Una lettura solo “privata” è più incerta e meno reale di una lettura condivisa?

Altre osservazioni sulla lettura e lo spazio pubblico di Hannah Arendt

Gustave Caillebotte, Les raboteurs de parquet, 1875 – Wikiart.org

Vorrei approfondire prima di ogni altro il concetto di “spazio pubblico” in Hannah Arendt perché è al centro dell’idea di condivisione della lettura come creazione potenziale di uno spazio pubblico.
In Vita Activa, nel secondo capitolo, “Lo spazio pubblico e la sfera privata”, Arendt definisce in modo preciso il concetto. E credo che sia possibile applicare ed estendere i contenuti e le implicazioni di spazio pubblico – cosa che ho provato a fare più volte in passato – anche alla condivisione della lettura. Qui vorrei provare a mettere alla prova proprio questa idea seguendo quasi alla lettera lo scritto di Arendt. Nel paragrafo 7 del capitolo, “La dimensione pubblica: l’essere-in-comune”, Arendt dice che il termine “pubblico” denota due fenomeni correlati ma non identici.

In primo luogo, il termine pubblico significa che 

“ogni cosa che appare in pubblico può essere vista e udita da tutti e ha la più ampia pubblicità possibile. Per noi ciò che appare – che è visto e sentito da altri come da noi stessi - costituisce la realtà. Raffrontate con la realtà che proviene da ciò che è visto e udito, anche le più grandi forze della vita intima – le passioni del cuore, i pensieri della mente, i piaceri dei sensi – caratterizzano un tipo di esistenza incerta e nebulosa fino a quando non vengano trasformate, deprivatizzate e deindividualizzate, per così dire, in una configurazione che le renda adeguate all’apparire in pubblico. La più corrente di tali trasformazioni avviene nella narrazione e in generale nella trasposizione artistica delle esperienze individuali.”

Ecco, già qui abbiamo un piccolo moto di sorpresa e dubbio: possiamo dire che la lettura, esperienza indubbiamente personale e intima, resti davvero incerta e nebulosa fino a quando non viene trasformata, “deprivatizzata” e “deindividualizzata” per assumere una forma, una configurazione che la renda adeguata all’apparire in pubblico? Se tale tesi a prima vista è indubbiamente un po’ urticante per ogni lettore orgoglioso della sua lettura privata, e va ricordato che Arendt non cita la lettura, ci mette però, in un certo senso, con le spalle al muro, perché include nelle “grandi forze della vita intima” anche “i pensieri della mente”. Figuriamoci, viene da dire, se dunque non ci può stare anche la lettura in questa categoria; lettura che in fondo è una estensione in intensa relazione con il mondo, dei “pensieri della mente”. Ma se andiamo oltre nella lettura di questa pagina, l’idea che in questa “vita intima” ci stia decisamente la nostra attività di lettura direi che si rafforza notevolmente.

Continua dunque oltre Arendt che in realtà non abbiamo nemmeno bisogno della “forma dell’artista” per attestare la trasfigurazione che renda adatte le forze della vita intima per apparire in pubblico e diventare la realtà.

Questo mi sembra il passaggio su cui porre tutta la nostra attenzione:

Ogni volta che parliamo di cose che possono essere sperimentate solo in privato o nell’intimità, le trasponiamo in una sfera in cui assumeranno un tipo di realtà che, nonostante la loro intensità, non avevano mai potuto avere prima. La presenza di altri, che vedono ciò che vediamo e odono ciò che udiamo, ci assicura della realtà del mondo e di noi stessi, e mentre l’intimità di una vita privata completamente sviluppata, quale non si era mai conosciuta prima dell’avvento dell’era moderna e del concomitante declino del dominio pubblico, intensificherà sempre più e arricchirà l’intera scala delle emozioni soggettive e dei sentimenti privati, questa intensificazione si attuerà sempre più a danno della certezza della realtà del mondo e degli uomini.

In un certo senso, potremmo azzardare: la lettura solo privata è a “danno della certezza della realtà del mondo e degli uomini”? Quindi a danno della realtà stessa di quel che leggiamo?

3 commenti

  1. Se ci pensiamo, la lettura in quanto tale è nata in uno spazio pubblico, come lettura pubblica di testi sacri in Chiesa o nei conventi, durante i pasti. Credo che la lettura silenziosa e privata sia un aspetto che sia subentrato solo dopo molti anni. Per quanto mi riguarda, però, preferisco la lettura privata: se ci deve essere uno scambio pubblico, ben venga nella fase post-lettura, come brain-storming o come uno scambio di idee e impressioni.
    La lettura, però, mi piace portarmela avanti da sola tra quattro mura.

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  2. Leggere insieme non è molto diffuso come finalità di associazioni anche se a scuola è la prima forma di cooperazione se il maestro non sbuffa. Però nelle varie fasi della lettura subentra il commento (ironico, inutile, loquace, eccelso…) ma abbiamo il testo lì e l’aver ascoltato l’altro. Bye bye

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  3. Per quanto la lettura privata sia soddisfacente, se non viene condivisa rimane sicuramente avulsa dalla realtà, anzi, spesso si legge per evadere! E’ nel momento in cui confrontiamo le nostre sensazioni con quelle di altri lettori che il testo si anima, si arricchisce di significati, prende vita. Quindi sì, ” la lettura solo privata è a “danno della certezza della realtà del mondo e degli uomini e a danno della realtà stessa di quel che leggiamo”.
    Se Mme Bovary avesse condiviso le sue letture in un gruppo forse non si sarebbe suicidata e se il Libretto Rosso di Mao fosse rimasto una lettura privata la storia della Cina sarebbe stata diversa!!

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