Dickens e la lezione di Jacob Marley

Ehhh, fin troppo facile, direte voi. Oggi è il primo dicembre, Natale è alle porte, e chi mai non ha letto (o visto una riduzione cinematografica) di a Christmas Carol, il più famoso racconto di Boz, il nomignolo con cui si firmava quel monumento della letteratura inglese che è Charles Dickens? Lo so, vi rispondo io. E se fosse il momento di rileggerlo? I classici sono tali perché raccontano nuove storie ogni volta che li si prende in mano, direbbe Calvino. E allora, cominciamo dall’incipit.

Marley era morto, tanto per cominciare. Non c’era dubbio su ciò: il suo atto di morte era firmato dal pastore, dal coadiutore, dall’uomo delle pompe funebri e dal capo dei piagnoni. L’aveva firmato anche Scrooge, e il nome di Scrooge alla Borsa degli scambi valeva per qualunque cosa a cui egli decidesse di mettere mano. Il vecchio Marley era morto come il chiodo di un uscio.

Bene, se non avete abbozzato almeno un sorriso, potete tranquillamente smettere di leggere questo post. Ma se invece non avete potuto fare a meno di schiudere la bocca in una risata, venite con me. Non c’è da pentirsene. Il protagonista Ebenezer (da notare che il bellissimo nome biblico significa “pietra di soccorso”) Scrooge, della ditta Scrooge&Marley e socio in affari del fu Jacob Marley, è l’archetipo dell’avaro. È, prima di tutto, e come tutti i tirchi incalliti, un avaro di sentimenti, poi di beni materiali. Accumula per il gusto di accumulare, non può e non riesce a spendere perché non sa di essere ricco (come tutti gli avidi). È talmente avaro che risparmia perfino sulla temperatura corporea:

Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli raggrinziva le gote, ne induriva l’andatura, ne arrossava gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante. Una brina ghiacciata gli copriva il capo, sopracciglia e mento legnoso; ed egli portava sempre in giro con sé quella bassa temperatura, che gelava il suo ufficio anche nei giorni di canicola, e non saliva sia pure di un grado neanche al tempo di Natale.

Nemmeno a Natale, appunto. Non c’è giorno dell’anno che il vecchio agente di Borsa odi di più. “Sciocchezze!”, si schermisce ogni volta che qualcuno osa fargli gli auguri. “Non ci sono le prigioni? E gli ospizi di mendicità?” tuona severo ogni volta che gli viene chiesto un obolo in beneficenza. Ma, si sa, spesso è esattamente ciò che temiamo di più al mondo ad avverarsi. E così, ecco che il buon Marley gli gioca un brutto tiro e, proprio la notte della Vigilia, gli si presenta davanti. Certo, di fronte a uno scettico inveterato come Scrooge, perfino uno spettro ha il suo bel da fare, e ce ne mette a convincerlo di avere davanti proprio un fantasma. “Che prova vuoi della mia realtà, oltre quella dei tuoi sensi?” chiede la creatura oltremondana. “Tu potresti essere un’indigestione di manzo, una cucchiaiata di mostarda, una fetta di formaggio, una patata cruda. Chiunque tu sia, c’è in te più del sugo di carne che della tomba”, risponde l’altro. Ma gli spiriti, non conoscendo la fretta, sono esseri molto perseveranti. “Perché sei incatenato?” domanda a quel punto spaventato il povero Scrooge, finalmente convintosi della presenza ultraterrena.

“Porto la catena che mi sono forgiato in vita”, rispose il fantasma. L’ho saldata anello per anello, metro per metro; me la sono caricata di mia spontanea volontà, e di mia spontanea volontà la porto. Il suo modello ti sembra strano?” Scrooge tremava sempre di più. “O vorresti sapere” proseguì il fantasma, “il peso e la lunghezza della catena che tu stesso porti? Sette natali or sono era pesante e lunga come questa, e da allora tu ci hai lavorato intorno parecchio. È una catena pesantissima”.

