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Freewriting e autobiografia

Si tratta, per semplificare, di scrivere senza badare alla coerenza sintattica e alla grammatica, si può trascurare persino l’ortografia e ovviamente la punteggiatura. Si procede lasciando che il pensiero, rimuginato e confusionario, diramato e frammentato, si prenda spazio e tempo per diventare finalmente un flusso di parole, per quanto astruso.

Il freewriting può aiutarci. È una pratica che (almeno dagli anni ‘30 del Novecento) sembra sfidare e stimolare chi vuole o vorrebbe scrivere ma si frena.

Si tratta, per semplificare, di scrivere senza badare alla coerenza sintattica e alla grammatica, si può trascurare persino l’ortografia e ovviamente la punteggiatura. Si procede lasciando che il pensiero, rimuginato e confusionario, diramato e frammentato, si prenda spazio e tempo per diventare finalmente un flusso di parole, per quanto astruso.

Per chi volesse provare, ci sono in rete alcuni strumenti che aiutano la pratica. Per esempio Just Write, un’applicazione di scrittura che non consente di cancellare, di correggere e editare, di riscrivere dei pezzi. Tutto ciò che si scrive resta. Freewriting spinto.

Di solito si scrive in freewriting per un certo periodo di tempo – 10, 15, anche 30 minuti – e lo si fa con una certa regolarità.
A dire il vero l’uso più efficace è nelle fasi iniziali di un lavoro di scrittura che si è dato un obiettivo, come un racconto o un pezzo autobiografico o un saggio. Quando ancora non si sa esattamente dove si vuole andare, che cosa si vorrebbe scrivere.

Il più delle volte ciò che si scrive in freewriting viene buttato, non si usa. Resta però la sensazione di aver affrontato la palude, di aver attraversato il fiume, di aver riparato la bici. Si è tolto il tappo alla scrittura.

Il freewriting viene praticato in ogni caso con obiettivi diversi. Per superare i blocchi di scrittura, ma anche per lanciare in campo aperto alcune idee che si tende a imprigionare in un recinto dove si reprime il pensiero, non negandolo esplicitamente, ma lasciandolo in un non detto, in un non espresso in qualche forma manifesta. Molti vi diranno che il freewriting è un ottimo modo per superare certe forme di autocensura.

A me piace avviare con il freewriting il lavoro su un racconto autobiografico, quando ho solo una vaga idea di quale potrebbe essere la storia, magari mi sono ricordato di un momento di vita, ma fatico a cogliere collegamenti interessanti, vedo i personaggi sfocati, i luoghi vuoti. Oppure, ancora prima, quando voglio scoprire che voce narrante vorrei per quel certo pezzo; quando vorrei usare una voce diversa da quella che già conosco.

Il freewriting aiuta certamente a conoscere meglio i personaggi che intendiamo mettere nella storia: ne scriviamo come se pensassimo ruminando fili di parole, via via circondando il nome e il volto di dettagli, modi di fare, gesti, azioni compiute, suoni, osservazioni, anche giudizi; anche emozioni forti e che non diremo mai a nessuno, mai. Cii serve solo a conoscere questi personaggi. Poi ne scriveremo in altro modo.

Oppure se vogliamo o dobbiamo fare i conti con una passione, un sentimento, un’emozione forte che sembra paralizzarci. Il dolore, la rabbia, la nostalgia sembrano soggetti perfetti per il freewriting.

Il freewriting è particolarmente efficace come allenamento alla scrittura che non si fa intimidire, che prova a superare paure, difficoltà creative, sfiducia, timore delle critiche, sottovalutazione delle proprie possibilità di esprimersi. Il metodo funziona anche con i saggi, all’inizio del lavoro, quando si intuisce soltanto il profilo di ciò che si vorrebbe scrivere.

In rete si trova parecchio materiale sul freewriting. Si può anche provare partendo da alcuni spunti, anche piuttosto vaghi e vedere che cosa succede. (Ci torniamo fra pochissimo).

