La lettura di Fame, il famoso romanzo di Knut Hamsun uscito nel 1890, offre soprattutto idee e spunti di osservazione su una voce narrativa ossessivamente concentrata su un io diviso, fatto di frammenti, che rifiuta un ordine borghese ordinato e produttivista ma ne soffre tremendamente l’esclusione.
ATTENZIONE:
Parleremo di Fame il 25 giugno 2026 alle 20:45 su Zoom (niente incontro in Sormani: guasto l’impianto dell’aria condizionata; informazioni per partecipare). Tutte le informazioni sul gruppo di lettura Grandi libri.
Meno interessante oltre che etremamente fastidiosa è la parabola successiva di Hamsun, che approda prima a una forma narrativa di ricerca di un passato mitico fondato su sangue e suolo, e poi quasi inevitabilmente, pensiamo, al nazismo e alla militanza intellettuale e politica con i collaborazionisti del suo paese. (Per chi è interessato alla deriva di Hamsun verso il nazismo, c’è questo articolo).
Quella che ascoltiamo leggendo Fame è una voce concentrata su dettagli minimi della vita quotidiana del sé composto di schegge; sulla fame e i deliri che ne conseguono, le sue rabbie e i suoi rancori, la sua nevrastenia, gli allucinati cammini per Cristiana, “quella singolare città che nessuno abbandona senza portarne le stigmate” (traduzione di Clemente Giannini). Scrive, vorrebbe scrivere, vorrebbe vivere con quel che scrive. Scrive con un mozzicone di matita su fogli bianchi che non sappiamo dove recuperi.
Ha rantoli di odio e rabbia, commozioni, attrazioni e momenti di euforia frenetica: quando il redattore capo del giornale – al quale propone articoli filosofici o altre elaborazioni che noi lettori non conosceremo mai – elogia uno dei suoi scritti e glielo paga dieci corone, passa la notte correndo per la città; salvo poi trovarsi nelle pagine successive e qualche settimana dopo, ancora affamato, in un costante ed estenuante (anche per noi lettori) ruminare della propria condizione.
Se consideriamo che Hamsun scrive questo romanzo prima delle maggiori opere del modernismo – esce prima di Cuore di tenebra di Conrad, di Proust e di Ulisse di Joyce, di Woolf – Fame mostra caratteri di anticipazione notevoli. Soprattutto per gli strumenti, per così dire, che usa.
Per esempio, mette la coscienza del personaggio-narratore al centro del racconto, è l’unica prospettiva d’interesse. Gli eventi contano poco rispetto alla percezione che ne ha e soprattutto a come li rielabora, li interpreta, anche contraddicendosi. Fame è un romanzo quasi completamente privo di trama. La prospettiva del racconto è instabile, inaffidabile (un narratore non attendibile esemplare), sempre e solo soggettiva.
L’io protagonista cambia continuamente l’umore, le intenzioni, i giudizi sul mondo che lo circonda.
Notevole l’uso anche di alcune immagini, di figure che ci fanno avvertire quasi fisicamente la condizione soggettiva del narratore: stare chiusi nella sua coscienza alterata. Interessante soprattutto il fatto che non le leggiamo come figure, le leggiamo come una descrizione naturalistica:
«Dio aveva messo un dito nella rete dei miei nervi portando delicatamente un po’ di disordine fra tutti quei fili. Poi aveva ritirato il dito e, guarda un po’, vi erano rimaste attaccate alcune piccole fibre, pezzetti di nervi, radici. E quel dito aveva anche lasciato il buco aperto, ed era il dito di Dio e a quel dito erano dovute anche le ferite del mio cervello. Ma dopo avermi toccato col dito Dio mi lasciò, non mi toccò più e non mi fece più alcun male; mi lasciò andare in pace col buco aperto; E nulla di male mi verrà da Lui, da Lui che è il Signore per tutta l’eternità…» (Traduzione di Ervino Pocar).
Più tradizionale ma decisamente straniante è l’uso delle figure in altri momenti, come quando dice che «persino i bottoni del suo vestito sembra che mi guardino come una fila di occhi atterriti» (Traduzione di Clemente Giannini, siamo all’inizio del romanzo, la prima volta che il narratore incontra la ragazza che chiama Ylajali).
Interessante infine anche l’uso del discorso indiretto libero per accrescere la chiusura del personaggio in se stesso. Invece di mostrarci uno spazio fra narratore e personaggio nel quale il discorso oscilla fra l’uno e l’altro, come avviene solitamente nell’indiretto libero, in Fame sembra che l’indiretto libero ci costringa a stare sempre nella testa del narratore anche quando potrebbe essere in scena il discorso dell’altro. Di quest’ultimo discorso avvertiamo solo l’eco, sempre mediata, diretta dalla visione del narratore stesso.
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