L’anno della Storia: 1974, Elsa Morante scuote la cultura italiana

Pablo Picasso, Mere et enfant, 1922 (Wikiart)
Pablo Picasso, Mere et enfant (particolare), 1922 (Wikiart)

In un volume pubblicato da Quodlibet, Angela Borghesi ha raccontato e analizzato il «dibattito politico e culturale» virulento scatenato da La Storia. Con una ricchissima antologia della critica. Perché tanti intellettuali si accanirono contro il libro? Perché invece i lettori lo amarono tanto? C’è una connessione fra le due cose? Discuteremo del romanzo di Elsa Morante al Gruppo di lettura «Grandi libri» in biblioteca a Cologno Monzese il 12 giugno 2019. • Per info: gruppodilettura@gmail.com


Il 20 giugno del 1974 Einaudi pubblicò La Storia di Elsa Morante, direttamente nella collana tascabile ed economica «Gli Struzzi». Il romanzo diventò immediatamente un grande successo di vendite che sorprese tutti: seicentomila copie in pochi mesi lo resero un fenomeno culturale e sociale. Contemporaneamente sui giornali e le riviste, alla radio e in tv, moltissimi giornalisti, critici, scrittori, lettori comuni dissero la loro. E mentre i lettori tributarono un grande successo al lavoro di Morante, la maggior parte dei critici e recensori italiani si accanì contro l’opera.

A quasi 45 anni da questo momento importante della storia culturale italiana della seconda parte del XX secolo, Angela Borghesi – docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Milano Bicocca – ha pubblicato L’anno della Storia, 1974–1975 (Quodlibet, 2018) un libro di oltre 900 pagine che ricostruisce e analizza «Il dibattito politico e culturale sul romanzo di Elsa Morante» riportando anche una preziosa «Antologia della critica».

Angela Borghesi, L'anno della Storia (Quodlibet) copertina

Il libro di Borghesi si legge anche come storia di un passaggio importante della vicenda culturale italiana degli anni Settanta, stagione ricca di ingegni e grandi autori, ma anche di ideologismi nella lettura dei libri, di forzature politiche con, sullo sfondo, il tramonto delle speranze del ’68 e dei primi anni del decennio e l’approssimarsi delle derive terroristiche.

Genera prima una certa soggezione leggere nell’indice del volume la lunghissima serie di autori degli articoli, commenti, interventi e recensioni inseriti dall’autrice nell’antologia critica: Cesare Cases, Giovanni Raboni, Enzo Siciliano, Pier Paolo Pasolini, Geno Pampaloni, Cesare Garboli, Oreste del Buono, Angelo Guglielmi, Carlo Bo, Giuliano Gramigna, Natalia Ginzburg, Vittorio Spinazzola, Italo Calvino, Carlo Sgorlon, Alberto Moravia, Gian Carlo Ferretti, Goffredo Fofi. Così solo per citarne, un po’ casualmente, alcuni, a partire da quelli il cui nome nell’elenco mi ha attirato e che ho letto per primi.

Dopo la soggezione subentra la meraviglia per una tale ricchezza di scritti dedicati a un solo romanzo e tutti prodotti dal giugno 1974 all’agosto del 1975, 14 mesi di intensissima produzione. E dopo la meraviglia, la sorpresa.

Perché a parte alcune eccezioni, per altro di altissimo livello, come Ginzburg e Garboli, come si accennava prima, queste ottime penne cui siamo assai grati per averci raccontato e spiegato molto della cultura e della società italiana, si accaniscono contro La Storia. Attaccano senza pietà, o meglio, forse conviene dire senza capire, senza voler capire. Alterati da lenti che distorcono e sfocano.