Un’altra possibile strada è seguire le indicazioni, sulle quali torno spesso, di Joe Brainard e del suo I remember (Joe Brainard, Mi ricordo, Lindau, 2014, Prefazione di Paul Auster, traduzione di Thais Siciliano, con la collaborazione di Susanna Basso. Edizione originale 1975.).
Brainard ne ha fatto un’opera poetica. Noi possiamo usare Brainard per scavare nella memoria, farne scaturire un ricordo e da lì lavorare con il freewriting per fare delle scoperte.

Ecco alcuni degli I remember di Brainard:

  • Mi ricordo Betty, la madre di Bunny Van Valkenburg. Era bassa, tarchiata e vivace, e portava orecchini giganteschi. Una volta incollò la carta da parati sul pavimento della cucina. E ci passò sopra la cera. [p. 58]
  • Mi ricordo Doc, il padre di Bunny Van Valkenburg. Era il nostro medico di famiglia. Mi ricordo che una volta raccontò di un suo paziente che aveva l’orticaria dentro il corpo. Era disperato ma guarì in fretta perché non aveva modo di grattarsi. [p. 58]
  • Mi ricordo di aver trovato 21 dollari dentro un portamonete nero in un grande magazzino di St. Louis. Chiesi se qualcuno l’aveva perso ma siccome nessuno lo reclamò potei tenermelo. [p. 76]
  • Mi ricordo che sognavo di vivere in un vecchio autobus, o in un vecchio vagone ferroviario, e immaginavo come li avrei arredati. [p. 77]
  • Mi ricordo uno dei miei primi ricordi, una bambina più grande in un negozio di caramelle. Il commesso le chiese che cosa voleva e lei scelse un bel po’ di cose, poi lui le fece il conto e lei disse: “Oh ma io non ho i soldi. Mi aveva chiesto cosa volevo, e io gliel’ho detto”. Mi colpì davvero un sacco. [p. 103]

[Sull’uso poetico dei ricordi e su come possiamo invece usare noi il lavoro di Brainard si veda anche il mio Leggere per raccontarsi. Dai gruppi di lettura ai laboratori di narrazione, Edizione Bibliografica, 2025. In particolare il terzo capitolo.]

Altri I remember di Brainard, in edizione originale:

I remember light green notebook paper (better for your eyes then white).
I remember that the minister’s son was wild.
I remember bubble gum. Bubble big bubbles. And trying to get bubble gum out of my hair.
I remember the Liz-Eddie-Debbie sandal.
I remember trying to figure out what it’all about (Life).

Si diceva degli spunti di scrittura vaghi per il freewriting. Trovo molto efficace per vari motivi e per la fiducia che tende a dare a chi lo pratica, lo spunto del “non succede nulla”: descrivere momenti apparentemente vuoti, osservando i dettagli, le interruzioni, i piccoli cambiamenti che si accumulano. È importante resistere alla tentazione di inventarsi una rivelazione, una sorpresa. Sarà l’attenzione stessa a portare la scrittura da qualche parte, a generare qualche effetto.

Oppure, si può scrivere di qualcuno che non si conosce e che forse non si rivedrà mai più. Si comincia con ciò che effettivamente si vede, i lineamenti, la forma del viso, la postura, la statura, la struttura del corpo, il modo di muoversi. Si può continuare con queste osservazioni fino a esaurire la scrittura; ma si può anche usare uno di questi particolari dell’aspetto o del comportamento, per entrare nell’immaginazione, per inventarsi una vicenda, una vita, per aprire lo spazio a un ricordo, a una speculazione o a qualcosa di strano, misterioso.
(Indicazioni, adattate, da “Writers’ hour”).


Mama di Dorothy Allison è la storia di novembre del gruppo di lettura Un racconto.

Lolita di Vladimir Nabokov è il romanzo di novembre del gruppo di lettura Grandi libri.


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