Marcovaldo, secondo Antonio P.

Appunti di lettura su  “Marcovaldo”

di  I. Calvino – nov. 2006

     Marcovaldo abita in città, ma non la conosce anche se la abita, ci lavora e l’attraversa tutti i giorni. Ci vive, ma non la vede; non la vede non solo quando c’è la nebbia e la neve, non la vede e non la vive perchè la ritiene un luogo dal quale fuggire alla ricerca della campagna dalla quale si aspetta quiete, tranquillità, aria buona, tutte cose che la città sembra non dargli.

In realtà anche la campagna che Marcovaldo idealizza non esiste, lo delude, racchiude le stesse trappole della città. Il fiume azzurro nel quale pescare le tinche è velenoso e terribilmente inquinato, il fiume, sulla riva del quale va a fare le sabbiature, si rileva una trappola potenzialmente mortale con le sue rapide; i funghi nati in città dalle spore venute dalla campagna sono velenosi e portano tutta la famiglia di Marcovaldo all’ospedale. Anche la tanto idealizzata vacanza di suo figlio Michelino tra gli alpeggi e le mucche in realtà si rivela per il bambino una faticaccia dalla mattina alla sera per accudire le bestie e fare i lavori assieme ai pastori.

Si può dire che Marcovaldo è un disadattato che non riesce a trovar pace né in città, né in campagna? Del resto, come definire un uomo che non comprende la realtà nella quale vive e che crede di essere in autostrada quando in realtà è sulla pista di un aeroporto in mezzo alla nebbia? Che confonde un autobus con un aeroplano?

La struttura dei racconti è spesso simile a quella di un fumetto per ragazzi, dove i fatti narrati sono come disegnati in una loro improbabilità che è accettabile e plausibile solo in un fumetto o in una fiaba; per esempio quando “atterra” sui bagnanti e sui loro canotti dopo la rapida sul fiume dove si reca a fare le sabbiature. O quando vaga senza sapere dove andare in una città sommersa dalla nebbia oppure quando Marcovaldo e la famiglia versano i carrelli della spesa nelle fauci di una gru che non si sa da dove venga e dove porti alla fine tutte le merci.

E sempre fumetto o fiaba per bambini è il racconto della città sotto la neve con lui trasformato in un pupazzo di neve che mangia addirittura la carota che deve servire da naso. Come pure fumettistica è la sua preoccupazione di continuare a stare sepolto nella sabbia sul barcone per finire la cura, mentre quest’ultimo si avvia ad una fine rovinosa sulla rapida. Solo che nelle fiabe c’è sempre un lieto fine che in molti dei racconti di Calvino invece manca sostituito dalla delusione o dall’amarezza.

Certo  Marcovaldo non si arrende mai nella sua ricerca di una felicità ideale che viene continuamente frustrata dagli accadimenti; è uno spirito candido e ingenuo che ricomincia da capo dopo ogni avventura.

Una nota sul linguaggio: ci si aspetterebbe che dando a molti racconti il sapore della fiaba, il linguaggio sia quello semplice delle fiabe; in molti casi invece si può dire che, se si tratta di fiabe, queste sono fiabe per adulti con un linguaggio letterario e  tutt’altro che semplice ( p.es. Luna e Gnac).

Una risposta agli amici di Guadalajara per quanto riguarda la Milano tra il 1957 e il 1963: il primo supermercato alimentare a Milano fu aperto nel 1956 ( Supermarket Esselunga ) in una zona centrale della città; in quel periodo la città si stava espandendo, ma era ancora circondata da vaste zone di campagna con campi coltivati e risaie. Oggi quelle zone sono tutte diventate parte della città. La descrizione di Calvino è certamente esagerata per quanto riguarda la frenesia dei consumi; forse può essere vera se si parla di una realtà americana, ma non certamente per Milano. Allora la quasi totalità delle famiglie si riforniva ancora nei negozi sottocasa e non c’era nessuna corsa ad acquisti compulsivi, se non altro perché il reddito delle famiglie era ancora molto basso se paragonato ad oggi.

A.Pezzotta

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