I pregiudizi

Ovviamente il punto non è che i giudizi fossero ostili. Il punto è che tipo di giudizi furono e cosa li motivò. Possiamo non considerare quelli sventolati da Nanni Balestrini che usò insieme a Elisabetta Rasy e Letizia Paolozzi «il manifesto» per dire che Morante è scrittrice reazionaria, una nipotina di De Amicis, che fa di tutto per non mettere in scena la lotta di classe la cui storia è la storia della quale ci si dovrebbe occupare. Che invece offre una «elegia della rassegnazione, un nuovo discorso delle beatitudini» una «ostentata mistica della regressione». Per la verità sul «manifesto» uscirono anche recensioni più articolate e più attente alla novità del romanzo di Morante. Ma il brevissimo esempio indica il peso della matrice ideologica nella lettura.
Per trovare alcune bussole che orientino nella marea di interventi contro La Storia, riprendo un articolo di Marino Sinibaldi, giovane di Lotta Continua (classe 1954) quando uscì il romanzo. Nel 1993 scrisse un intervento per un libro antologico pubblicato da La Linea d’ombra edizioni – Per Elsa Morante – che Borghesi cita e analizza.
Secondo Sinibaldi ci furono due pregiudizi giganteschi che condizionarono il dibattito sul romanzo di Morante.

Pessimismo non significa necessariamente rassegnazione

• I limiti della modificabilità del mondo • Il primo pregiudizio – scrisse Sinibaldi – «è che il pessimismo comporti l’accettazione dell’esistente, l’impossibilità di battersi, insomma il rifiuto della politica. Una concezione tragica della storia e dei limiti della modificabilità del mondo invece è utile alla definizione dei confini, dei limiti della politica. E soprattutto evita di consegnare alla politica quel sogno di rigenerazione totale che, trasferito appunto interamente sul piano politico, ha provocato i drammi più sanguinosi del secolo. (Oppure dopo il suo fallimento, ispira – quello sì – rassegnazione e rinuncia, come infatti è avvenuto a gran parte di quella generazione)».

Critica letteraria incapace di confrontarsi con una visione del mondo lontana dalle coordinate ideologico-politiche del momento

Ideologia

Secondo Sinibaldi, fu il secondo pregiudizio «il più diffuso tra i critici contemporanei della Storia», che più di ogni altro «testimonia l’occasione perduta», quello «relativo all’ideologia». Per Sinibaldi – dice Borghesi – nel romanzo di Morante «c’è ‘un senso della storia ma non un’ideologia […] è un libro che costruisce la sua grandezza su una radicalità senza ideologia», operazione che allora apparve «incomprensibile». Non solo «il manifesto» e la sinistra però, persero l’occasione, secondo Sinibaldi. Anche la critica letteraria si dimostrò «incapace di cogliere in un romanzo l’invito, la provocazione ad andare oltre la letteratura, a confrontarsi con una visione del mondo lontana dalle coordinate ideologico-politiche del momento». (Enfasi mia)

Altri tre: contro le donne, contro il patetico, contro il successo

Oltre ai due pregiudizi dei quali parlava Sinibaldi, Borghesi ne sottolinea altri tre: contro le donne, contro il patetico, contro il libro di successo.

Donna • «Il pregiudizio di genere», dice l’autrice, «patente e scontato nella critica di destra, era meno prevedibile in quella di sinistra: che tuttavia s’irrigidisce di fronte al romanzo ambizioso di una scrittrice cosciente dei propri mezzi e priva di soggezione verso le parole d’ordine allora vigenti in campo letterario e politico.»

Vende troppo Poi, «scatta puntuale il pregiudizio elitario contro il successo commerciale: un’opera che ha raggiunto di slancio un pubblico vasto e trasversale, composto anche di giovani politicizzati, fa storcere il naso ai detentori del gusto che, come rilevò [Cesare] Garboli, si sentirono esautorati ‘nella loro funzione di mediazione culturale’.» È un passaggio che – diciamo così, da lettore comune – mi sembra molto importante. Scrisse Garboli, nel fare il punto sul romanzo, nel 1995:

