ansia, anzi nel panico per avere starnutito, a teatro, sulla testa di un personalità importante, comincia a scusarsi in modo ossessivo, fin che non viene messo alla porta, con conseguenze fatali (“La morte di un impiegato”). Anche la brama della promozione è ben rappresentata: un aiutocontabile spera per dieci lunghi anni di succedere al suo capo, dalla salute cagionevole, continua a sperare, ma invano, subentrerà un collega più giovane (“Dal diario di un aiuto contabile”). Divertenti anche “L’oratore” e “Il punto esclamativo” che vede questo mio collega russo d’altri tempi alle prese con la punteggiatura

    In questi racconti Čechov spesso si affretta a dirci la collocazione gerarchica dei suoi protagonisti perché il ruolo svolto è già un marchio d’identità. Non è un caso che nel libro di Vandelli una delle tavole in appendice sia intitolata “I gradi dei funzionari nella letteratura russa” (pp.290/91).

    Grazie, comunque, questo libro ricchissimo di Vandelli lo devo comunque, indirettamente, a Čechov e al vostro articolo.

    Ciao,
    Mariangela

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