Una scrittrice con le radici in aria

Istambul è una città così bella che ti rimane nel cuore per sempre, se hai avuto la fortuna di vederla e di attraversarla e ancor più se l’hai ri-conosciuta nelle parole e nelle fotografie del libro ISTANBUL del premio Nobel Oran Pamuk. E poi, se vuoi, puoi ritornarci ancora, se ti immergi nella lettura di un bel romanzo, uscito in Italia nel 2007, LA BASTARDA DI ISTAMBUL di ELIF SHAFAK, che proprio Pamuk raccomanda come ” la migliore scrittrice turca dell’ultimo decennio.”

Come è ricordato nella copertina, Istambul”non è una città, è una grande nave.Una nave dalla rotta incerta su cui da secoli si alternano passeggeri di ogni provenienza , colore, religione.
Ancora oggi in quella Turchia in cui le donne si erano tolte il velo 90 anni fa grazie ad Ataturk- come ricorda un personaggio del libro – e dove le donne hanno conquistato il diritto di voto nel 1934 ( in Svizzera nel 1971 sic!!! ), in quella Turchia pronta ad entrare in Europa con 70 milioni di mussulmani, E.Safak, come del resto anche Pamuk, ha corso il rischio di trascorrere tre anni in carcere.
La giovane scrittrice è stata infatti denunciata e poi prosciolta nel 2006, per avere offeso l’identità turca, in base all’articolo 301 del nuovo codice penale, proprio quell’articolo, che, se non verrà soppresso, tra le altre cose ” rischia di far deragliare il processo di avvicinamento della Turchia all’Europa” Ed Elif è convinta che l’entrata in Europa gioverebbe ad entrambe!

Il romanzo di E. Shafak, che, nata in Francia da genitori turchi, vive tra Istambul e Tucson, dove insegna nell’Università dell’Arizona, è il caso letterario dell’anno in Turchia, proprio per l’essere stata messa sotto accusa, perchè alcuni personaggi del suo libro parlano di genocidio armeno, del massacro di Adana del 1909, delle deportazioni del 1915 ( le cd.marce della morte di 1.200.000 armeni, dove centinaia di migliaia morirono di fame, di malattie o sfinimento )

Chi non ha sofferto qualche anno fa leggendo il romanzo di ANTONIA ARSLAN” La fattoria delle allodole“, in cui si raccontavano proprio questi atroci misfatti?

In quella Turchia, che ancora oggi non vuole riconoscere ufficialmente il genocidio armeno e chiedere il giusto perdono, vive la famiglia di Asya, una giovane ventenne, la bastarda di Istambul appunto, ragazza senza padre, con una madre, Zeliha, che si fa chiamare zia. Asya, figlia unica di 4 donne, che appena nata si è trovata” tra 4 zie-mamme o mamme-zie:”

“La bastarda di Istambul “è un romanzo con tante donne e pochi uomini: donne particolari, coraggiose, misteriose, stravaganti, colorate, con il velo o con minigonne vertiginose e l’anello al naso, anche un po’ streghe, in una casa con tanti profumi, dove l’unico maschio è il gatto soriano Pascià terzo. Mustafà invece , fratello di Zeliha, Ceryie, Banu e Feride, andato a studiare negli Stati Uniti, non è più tornato; si è laureato, vive in Arizona e ha sposato Rose, un’americana , già divorziata e con una figlia Armanoush, che chiama Amy, nel tentativo di cancellare il ricordo di quella famiglia armena così soffocante, di cui faceva parte il primo marito Barsam

Una famiglia armena, che vive a S. Francisco, dal cognome impossibile TCHAKHMAKHCHIAM , e dal passato traumatico, in cui i legami affettivi sono così intensi ( e insopportabili per l’americana Rose ), perchè come si dirà ad un certo punto del romanzo, chi è stato perseguitato ed è sopravvissuto alla diaspora, ha un senso della solidarietà più forte dentro la famiglia e fuori nella comunità armena.

