Beato il lettore che ha qualcuno con il quale parlare dei libri che legge!

Non intendo avviarmi sul sentiero insidioso di definire quanto sia “naturale” o meno per un lettore parlare delle sue letture. O di decidere se la lettura senza condivisione sia più debole.

kerouac cassady
Neal Cassady (a sinistra nell’immagine) e Jack Kerouac, 1952. Fotografia scattata dalla moglie Carolyn. (Wikimedia Commons)

Credo soltanto che un lettore non voglia sentirsi come su un’isola deserta quando legge (io mi sento sempre a disagio su un’isola deserta). L’isola deserta, ovviamente, è condizione diversa dallo stare appartati a leggere, (cfr. Alberto Manguel, “Una storia della lettura”).

Per quanto ne so io, per quasi tutti i lettori, essere lettori su un’isola deserta non significa essere autonomi e autosufficienti, significa invece essere *naufraghi*.

Un lettore-naufrago pensa e sogna il momento in cui troverà un altro essere umano-lettore con il quale parlare, scambiare pensieri. Un lettore-naufrago non è autosufficiente, è solo.

Abbiamo più volte detto quanto più ricca sia — almeno potenzialmente: se si hanno interlocutori adeguati — una lettura condivisa. Senza una persona che ascolti e reagisca, legga o rilegga o semplicemente cerchi di capire quel che il lettore prova a raccontare della sua lettura, siamo maledettamente più soli, dunque.

Lo scambio fra lettori sulle letture — ma anche il solo racconto di quel che si è letto — contribuisce, almeno un po’, ad accrescere, estendere, liberare la nostra “soggettività”, come avrebbe detto qualche maestro del pensiero del Novecento.

Più che Paolo e Francesca, che, forse, avevano molto di più in mente (comunque, ovviamente, c’entrava davvero anche la lettura, in modo complesso). Preferirei ricordare, come abbiamo fatto qualche mese fa, che Jack Kerouac leggeva Proust avidamente e ne parlava spesso con Neal Cassady, che invece non l’aveva letto.

Ma, guardando da vicino, che effetto ha parlare della lettura con una persona amica?

  • Per esempio, ci aiuta a usare parole precise, a evitare gli stereotipi linguistici, a non banalizzare gli scambi verbali.
  • Ci allena a focalizzare le idee, ad argomentare quando articoliamo il pensiero, a non dare per certo uno stato di cose o un giudizio, senza affrontare la fatica di spiegare in modo razionale e ragionevole, senza metterli alla prova di un interlocutore attento.
  • Abitua ad ascoltare sempre le domande, le osservazioni, le obiezioni, a tenerne conto; a includerle nel nostro ragionare.
  • Senza contare poi l’effetto emotivo e affettivo, la disposizione ad avvicinare fra loro gli essere umani che ha un dialogo franco, argomentato, diretto e specifico e preciso. Rinsalda l’amicizia, l’accresce, la sviluppa.

3 commenti

  1. Davvero bello, è lo stesso spirito con il quale ho aperto il mio blog: dare una visione del Medio Oriente e completa che spesso non vedono nemmeno gli stessi arabi e non 👍🏽

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