Ancora su Sen, identità e violenza

Ripropongo qui alcuni interventi di risposta e annotazioni al messaggio di Luca sulla riunione sul libro di Amartya Sen, Identità e violenza

primo: di luigi – Una delle impressioni che mi ha lasciato la riunione su Sen riguarda la ricerca, da parte di alcuni lettori, di *risposte al problema dell’identità* che il libro non poteva e non intendeva dare.
Si tratta di risposte a una domanda che coinvolge più la sfera psicologica ed esistenziale che quella strettamente politica (in senso alto) che prova a fornirci Sen.

Sen si occupa delle distorsioni politiche e civili delle identità uniche, e soprattutto delle identità uniche (religiose, culturali soprattutto) imposte; quelle che non lasciano scelte libere agli individui. Identità uniche che questi anni di nuove migrazioni, violenze, sommovimenti sembrano riproporsi come unica risposta al disorientamento.
In questo senso un libro “politico” quello di Sen.
Giustamente è stato notato che le risposte sul piano esistenziale al problema dell’identità forse ce le offre la narrativa e la poesia, meglio di qualsiasi saggio.

ciao

_L


secondo: di Maria – Sono d’accordo con Luigi sull’iterpretazione politica dell’identità data da Sen. E’ vero che nel libro ci sono vari riferimenti alle identità multiple e altri concetti simili, ma Sen non si preoccupa di indagarli, perché è interessato soprattutto all’uso politico che può esserne fatto.
Sicuramente il discorso sull’identità non è tra i più facili, perché, non appena si esce dalla sfera puramente personale e lo si collega a un’identità culturale, si corre il rischio di pericolose generalizzazioni e semplificazioni. Eppure, non credo che per evitare questi errori ci si debba limitare a relegare l’identità nella sfera del personale. Eisistono sicuramente delle identità di gruppo e, per quanto estremamente complesso e difficile da definire, credo che esista anche un senso di appartenenza culturale. Sicuramente Sen, più che il concetto stesso di appartenenza, indaga il modo in cui questa è sfruttata, enfatizzata, imposta a fini politici. Per altri punti di vista, non emotivi, ci si dovrebbe rivolgere agli antropologi. E poi sì, sul piano personale, la letteratura offrirà altre risposte.
u
Ciao,
Maria

terzo: di Luca – A me sembra che quello delle “risposte al problema dell’identità” sia un problema anche politico, e non solo psicologico o letterario.
Da questo punto di vista la difficoltà che forse il libro di Sen non riesce completamente a dissipare è questa: posto che siamo tutti (tutti noi, intendo; tutti noi del gruppo e tutti noi lettori, perché la lettura è una grande scuola di meticciato) ben vaccinati contro ogni riproposizione di un’idea di identità forte, esclusiva, monocratica, perché, come dice benissimo Sen, “l’identità può anche uccidere, uccidere con trasporto”, è anche vero che alcune strategie alternative non hanno ottenuto risultati altrettanto convincenti.


Ad esempio la via del multiculturalismo politically correct in America e altrove ha dimostrato di saper al massimo raggiungere un armistizio (sempre provvisorio) tra le identità in conflitto, una sorta di parlamentino o recinto per le diverse componenti senza che queste si fondano e si confondano realmente. E anche la strada del meticciato, dell’interculturalità, che rimane la via maestra, è spesso lastricata di buone intenzioni e di pessimi risultati.

Il dubbio che resta è forse questo. Non si sarà trascurato il ruolo, anche legittimo, che hanno l’identità e la ricerca di identità nella vita e nelle relazioni delle persone?
Senza identità non si vive molto bene, se non vogliamo mitizzare il cliché romantico dello sradicamento. Senza identità, anonima, è la vita nei templi del consumismo; senza identità è la violenza della guerra perché sappiamo che il primo “lavoro” della guerra è togliere identità al nemico per poterlo uccidere.

Allora, forse, la risposta e la difficoltà stanno nel tracciare una via “non identitaria” alla formazione della identità (di una persona, di un popolo, di un paese), nel costruire la nostra identità in dialogo e non in guerra con le altre identità; nel farne un’occasione di arricchimento per tutti, uguali e diversi; nel diritto di ognuno a “costruirsi” le sue radici, a trovare i suoi fratelli, senza per questo essere “nemico” delle radici e dei fratelli degli altri. Detto in altre parole (che riecheggiano nostre precedenti letture): il pensiero debole o il relativismo o il pluralismo potrebbero non essere la risposta migliore al fondamentalismo delle identità uniche o totalizzanti. La risposta è solo in un pensiero dialogico.

Luca


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