Leggere con moderazione, per leggere meglio, per non dimenticare

L’altra sera durante la riunione del gruppo di lettura di Cologno Monzese dedicata a La Vita agra di Luciano Bianciardi c’è stato un altro bel momento di coincidenze: uno dei lettori, infatti, ha espresso un’idea simile a quella che Capaldi ci ha detto (chi lo ha perso lo legga qui) proprio a proposito di La Vita agra con riferimento alla faccenda della memoria nella lettura. Il nostro lettore del Gdl in sostanza diceva:

forse ad alcuni di noi Bianciardi sembra difficile, oscuro, semplicemente perché leggiamo troppo e quindi leggiamo troppo in fretta e fatichiamo ad entrare nelle pagine, a stare bene fra le parole.

Insomma, dobbiamo praticare nella lettura la moderazione, la ripetizione, l’esercizio di attenzione, la lentezza che ci aiuta a capire, ad apprezzare e ad amare le parole. Che ci aiuta a ricordare. (Certo a proposito di memoria e ricordare, vi segnalo l’idea parzialmente diversa di Renza in questo commento, per chi se lo è perso).
Su Bianciardi e il gruppo di lettura, sulla memoria e l’oblio nella lettura devo ritornare ancora. Spero di non annoiare. 😉

7 commenti

  1. Credo proprio che oggi il paradosso sia proprio questo: da una parte c’è una larga fetta di popolazione che non legge un libro manco per sbaglio. Dall’altra c’è una larga fetta di gente che legge molto, ma troppo in fretta. Il lettore anoressico è fiero di poter dichiarare: “chi, io?! Mai letto un libro in vita mia, figuriamoci”. Il lettore bulimico, dal canto suo, non bada molto a ciò che legge e a come lo legge. Bada solo ad accumular pagine e a poter fieramente strillare: “Ah! Questo l’ho letto anch’io!”.
    Francamente non so quale dei due stia messo peggio.

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  2. L’altra sera al GdL c’ero anch’io. Mi ha colpito che molti abbiano ammesso, e nel gruppo mi ci metto anch’io, una certa fatica iniziale nella lettura de “La Vita Agra”.
    La ragione è che Bianciardi ci obbliga a un ritmo lento, pensato ,di lettura e rilettura, come si faceva a scuola quando si leggeva il Manzoni . A questo modo di leggere siamo poco abituati, di solito tendiamo a volare sulle frasi
    , avvinti dalla trama e curiosi di conoscere il seguito.
    Bianciardi usa un linguaggio antimoderno , colto
    ,ricco di neologismi e vocaboli onomatopeici. Lui dice “rotacizzazione della dentale”, “scapeare iroso” , “scaracchiare delle calcolatrici”, “occhi obbogliorati “. Il frasario è denso, espressivo, corrosivo :
    “…il passo inadeguato per via dei calzoni che ti smagano l’onestà dell’incedere.”
    “…il branco delle segretariette secche, senza sedere, inteccherite da parer di sale, col viso astioso e stanco.”
    “…rossi i bengala (lanciati dali aerei),grappoli dell’ira, uva della collera.”
    Non solo la forma ma anche il contenuto è antimoderno e di rottura. Il protagonista coltiva il suo rancore verso quel mondo industriale obsleto che ha provocato l’incidente in miniera di Ribolla nel 1954, in Toscana. Ma non si accorge che in quegli anni 50 e 60 c’è in tutt’Italia un fiorire di industrie moderne che velocemente stanno portando libertà dal bisogno , emancipazione, benessere.
    Odia la società operosa, che rappresenta in modo grottesco.
    Odia la città moderna e grande , il vetrocemento.Odia il grande supermercato.
    Il protagonista è anche disadattato e asociale. Rimugina su un attentato e una rivolta anarchica. Non trova compagni nè nei bar, nè nei partiti, nè nei luoghi della cultura.
    Vaneggia su di un neocristianesimo a sfondo”disattivistico”(lavorare solo per il minimo della sopravvivenza) e “copulatorio”, con solo un letto per arredamento. Senza carta, nè moneta.
    Ha una compagna , Anna, anarcoide, incosciente, ma fondalmentalmente ottimista.
    Ma ha anche una famiglia in Toscana da cui si allontana perchè è un vincolo con la vita concreta e normale.
    Ma così era Bianciardi e, se ho ben capito, nel libro c’è molto di sè stesso.

