Granta 109, WORK, l’intero numero dedicato al lavoro

Un particolare dalla copertina del numero 109 di Granta
Un particolare dalla copertina del numero 109 di Granta

WORK.

Il numero 109 della rivista Granta è dedicato al lavoro.

Come sempre, il tema che tiene insieme un fascicolo di Granta è quasi un pretesto per raccontare spazi, tempi e idee molto differenti: dall’Europa all’Africa, dai disoccupati a chi è ammalato di lavoro, il numero è pieno di fiction e reportage, compreso uno fotografico da una città del Sud Africa: Ponte City.

Per la lista completa dei racconti, si può guardare il sommario publbicato sul sito.

Segnalo solo il primo, di Daniel Alarcón, “Life among the Pirates” (si legge anche sul sito), dedicato al mondo della produzione di copie pirata dei libri in Perù; e “Notes on Sloth”, una brillante riflessione di Salman Rushdie sull’Accidia.

2 commenti

  1. Sono dipendente pubblica e so benissimo che la mia categoria non gode di buona reputazione: troppe campagne denigratorie si sono abbattute su di noi facendo di tutta un erba un fascio. Ecco perché ho trovato intelligente questo libro nato su iniziativa della CGIL Funzione Pubblica Lombardia:

    ►Federica Di Rosa, Elisa Roson, “Tra la spada e il muro: storie di vittime e di eroi del lavoro pubblico del nostro tempo: 8 atti unici + 1”, prefazione di Susanna Camusso, introduzione di Florindo Antonio Oliviero, Ediesse, Funzione pubblica CGIL Lombardia, 2015, 142 p.

    Come scrive Florindo Antonio Oliverio nella sua introduzione, in Italia manca una narrazione del lavoro pubblico, i cittadini poco o nulla sanno del dietro le quinte dei luoghi di lavoro; spesso, ignari delle difficoltà, non possono che recepire i contenuti delle invettive propagandistiche che negli ultimi decenni hanno screditato i dipendenti pubblici. Come colmare questa lacuna conoscitiva? Cosa fare per tentare di accorciare le distanza tra fruitori dei servizi e i lavoratori che li erogano? Per dare risposta a queste domande, la Funzione Pubblica CGIL Lombardia, nel 2014, ha chiesto all’associazione culturale FormArtArt di parlare con i lavoratori, di ascoltare le loro storie e di tradurle in un linguaggio accessibile al largo pubblico.

    Spronati anche dall’arma della provocazione, molti addetti ai pubblici servizi, in senso allargato, hanno raccontato alle autrici le condizioni lavorative in cui operano, evidenziando con passione e sconforto le contraddizioni e gli aspetti più paradossali del loro lavoro. Fattori ben noti a noi addetti ai lavori (tagli alla spesa, mancato turn over, cattiva organizzazione e regole non cristalline) li obbligano spesso a funambolismi che potrebbero dirsi comici, non fosse che producono frustrazione e senso di impotenza negli addetti ai lavori e scontento tra gli utenti.

    Le autrici hanno deciso di restituire al lettore i racconti degli intervistati sotto forma di pièce teatrale: con tanta ironia e disincanto, ma mai con sarcasmo e disillusione, hanno rappresentato con il linguaggio del teatro le difficoltà del nostro lavoro. https://www.youtube.com/watch?v=x-8OISdAq44

    Mi sono chiesta cosa racconterei io a un ipotetico intervistatore che mi chiedesse di illustrare la mia realtà lavorativa nella Pubblica Amministrazione? Quali aspetti racconterei? Da dove iniziare? Come evitare di scadere nella lamentela senza omettere un serio esame di coscienza? Ci sarebbe da scriverci su un libro!
    Insomma, con questi otto atti unici, il lavoro pubblico va in scena! Tragedia o opera buffa? Intendiamoci, le autrici sono bravissime, e riescono nel loro proponimento di buttarla in ridere, si capisce, nel senso più nobile dell’espressione: il riso dissacra, il riso ribalta la realtà e permette nuovi punti di vista, offre visuali e prospettive prima inedite.

