Le parole che ci diciamo dopo la lettura

M.F. Husain, Lady with Veena (WikiArt)

Davvero, dopo tanti mesi di cammino sul filo dell’incertezza consapevole, che forse ha contribuito soltanto a dare lineamenti più precisi all’incertezza che sempre ci accompagna o dovrebbe accompagnarci, eccoci di nuovo qui a parlare, a scrivere a proposito delle letture. Ciò che ci interessa sono sempre le parole che diciamo e ascoltiamo attorno alle e sulle letture. Sapere il titolo del libro e l’autore, per quanto importante sembri, è solo un punto di avvio, niente di più. Diventa più importante se quel che si legge si fa ostacolo per le parole da dire oppure ci aiuta a dirle. Ma non è l’elenco di quel che abbiamo letto o che leggeremo, ciascuno come lettore, ma anche, quando avviene questa specie di miracolo, come gruppo di lettura, non è questo che ci interessa. Ripartiamo da qui dunque, dalle cose che diciamo quando parliamo di libri. Quando siamo attorno a un tavolo, per parafrasare Hannah Arendt, e accettiamo di ascoltare gli altri che danno dimensione pubblica (o quasi pubblica) al discorso su ciò che abbiamo letto, diventiamo un gruppo di lettura, o meglio, e in modo più vago, diventiamo un nucleo di cittadinanza che abita uno spazio pubblico che discorre di quel che ha letto o che leggerà.
Vorrei in questi mesi, ricominciare ad ascoltare i lettori, per entrare in quel dialogo che a momenti li unisce, quando trovano le parole giuste e la voglia per ascoltarsi, reciprocamente. È necessario però, che si riprenda a fare attenzione a cosa si sceglie di dire a proposito delle letture, e a che cosa si decide di dare retta. Perché è qui in questo spazio, dove si misura la qualità del discorso, anzi del dialogo, della discussione, che vogliamo concentrare l’attenzione. Sempre con la consapevolezza che non ci interessano le lezioni o i seminari sull’autore e il suo romanzo – almeno non ci interessano attorno a quel tavolo – ci interessano invece le parole sull’interazione fra quel fascio di storie, pensieri, esperienze, ricordi, gioie e dolori, incertezze (ancora) e equilibri e equilibrismi, che ciascuno di noi è, e le pagine lette. Ecco, lì dobbiamo arrivare, e asintoticamente ci avviciniamo lo so, anche se ci pare lontano, anche se siamo smarriti perché ci pare di non riuscire a trovare le parole giuste, il giusto tono, anche l’argomento che vorremmo, e a volte siamo delusi. Ma siamo qui per cercarlo.

5 commenti

  1. Non è facile comprendere per chi non ha fatto esperienza reale in presenza. Il tavolo diventa come il mantra della scuola in presenza, eppure i vari tentativi di unirmi a gruppi sulle varie piattaforme mi hanno alla fine deluso. Il tavolo come manifestazione pubblica di confronto di gruppi di cittadini…da riflettere anche se il libro è diventato arredamento.

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  2. Non credo sia diventato arredamento il libro o meglio non è necessario che lo diventi; credo però che se fosse solo il libro senza i lettori che si parlano e si ascoltano, sarebbe un’altra cosa, bellissima, ricca e quasi universale: ma non questa faccenda dei gruppi. Non credi? [grazie per lo spunto]

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  3. Gentili amici, colgo lo spunto per la mia riflessione da una recensione di Francesco Piccolo su ” La lettura ” di domenica 6 settembre del Corriere della sera a proposito di una sua recensione su “Le regole degli amanti ” di Yari Selvetella (pag. 29) .
    Ebbene si tratta della cronaca di una relazione clandestina, della doppiezza che comporta il condurla nella quotidianità , Addirittura l’autore pare suggerire una sorta di manuale per adulteri , un elenco di regole o consigli utili per seguitare più lungamente possibile nelle relazioni extraconiugali.
    Devo dire che non comprerò mai questo libro e quindi non potrò usarlo neppure per accendere il camino , ma soprattutto per una ragione che si evince dal finale assolutamente grottesco che il recensore evoca come fosse un lampo di genio dell’autore:
    “Gli amanti leggono . Chi non legge non può essere un vero amante ” Voglio evitarvi ulteriori commenti che rasenterebbero lo sprezzo più severo e che darebbero l’impressione che io sia “contagiato ” da irriducilbile snobismo e intollerabile presunzione .
    E allora ? Perchè questo richiamo ? Cosa voglio comunicarvi ?
    Ecco dunque. Penso che sia scrivere che parlare necessiti la presenza di cose buone da dare agli altri e innanzi tutto a se stessi grazie ad una onesta riflessione pagina dopo pagina e soprattutto ” ritornando su alcune pagine “.
    Credo che sia importante condividere buone riflessioni, avere un atteggiamento intellettualmente onesto per avere confronti con gli altri e credo pure che non sempre “La lettura” è salutare a prescindere dai contenuti.
    Purtroppo è vero che a volte un libro è solo un arredamento.
    Purtroppo è vero che alcuni libri meritano di essere solo un soprammobile, un riempitivo del tempo che fugge, una distrazione o poco più per difendersi dalla noia.
    Allora si al confronto, ai circoli letterari, ai gruppi di lettura e a tutto ciò che consente di raccontarsi e di discutere, ma intorno a opere che meritano ed autori che davvero hanno buoni semi per coltivare le coscienze.

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  4. Hi I’ve posted a thought on my blog, I’d be happy with your opinion. Thanks (per motivi di tempo e per l’uso di scrivere in Inglese sui blog ho trascritto questo dal traduttore. Io conosco solo il francese data la non giovanissima età). Grazie

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  5. @Luigi
    il tuo testo è pieno di spunti, ma vorrei soffermarmi sull’idea che appare centrale dal titolo ovvero lo scambio umano, diretto che si svolge tra i lettori.
    Mi mancano i gruppi di lettura in presenza.
    L’energia che si sprigiona a “quei tavoli”, lo sguardo, i gesti, la possibilità di rettificare immediatamente un pensiero.
    Mi lascia sempre delusa quello che scrivo, anche se ci metto una certa attenzione. Appena pubblicato lo rileggo e scopro che non sono andata davvero al nocciolo, che addirittura mi ero lanciata per dire altro.
    Da membro che legge gli interventi degli altri, devo dire che l’attenzione va a balzi, la voglia di approfondire rileggendo è minima. Inoltre, se qualcuno si esprime in un modo che non ci piace, tendiamo a non rispondergli, fingendo di avere dato una scorsa veloce per mancanza di tempo, relegandolo così alla periferia del nostro tavolo immaginario.
    Buona sera a tutti.

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