A quel tempo non era mai successo che un romanzo italiano tirasse molto più delle centomila copie (più o meno, lo standard di Moravia). Le tirature della Storia furono altissime e raggiunsero presto le seicentomila. Ci fu un certo stupore. La Storia era un romanzo controcorrente, d’ispirazione anarchica e di grande leggibilità. Non predicava la violenza. Ostentava e denunciava una grande indifferenza e anche un certo irritante senso di superiorità verso i problemi di teoria del romanzo e in genere della letteratura (come s’intuisce dalla dedica: ‘por el analfabeto a quien escribo’). Era fin troppo evidente che la presa sul pubblico, il successo, le vendite erano un fenomeno spontaneo e non pilotato. Per molti, moltissimi lettori il romanzo si presentava come una liberazione da opinioni conformiste e costituite. Ma in altri ambienti, nell’establishment, quell’onda di consensi fu sentita come un pericolo. La Morante faceva concorrenza sleale. La Storia aveva scavalcato le mediazioni intellettuali e stabilito un filo diretto […] con quella che, col tempo si sarebbe chiamata la ‘gente’ (surrogato delle vecchie ‘masse’ licenziate dalla società dei consumi) […] Se passava, il romanzo della Morante avrebbe potuto rubare spazio, occupare e presidiare le opinioni ‘giuste’. Volò la parola d’ordine. Bisognava ostracizzarlo e renderlo innocuo. (L’intervento di Cesare Garboli, è stato scritto per l’introduzione all’edizione de La Storia negli «Einaudi Tascabili» del 1995.)

Patetico (il concetto di limite, Simone Weil)

L’altro pregiudizio nell’affrontare La Storia, individuato da Borghesi, • Il patetico merita particolare attenzione e si collega strettamente a quanto osservato da Sinibaldi sui limiti della modificabilità del mondo.
Al momento della pubblicazione sorprese e scandalizzò il fatto che i tanti lettori del romanzo di Morante si fossero commossi, che il romanzo avesse saputo commuoverli. «Può essere un capolavoro un libro che fa piangere?» – osserva Borghesi. «Siamo agli antipodi della poetica neoavanguardistica». E più avanti aggiunge: «Il pregiudizio contro il patetico si lega a filo doppio con il pregiudizio di genere, ed è palpabile nei discorsi intorno all”ideologia’ del romanzo». Nessuno dice ancora Borghesi, ha affrontato davvero la visione del mondo che lo anima. Lo si è letto e giudicato con le categorie ideologiche correnti, che davanti a La Storia risultavano inservibili.
Simone Weil In particolare non si era riusciti a leggere dietro il romanzo la presenza forte del pensiero di Simone Weil, «a lungo compulsata e studiata da Morante». Fare davvero i conti con Morante significherebbe farli con Weil, filosofa insieme geniale e ingrata «per la radicalità delle analisi sull’organizzazione sociale e politica, sui fenomeni culturali e religiosi». Filosofa di cui diffidare perché «in odore di misticismo e di antimarxismo». Ma anche l’interesse di Morante per l’insegnamento induista e buddista sconcerta i critici. «La religiosità morantiana si alimenta delle convergenze tra messaggio evangelico e tradizione spirituale orientale, convergenze che avevano trovato riscontri anche negli studi di Weil». Ma questo complesso pensiero viene ignorato. Si accusa Morante di sentimentalismo, di rappresentare un’umanità sofferente e rassegnata e rinunciataria: ma è una scorciatoia pigra davanti a un edificio teorico complesso ma sconosciuto o appena masticato.

