Nell’articolo su Repubblica (26 giugno 2026) dedicato alla biblioteca personale di Umberto Eco che, nella sua parte “moderna”, viene trasferita alla Biblioteca universitaria di Bologna, Anna Ottani Cavina ci ricorda che l’ordine dei vulumi in essa non è quello di una tradizionale classificaziobe bibliotecaria.
È invece quello famoso, formulato da Aby Warburg, della regola del buon vicino.
In breve – ne abbiamo già parlato alcune volte, per esempio qui – questa regola dice semplicemente che nella biblioteca migliore, quando si cerca un certo libro, si finisce per prendere quello che gli sta accanto e che si rivelerà ancora più utile di quello che cercavamo.
La nostra biblioteca
Anche nella biblioteca di Eco, come in quella di Warburg, possiamo trovare dunque le chiavi per spiegare cosa ci sia (o dovrebbe esserci) di unico e di maledettamente personale nelle raccolte di libri di ciascuno di noi.
Vale a dire le relazioni fra i libri, in particolare le più sorprendenti, imprevedibili, misteriose, poetiche e idiosincratiche (come diceva Warburg). Sono queste soprattutto a contare nella nostra autobiografia di lettori.
Raccontare le relazioni fra i libri
Quel che importa è raccontare queste relazioni, renderle esplicite, sottolinearle; non sperare che sia l’esposizione dei libri sugli scaffali a fare ciò che da soli essi non possono fare. Almeno in questo le nostre modeste biblioteche personali potrebbero davvero somigliare a quella di Umberto Eco: basterebbe, come faceva lui, individuare queste relazioni, farne discorso pubblico.
Giusto per ricordare anche che un intero capitolo di Leggere per raccontarsi è dedicato proprio ai nostri scaffali e a come i libri su di essi parlino di noi, se sappiamo evidenziare le relazioni che li tengono insieme.
Per ragionamenti in tema, si veda anche Alberto Manguel, La biblioteca di notte, Palermo, Archinto Editore, 2008, p. 163 e ss.
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Immagine: Nathan Altman, Library in the House of da Silva (set design for Uriel Acosta) – Wikiart

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