    Però un po’ di sconforto, per la verità, a me rimane e mi sento di concludere con una frase tratta dalla prefazione di Susanna Camusso: “Come non vedere che quei racconti (…) trasudano dell’amore per il proprio lavoro, dell’amarezza per lo svilimento della professionalità e delle competenze, del rimpianto del si potrebbe fare?” E, aggiungo io, riprendendo le parole della segretaria generale della Cgil: come non vedere che troppo spesso i più deboli pagano sulla loro pelle e di tasca propria scelte politiche sbagliate?

    Mariangela

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  2. @tutti
    Che le mie conoscenze di diritto del lavoro fossero superate dai tempi, era cosa immaginabile, ma che il lavoro gratuito fosse così diffuso nelle società neoliberali è fenomeno che ignoravo prima di incontrare questo volumetto:

    ►Marco Bascetta, ”Al mercato delle illusioni: lo sfruttamento del lavoro gratuito”, Manifestolibri, 2016, 77 p.

    Utilizzando diverse formule dalle denominazioni pedagogiche (“volontariato”, “formazione”, “baratto amministrativo”, “avviamento al lavoro”), aziende privante e istituzioni pubbliche hanno la possibilità di attingere il proprio personale da vaste sacche di manodopera gratuita.

    Come mai tante persone, giovani e non solo, lavorano gratis? Quale l’ideologia che sta alla base di un rapporto tanto sbilanciato a favore del datore di lavoro? Marco Bascetta parte dal supporto ideologico: il lavoro gratuito si pasce di etica del lavoro e questa chiede al lavoratore di uniformarsi alle leggi del mercato. In nome delle teorie economiche del limite, proprio mentre le oligarchie sono intente ad accrescere i profitti e ad accumulare potere, alle classi medie e agli operai viene chiesto di abbassare le aspettative, di ridimensionare le richieste, visto che per troppo tempo abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. È facile immaginare che, secondo questa logica, chi si dimostri troppo affezionato alle vecchie garanzie o chieda un minimo di tutela, viene senz’altro considerato d’ostacolo al progresso e un peso morto per la società. Ma, qual è il compenso per queste rinunce? La contropartita del lavoro gratuito consiste in una promessa: di un contratto a tutele crescenti, vale a dire di una relativa stabilità, nel caso di lavoro subordinato; di una scommessa sul futuro, se si tratta invece di lavoro autonomo; la promessa, in questo caso, lascia intravvedere futuri guadagni e una visibilità spendibile nel presente.

    In una società altamente individualizzata – e qui secondo me l’autore è bravo a spiegare anche i condizionamenti psicologici – il lavoro gratuito salva dall’anonimato e conferisce lustro: vale per il giornalista a cui viene concesso di firmare l’articolo, per l’assistente universitario che può interrogare gli studenti durante gli esami. Il lavoro gratuito richiede adesione al modello e guadagna la militanza degli interessati, quasi rispondesse all’adesione ad una causa, quasi garantisse un di più alla società, in pratica l’individuo si sente “dentro” e difende la gerarchia.

    La realtà è ben diversa dal quadro propagandato: in molti casi il lavoro gratuito va a sostituire il lavoro retribuito tagliato dal ridimensionamento della spesa pubblica e del welfare e altro non è che una forma di disretribuzione ed è facile immaginare quanto possa essere insidioso anche per noi lavoratori dipendenti.

    Alcune delle formule adottate (vengono riportate le esperienze di Germania e Inghilterra) sono simili al lavoro coatto di stampo ottocentesco (formule, spiega l’autore, che nel mondo produttivo di oggi, altamente meccanizzato, si rivelano talvolta inutili e, paradossalmente, dispendiose). Anche quello della formazione è un campo minato: tirocini, stages, percorsi formativi hanno in certi casi reintrodotto una forma di lavoro minorile che la cultura democratica ha sempre respinto. Quando, addirittura, non si viene a creare la condizione grottesca in cui chi presta l’attività lavorativa si trova a dover pagare “la promessa”, alimentando la fiorente industria della formazione.

    Sarebbe poco lungimirante, anzi miope se non cieco, il lavoratore dipendente, pubblico o privato che fosse, che dalle insidie del lavoro gratuito si sentisse del tutto al riparo.

    Ciao,

    Mariangela

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