Ed ecco spiegata la ragione della visita. Per alleggerire quella catena, non uno, ma ben tre spettri natalizi faranno visita al vecchio parsimonioso.

Il primo, quello dei Natali passati, riporta in vita memorie dolorose. Solitudine, abbandono, paura. L’infanzia di Scrooge (che poi è quella di David Copperfield, di Oliver Twist, di Pip e di tanti altri protagonisti dei suoi romanzi) ripercorre quella di Dickens. È lo stesso dolore che si rinnova, e che poi, per effetto catartico, si trasforma in talento, energia, risorsa creativa.

Il secondo fantasma, quello del presente, è una cornucopia di felicità. Gli mostra la gioia della convivialità, il calore della vicinanza, il potere contagioso dell’allegria e, in definitiva, la capacità di vivere momento per momento, godendo di quello che c’è (“Eppure erano felici, riconoscenti, buoni l’uno con l’altro, contenti del presente”).

Al terzo spirito, quello del futuro, è consegnata la missione più importante e racchiude il senso dell’intero racconto. L’apparizione silenziosa, l’unica del terzetto soprannaturale a cui non viene data l’opzione della parola, usa solo un indice puntato per svolgere il suo compito. Cosa indica lo leggerete voi, sapendo che ogni giorno, proprio ogni giorno, dovremmo trovare un minuto per ricordarcene. Per noi stessi, e per gli altri.

Dickens viene spesso accusato di essere retorico, conformista, “buonista”, sdolcinato, ma la verità è che nessuno è riuscito a parlare al popolo (e del popolo) con la stessa autenticità. Perché, a differenza dell’eroismo degli ultimi di Balzac o dell’idealismo dei miserabili di Hugo o del realismo disincantato degli affamati di Steinbeck o del furore dei negletti di Dostoevskij, Dickens è capace di guardare i poveri con gli occhi di un povero. I suoi. E per questo piace a tutti. Ai minatori, alle sartine, agli impiegati, ai carbonai, agli insegnanti, ai postini, e giù, fino all’ultimo dei carcerati. Dickens si legge ovunque. Nei tuguri più umidi fino ai circoli più esclusivi. Perfino nella Camera dei Lord. E sarà l’intera nobiltà inglese a definirlo il cantore dell’epoca vittoriana. Per questo, per questa sua capacità di penetrare in ogni fessura dell’animo umano, nell’abbazia di Westminster riposa tra Shakespeare e Fielding. Chissà come sarebbe scoppiato a ridere se l’avesse saputo. Quindi, bando alla ciance, che aspettate a tirarlo fuori dalla libreria?

Canto di Natale, Charles Dickens, Mondadori.

Jacob Marley

7 commenti

  1. E’ dal tempo del liceo che non leggo Dickens. Chissà che effetto mi farebbe ora.
    Mi sono annotata i 100 libri (classici) consigliati da Piero Dorfles, ho deciso di leggerli o rileggerli. Mi fanno un effetto stranissimo. La Giusy che lesse Morte a Venezia 30 anni fa è completamente un’altra persona e quindi i libri sono tornati ad essere per me completamente NUOVI.
    Proverò anche con Dickens, grazie del consiglio!

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  2. @giusimar. per rinfrescare il fascino delle letture fatte nell’adolescenza mi permetto di consigliare a chi vuol rileggere Dickens un piccolo capolavoro di qualche anno fa’ MR. PIP di Lloyd Jones. In una isola della Papuasia dopo una aggressione che mette a ferro e fuoco tutto il villaggio i superstiti si ritrovano senza più la piccola scuola. Il maestro non ha più né libri né altro materiale. Ha salvato a rischio della vita , un solo libro PIP di Dickens. E con quello insegnerà meravigliosamente ai piccoli alunni. L’ anima di Dickens farà. miracoli. E di Dickens si potrà. innamorarsi.
    ciao ciao Camilla

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