Le storie di Asya e di Armanoush si intersecano, perchè la giovane armeno- americana si reca ad Istambul alla ricerca della sua identità, delle sue radici ed è ospite della famiglia del patrigno. E se pure c’è un passato che ha contrapposto Armeni e Turchi, tra di loro nasce una facile intesa, una condivisione di tante cose, anche se sono diverse.

Quando Armanoush entra nella casa turca è accolta dal profumo accattivante di cibi particolari, che sono gli stessi della nonna armena, originaria di Istambul.E così l’incipit della favola ricordata in esergo, in apertura del romanzo , è una favola turca, ma è anche armena.

Al ricordo dei fatti tragici del genocidio le donne della famiglia di Asya” non vedevano nessun collegamento tra loro e il crimine “, mentre per gli Armeni il tempo era un continuum in cui il passato viveva nel presente e il presente generava il futuro”.

La storia delle due famiglie si snoda dall’America alla Turchia, dal presente al passato con un ritmo molto felice che rende coinvolgente la narrazione di facile e piacevole lettura, forse un po’ meno nell’ultima parte, in cui il ritmo è più accelerato nel tentativo di arrivare ad una soluzione, che risulterà misteriosa, inaspettata, anche se qualche sospetto nasce un po’ prima. Agnizioni da commedia antica e un po’ da feuilleton?

Efficace, nel mettere a confronto generazioni e usanze, la scrittura di Efis, che è al suo quinto romanzo, il secondo in inglese ( anche questo le è stato contestato !), gli altri sono in turco e in tedesco.

Come ha dichiarato a Ferrara al festival di Internazionale, dove sedeva in una tavola rotonda accanto ad Arundhati Roy, a volte i romanzi dicono di più della situazione sociale e politica di un paese che non le trasmissioni televisive e i giornali ufficiali, soprattutto dove ancora esiste la censura.

Mi ha colpito nel suo intervento di Ferrara la citazione di un passo del Corano, perchè Efis Safak è mussulmana: ” in paradiso c’è un albero molto particolare chiamato Tuba. Si dice che cresca capovolto, con le radici rivolte in aria. Proprio come per gli alberi ciò che permette agli esseri umani di crescere e sopravvivere sono le radici. ma a differenza di quelle radici degli alberi possono viaggiare” Non avere radici o avere radici in aria significa essere liberi. liberi di raccontare, di fare un grande lavoro sulla memoria, nel caso di Elif rielaborando anche i racconti delle nonne di quando era bambina.

Per la Turchia invece radici e confini sono ancora solo quelli dell’identità nazionale!

Cannella,ceci, zucchero, nocciole tostate, vaniglia, pistacchi, grano, pinoli, scorza d’arancia, mandorle, albicocche secche, semi di melograno, fichi secchi, acqua, uva passa, acqua di rose, riso sono gli ingredienti di in dolce turco e armeno, l’ARSCHUR, che è importante nel romanzo, ma sono anche, uno per uno, i titoli dei primi 17 capitoli, a cui si contrappone l’ultimo intitolato CIANURO DI POTASSIO, un potente veleno, usato per uccidere nei genocidi, anche ad Aushwitz per gli ebrei.

Agli eventuali lettori , come sempre, la scoperta del finale !

EFIS SAFAK LA BASTARDA DI ISTAMBUL RIZZOLI 2007 pp 388

5 commenti

  1. MaxWeb ha ragione …abituati all’italiano scritto, può accadere che si scriva “Istambul ” e non” Istanbul”.
    Xochitl2, mi hai dato un’idea…

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  2. Mi offro al…pubblico ludibrio!!!!!
    Marina mi ha preceduto nel giustificare la mia distrazione..del resto… il buon Freud …insegna che qualuque errore è giustificabile a livello inconscio!
    Il mio errore è comunque ben sedimentato..sono andata a vedere il commento fatto ad un post su Pamuk, forse il mio primo intervento su questo blog, e ho trovato Istanbul una volta con la M e una volta con la N.

    Sono curiosa di sapere quale idea ho dato a Marina: fatti viva!

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