• Il concetto di limite • Il romanzo ha invece una grande forza provocatrice:

«Mettere in scena la sofferenza degli innocenti travolti dalla guerra, da una forza che li travalica – una sofferenza di ‘valore eminente’ perché è di coloro che sopportano ‘il peso dell’universo intero’ (Weil, Quaderni, II) – significa riflettere e far riflettere sul limite a cui tutti sottostiamo. È dalla conoscenza del limite che viene l’utopia necessaria verso cui orientare le esistenze nei momenti sociali e personali più difficili. Ciò che allora fu inteso – o meglio frainteso – come atteggiamento di rinuncia e vittimismo colpevole, veniva oltre che dal mito eroico e prometeico di cui si nutriva ancora tutta la sinistra italiana (perire vinto sì, ma da eroe sulle barricate), anche dal rifiuto di aprirsi a una logica diversa, che sollecitava la sfera degli affetti e della solidarietà, della fratellanza, ma non per questo rinunciataria. Mostrare la vulnerabilità di un’intera famiglia alle avversità della fortuna significa, direbbe Weil, ‘trasformare ogni dolore ogni sventura subita (e che si deve subire – e che si infligge) in sentimento della sventura umana’ (Quaderni, II). Questa è la compassione senza consolazione, la compassione per identificazione che Weil ha trovato nell’Iliade di Omero e Morante in Weil. Una Morante conscia che quella compassione – così annota a margine di pagina – è considerata dai più ‘inferiore e negativa’».

Siamo davanti alla consapevolezza che «il tempo tutto travolge, che c’è un potere a cui tutti siamo assoggettati» e tale consapevolezza

«non nasce dalla rinuncia né porta alla rinuncia. Alla fine delle Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale (Piccola Biblioteca Adelphi), un’analisi dei meccanismi del potere lucida fino alla spietatezza, che non lascia spazio all’illusione su un possibile rivolgimento dello stato delle cose e demitizza la nozione di rivoluzione, Weil esorta alla resistenza, non alla resa e al ripiegamento su di sé. ‘Non potresti desiderare di essere nata in un’epoca migliore di questa in cui si è perduto tutto’: così appunta nel primo quaderno. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta del secolo scorso tutto sembrava invece di nuovo a portata di mano: un cambiamento decisivo, una rivoluzione. Perciò Morante pensò fosse bene ricordare in quale orizzonte di senso ultimo andassero collocate quelle speranze. La Storia è certo ‘un tempestoso atto d’accusa contro l’ideologia della violenza’ (Spinazzola) che ha insanguinato il mondo con l’ultimo conflitto mondiale, e al contempo è un atto d’accusa verso la vulgata marxista che non si dà storia né rivoluzione senza sangue, senza vittime designate e inermi, ritenute l’inevitabile pegno da pagare per un futuro di libertà, e in nome di quelle propugnato.»

Dunque, troppi lettori commossi. «Vizio uterino – dice ancora Borghesi – che si sostanzia in malvezzi melensi sdolcinature stilistiche; Kitsch sentimentale» che molti intellettuali, troppi, respingono, specialmente in quegli anni di piombo. «La tenerezza è debolezza, la ferocia dei tempi richiede durezza, ciglio asciutto, culto della ragione e della necessità».

Oggi quelle critiche al romanzo di Morante sembrano lontane, «alla luce del ritorno d’interesse sull’empatia e sul coinvolgimento emotivo dei lettori indagato da studiosi di diversi ambiti disciplinari: come Martha Nussbaum, che considera la compassione fondatrice di un’etica ragionevole». Oggi La Storia continua a viaggiare con vendite fra le settemila e le ottomila all’anno.

Discuteremo di La Storia di Elsa Morante al Gruppo di lettura «Grandi libri» in biblioteca a Cologno Monzese il 12 giugno 2019.

4 commenti

  1. Theleeshore Che meraviglia davvero la Storia di Morante. Lo lessi immediatamente e trovai ( ancora una volta) ideologica , malaticcia, rigida e insensata oltre che maschilista la critica ” ufficiale” di quegli anni . E pensare che proprio i fascisti, molti anni prima, dissero altrettanto del libro CUORE, negandogli la scuola italiana…
    La Ginzburg, fu entusiasta di LA. STORIA. bellissimo romanzo, oggi , un classico ” della letteratura italiana . Cam

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