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  3. “Leggiamo troppo e troppo in fretta” era l’impressione che avevo avuto a caldo. Poi, ieri, mi sono imbattuto in due esperienze che mi hanno fatto riflettere meglio. E ho messo a fuoco un po’ di più.
    Prima esperienza. Mattina. Compro il nuovo numero di Diario dopo il restyling. Non più settimanale, ma quindicinale. E’ elegantissimo, ed ha articoli decisamente lunghi. Bello, per carità. Ma illeggibile. Almeno, così ho pensato ieri mentre lo sfogliavo. Allora mi sono chiesto: ma è questo modo di fare i giornali che è sbagliato (approfondimenti lunghissimi e con un ritmo lento) oppure sono io a ridurre sempre più l’attenzione che sono disposto a prestare ad una pagina scritta?
    Seconda esperienza. Pomeriggio. M’infilo a teatro e quando si alza il sipario mi accorgo di avere sbagliato spettacolo. Fatto sta che mi ritrovo davanti a una rappresentazione (Fareneith 451, di Ronconi) indubitabilmente bella, ma (e?) lunghissima e con un ritmo leeento, leeento, leeeeento. Me ne vado all’intervallo del primo atto, spazientito. Però mi domando ancora: colpa mia o loro?
    Bilancio/risposta: la colpa è mia. E’ il mio atteggiamento che sta cambiando. Sono io che non mi confronto più con il testo, ma – inconsapevolmente – pretendo che il testo si adegui a me, al modo in cui sono cambiate le mie aspettative di lettore. In un processo del genere, dove la selezione avviene in base a un quoziente di concentrazione, dimenticare ciò che si è letto si manifesta come il sintomo di uno smarrimento. E’ la spia del fatto che sto perdendo la disponibilità ad approfondire. Naturalmente, la memoria ha le proprie regole. E ciò che non si rinfresca, inevitabilmente, si perde. Ma spesso mi accorgo di anteporre l’esigenza di essere informato a quella di sapere. E mi dimentico che quest’ultima ha bisogno di sacrifici. Per sapere occorre “sacrificare”: sacrificare fatica, sì, ma anche materiale. Insomma: scegliere e saper rinunciare, non rispondendo alla domanda “quanto sono disposto ad ascoltare?”, bensì “perché sono disposto ad ascoltare?”.
    Adesso chiudo, eh. Ma non resisto alla tentazione di fare due citazioni: “Dio ci scampi dai libri inutili” (la frase è un di un teologo svizzero del Settecento, e ovviamente non mi ricordo il nome del tale). E “Festina lente” (Affrettati piano), due parole che mi sembra riassumano benissimo il metodo migliore per affrontare il sapere. Il motto (di origini antiche) era l’ex libris di Aldo Manuzio (fine del XV secolo -inizio del XVI secolo), editore e tipografo. Sarà mica un caso, no?

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  4. credo di essere una lettrice bulimica, non per poter dire “quello l’ho letto anch’io” ma perché i libri esercitano su di me una attrazione irresistibile, ed appena inizio a leggere alcune pagine non riesco più a staccarmene, salvo poi concludere alla fine che forse non era un granché. L’altra sera ho iniziato verso le 7 il romanzo di Musso “Chi ama torna sempre indietro”, lo avevo trovato al supermercato per 5 euro ed avevo deciso di comperarlo. Il primo di Musso mi era piaciuto “L’uomo che credeva di non avere più tempo” era originale e ben congegnato, poi il secondo “La donna che non doveva essere qui” ( o qualcosa del genere) mi aveva delusa e così avevo deciso di non comperarne più. Ma a soli 5 euro era un affare! Bè sono rimasta sveglia tutta la notte per finirlo, ogni tanto mi dicevo ancora un paio di pagine e mi metto a dormire ma poi continuavo a leggere. Non era malvagio ma non credo che lo consiglierei, eppure mi sono fatta prendere dalla frenesia di vedere come andava a finire.
    Però i libri che mi hanno lasciato davvero qualcosa sono pochi, si contano sulle dita di una mano, ed alcuni me li ricordo a distanza di anni come se li avessi letti ieri.

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  5. Molto interessante la riflessione di capaldi sull’ informazione, sul sapere e sul tempo. Io aggiungerei al sapere anche il pensiero.
    In questa epoca in cui prevalgono ” saperi” ed informazione, il pensiero sembra relegato dietro le quinte.
    Così, abituati alla semplicità informativa( a fianco delle riviste con articoli troppo lunghi vi sono i quotidiani che hanno semplificato al massimi gli articoli, corredandoli di piccoli box, di finestre esplicative, di mappe e di quant’ altro possa servire al lettore per una lettura ” facile”), non riusciamo più a modulare la nostra attenzione in maniera antagonista allla frenesia di vita e di esperienze di oggi. D’ altronde, anche a scuola si tende a ” semplificare” sempre, piuttosto che ad aiutare a comprendere la complessità. Senza dimenicare che la comunicazione televisiva, anche e soprattutto politica, ha bisogno di semplificazioni artificiose che riducono la complessità a populismo.
    Quindi , “festina lente”per tutti : non ci porterà certo danni.

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  6. E’ normale ricordare a distanza di anni solo la parte generale di un libro?Vorrei ricordare di piu e ricordare anche alcune frasi a memoria.MI date un consiglio????HeLp

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