Una tigre con la testa addossata al muro; la vediamo di profilo, il suo lungo magnifico corpo lo immaginiamo soltanto, vorremmo ricordarlo bellissimo e fiero: perché ora è emaciato, rimpicciolito, umiliato e offeso dalla lunga – infinita, le sembra – cattività.
Da più di vent’anni è rinchiusa in quella gabbia. È stata usata come macchina da riproduzione per partorire cuccioli per l’industria del turismo, e per il traffico illegale di pelli, denti, ossa, artigli e carne.
La fotografia è leggermente sottoesposta, nessuno ha osato tirare i colori, la saturazione, la definizione, il contrasto.
La sofferenza infinita e senza riscatto di un animale. Guardandola si avverte un brivido per un istante, una vibrazione della pelle. In quell’istante mi sembra di intravedere anche la sofferenza infinita dell’umanità.
Altre idee:
Fotografia – Le bambole sensibili di Daniela Iraci
Fotografia – Saul Leiter
Fotografia – Periferia, Cologno Monzese
Fotografia – Villaggio Falck, Sesto San Giovanni
Fotografia – Un corpo nella New York Public Library
Fotografia?
Gruppo di lettura Un racconto, I pescibanana di J.D.Salinger
Nonostante, come è facile immaginare, nelle numerose mostre che si possono vedere al Festival della fotografia etica di Lodi, le foto colme di sofferenza, tragedie, soprusi, violenze, fughe, migrazioni, ribellioni, fatica siano centinaia e centinaia e riguardino quasi sempre persone, esseri umani – ecco, mi dico, a me resta nella memoria la tigre.
Dalla prima volta che l’ho vista, proiettata su un grande schermo a Lodi, nella mostra “SINGLE SHOT: STORIE DAL MONDO IN 32 SCATTI” che si può vedere alla Banca centropadana, ed è parte del World Report Award del Festival (Il Festival della fotografia Etica di Lodi continua, nei fine settimana, fino al 26 ottobre), questa foto mi ossessiona.
L’autrice, Amy Jones, su Instagram la presenta così:
“Elderly Indochinese tigress on a tiger farm, Thailand, 2023”
“An elderly Indochinese tigress (Panthera tigris corbetti) leans her fragile body against the concrete wall of her enclosure on a tiger farm in Northern Thailand. For over 20 years, she has been confined in this cage and used as a breeding machine, producing cubs for industries ranging from tiger tourism to the illegal trade in skins, teeth, bones, claws and meat. This tigress, later named Salamas, was rescued from the farm alongside 14 other big cats by the NGO Wildlife Friends Foundation Thailand (WFFT). Despite her frail and emaciated condition, Salamas survived the 12-hour journey to their 17-acre tiger sanctuary forest, where she was able to roam freely and experience grass beneath her paws and the warmth of the sun on her fur for the first time in two decades. Unfortunately, Salamas died nine months after being rescued. Demand for tiger tourism experiences and products has resulted in an estimated 1,700 tigers being held in factory-style tiger farms across Thailand. Less than 223 tigers remain in the wild in the country.”
”Humanity versus Nature” Category Winner”. – La foto ha infatti vinto anche il riconoscimento dell’Environmental Photography Award; il nome della categoria, tra l’altro, Humanity versus Nature, forse rende ancora più straniata la mia esperienza con la tigre.

Ci pensavo a questa foto, quando casualmente – in un film – mi sono imbattuto nella poesia di Rainer Maria Rilke, La pantera (1903). La foto della tigre ora forse ha trovato anche una cornice:
La pantera
Dal va e vieni delle sbarre è stanco
l’occhio tanto che nulla più trattiene.
Mille sbarre soltanto ovunque vede
e nessun mondo dietro mille sbarre.
Molle ritmo di passi che flessuosi e forti
girano in minima circonferenza,
è una danza di forze intorno a un centro
ove stordito un gran volere dorme.
Solo dalle pupille il velo a volte
s’alza muto. – Un’immagine vi penetra
scorre la quiete tesa delle membra –
e nel cuore si smorza.
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