I gruppi di lettura e la città dei 15 minuti

Oltre la pandemia: partecipazione fisica e digitale possono convivere? e come?

Sandor Bortnyik, L’uomo che accende i lampioni, 1921

In che modo la pandemia ha cambiato i gruppi di lettura? La lontananza dei corpi ha prima bloccato le relazioni fra i lettori nei gruppi di condivisione, poi l’uso delle piattaforme di comunicazione le ha dislocate, trasformandole. Si sono così modificate le voci, ora mediate dai dispositivi, le relazioni fisiche e visive si sono fatte relazioni faticose, distanti e da esplorare, le parole son diventate difficili da ascoltare e da dire. Tuttavia più lettori si sono affacciati ai gruppi, molti di più sono entrati e hanno partecipato alle discussioni.

I gruppi e i loro lettori hanno dunque reagito bene. Hanno resistito e poi hanno anche creato nuove forme di relazioni, se pure a distanza. Hanno scoperto quanta forza e ricchezza possa arrivare da una vera apertura delle porte: il collegamento a distanza ha infatti permesso a più persone di partecipare o anche solo di assistere agli incontri

Il gruppo di lettura “Grandi libri”, per esempio, che fa capo alla Biblioteca civica di Cologno Monzese, dopo lo shock iniziale della pandemia ha ben presto ripreso a leggere in condivisione, trasferendosi nella primavera del 2020 sulle piattaforme online. E non solo ha ripreso l’attività, adattandosi al nuovo ambiente, ma ha anche scoperto di poter mettere in pratica, di dare concretezza, all’idea di apertura che da sempre lo caratterizza. E così ha potuto e saputo accogliere lettori nuovi, lettori residenti lontano, anche molto lontano: abbiamo avuto per alcuni incontri una lettrice che vive negli Stati Uniti; ma anche lettori che partecipano occasionalmente, attratti da un autore e insieme agevolati dalla facilità di affacciarsi per così dire, stando comodamente a casa, senza dover affrontare l’ingresso fisico in un nuovo ambiente con persone che non si conoscono. Il gruppo di lettura è diventato così uno spazio dai confini porosi, nel quale si entra e si esce senza essere notati, se lo si desidera; nel quale si transita liberamente. Perciò possiamo dire facilmente che il gruppo si è arricchito.

D’altra parte a molti di noi manca l’incontro in presenza; che ora per altro torna possibile organizzare.

Che fare allora?

In generale, le scelte da fare dovrebbero favorire le conversazioni. Senza dimenticare che nella cura del gruppo di lettura dovremmo avere sempre a fuoco il fatto che nelle discussioni sui libri si intersecano gli orizzonti di vita di ciascun lettore con quegli degli altri lettori e dello scrittore. E in questa prospettiva la componente emozionale della relazione fra lettori è decisiva. Ed è proprio qui che il gruppo di lettura on line, a distanza, è più in difetto, in difficoltà. Qui perde forza emotiva, dunque.

Ci troviamo quindi a un crocevia nel quale dovremmo cogliere l’opportunità e provare davvero pratiche differenti, miste, che tengano insieme sia l’apertura effettiva dei gruppi – anche a chi non può o non vuole recarsi sul luogo dell’incontro – sia le forza emozionale e affettiva degli incontri faccia a faccia. Alcuni gruppi ci stanno provando e organizzano riunioni in presenza, aperte però anche a chi intende affacciarsi da una piattaforma on line. Dalle sperimentazioni usciranno nuove pratiche.

La città dei 15 minuti e i gruppi di lettura

L’orientamento giusto dovrebbe essere aiutato delle riflessioni attorno alla cosiddetta “città di prossimità” che con uno slogan viene anche definita “città dei 15 minuti”: in sintesi, l’idea di centri abitati dove tutto quel che serve ai cittadini, compresi la cultura e l’intrattenimento, sia raggiungibile, appunto a 15 minuti di cammino o – ancora più rapidamente – in bicicletta.

Ne ha scritto recentemente Ezio Manzini in “Abitare la prossimità. Idee per la città dei 15 minuti” (Egea). In questo libro, Manzini spiega che questa città “per esistere (e resistere) deve fondarsi su tre pilastri fondamentali: comunità, cura e innovazione digitale. Concetti diversi, talvolta lontani, ma che non possono prescindere gli uni dagli altri nel dare vita a un futuro davvero a misura d’uomo”.

Eguaglianza

Senza dilungarmi, mi limito a registrare qui quel che sottolinea Manzini

–a proposito di eguaglianza: “la città della prossimità non può essere appannaggio di alcuni quartieri privilegiati, o di alcune aree storiche in cui le cose sono (più o meno) già così, ma deve estendersi in tutte le sue parti. Deve diventare un diritto di tutti i suoi cittadini”.

Uso equo della tecnologia digitale insieme con relazioni fisiche

E poi, passaggio che mi pare centrale per i nostri ragionamenti:

–il progetto della prossimità deve far proprio un uso equo ed efficace della tecnologia digitale che affianchi le relazioni fisiche fra le persone in modo da creare comunità nello spazio multiforme in cui agiamo. Per esempio le piattaforme digitali dovrebbero aiutare a “rendere possibili e probabili forme di comunità, di cura, di lavoro e di cultura capaci di generare la prossimità che vorremmo”.

Evitiamo il tutto a/da casa

Infine, ultima annotazione che propongo sul ragionamento di Manzini:

–A proposito di piattaforma, va evitato il pericolo del “tutto a/da casa in cui si concretizza l’idea di un benessere accessibile attraverso prodotti e servizi da ricevere nel proprio spazio privato (mentre tutto ciò che sta intorno diventa un deserto sociale)”. La città della prossimità è dunque un “antidoto non solo alle città delle distanze del secolo scorso, e di suoi successivi aggiornamenti, ma anche a quella del tutto a/da casa, e alla città di individui senza comunità, senza beni comuni e senza luoghi pubblici che esso prefigura“.

Fa questi servizi di prossimità, appunto, dovremmo considerare anche i gruppi di lettura (oltre che, naturalmente, le biblioteche). A patto che, come sottolineato, si riesca sia ad avere e offrire possibili incontri fisici fra lettori che lo desiderino e possano muoversi (sia a 15 minuti, ma anche a un’ora se lo vogliono), sia sfruttare nel modo migliore la tecnologia per chi non può o non vuole (o vuole farlo solo alcune volte) incontrare gli altri in uno spazio condiviso.

Ci dobbiamo lavorare tutti, ma non sembra impossibile riuscirci. Per esempio, è necessario che a chi segue i gruppi dalle piattaforme tecnologiche siano offerte esperienze di partecipazione efficaci e “calde”, per non creare barriere emotive con chi è in presenza, barriere che rischiano di far fallire gli esperimenti.

Vediamo che cosa succede.

2 commenti

  1. Grazie Luigi per questo contributo su temi sui quali rimugino ormai da mesi, leggerò volentieri il libro di Manzini, seguo sempre con interesse questo blog.

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