Ripartire dai diritti umani, di tutti

L’attacco gravissimo alla democrazia liberale portato dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle si ferma difendendo, giorno dopo giorno, in tutti gli spazi pubblici e privati, i diritti umani universali, le istituzioni e la Costituzione. Ripartiamo dalla convinzione che diritti umani-civili e diritti sociali non possono essere separati, devono essere di tutti, non solo di una parte del “popolo”. Rimettiamoci in gioco, dal basso e “in basso”

Charles Blackman, Man Floating, 1953
Charles Blackman, Man Floating, 1953 (Wikiart)

Marco Revelli, in un articolo pubblicato sul “Manifesto” il 22 maggio, sottolinea con forza una caratteristica decisiva della condizione politica e sociale contemporanea, in Italia, ma non solo in Italia:

“Continuiamo a sognare la bella unità tra diritti sociali e diritti umani universali che il movimento operaio novecentesco aveva miracolosamente realizzato, e non ci accorgiamo che non sono più in ‘asse’. Che oggi i primi sono giocati contro i secondi, da questo stesso governo che a politiche feroci sul versante della sicurezza – alla negazione dei diritti umani – associa un’attenzione alle politiche sociali (per lo meno per quanto riguarda il loro riconoscimento nel programma) sconosciuta ai precedenti.”

“D’altra parte, – scrive più avanti – nemmeno il popolo è  più quello di una volta: il popolo dei populismi classici, unità morale portatrice di virtù collettive, unito a coorte e pronto alla morte. È al contrario una disseminazione irrelata di individualità. L’ha mostrato perfettamente, ha aggiunto Revelli, la ricerca su “Chi è il popolo”, realizzata da un gruppo di giovani ricercatori nelle nostre periferie e presentata a Firenze: “il tratto comune a tutte le interviste era l’assenza di denominatori comuni. La perdita del senso della condivisione e dell’azione. La scomparsa dall’orizzonte esistenziale del conflitto collettivo, in un quadro in cui l’unica potenza sociale riconosciuta, l’unico titolare del comando, è il denaro, intangibile nella sua astrattezza e quindi incontestabile”.

Un nome che possiamo dargli è “moltitudine”, dice ancora Revelli. “In senso post-moderno e post-industriale: l’antica ‘classe’ senza più forma né  coscienza. Decostruzione di tutte le aggregazioni precedenti. In qualche misura ‘gente'[… ] Cosicché anche i populismi che si aggirano, nuovi spettri, per il mondo sono populismi anomali: populismi senza popolo.”

E Revelli chiude l’articolo con un invito, un’esortazione:

Per questo è bene rimetterci in gioco ‘in basso’. Nella materialità della vita comune. Corpi tra corpi. A imparare il nuovo linguaggio di un’esperienza postuma. Lasciando da parte, almeno per il momento, ogni velleità di rappresentanza che non riuscirebbe a essere neppure rappresentazione”.

È un invito che riprende quello che Revelli ha messo all’inizio dell’articolo:

“D’ora in poi dovremo metterci in gioco più direttamente, più di ‘persona’: imparare a fare le guide alpine al Monginevro, i passeur sui sentieri di Biamonti nell’entroterra di Ventimiglia, ad accogliere e rifocillare persone in fuga da paura e fame, a presidiare campi rom minacciati dalle ruspe. Perché saranno loro, soprattutto loro – non gli ultimi, quelli che stanno sotto gli ultimi – le prime vere vittime di questo governo.”

È dunque insieme un invito a “resistere” ma anche a resistere in forme differenti da quelle che ci sono sempre sembrate politiche. Ci manca la bussola per orientarci. Ci mancano le categorie adatte, sia politiche che sociali.

Il 4 marzo è avvenuta una “apocalisse culturale, politica e sociale”, è il punto dell’analisi di Revelli. Un “mondo è davvero finito. È andato in pezzi: il mondo nel quale si sono formate pressoché tutte le nostre categorie politiche, e si sono strutturate tutte le nostre pregresse identità, dalla destra alla sinistra, e si sono formalizzati i nostri linguaggi e concetti e progetti. Nessuna di quelle parole oggi acchiappa più il reale. Nessuno di quei modelli organizzativi riesce a condensare un qualche collettivo. Nessuna di quelle identità sopravvive alla prova della dissoluzione del ‘Noi’ che parte dal default del lavoro e arriva a quello della democrazia.

Resistere è dunque anche – io direi prima di tutto – difendere i diritti umani di coloro che saranno nel mirino delle azioni del governo, dei partiti che lo sostengono, del portato sociale che la loro propaganda genera. Sono, lo abbiamo detto, i più deboli, i meno protetti, i  primi da difendere (la conferma tragica, una delle tante, nell’omicido di Sacko, un uomo che lottava per i diritti dei braccianti di San Ferdinando in Calabria).

In questo modo difenderemo i diritti universali: a nome di tutti e per tutti, senza distinzioni.

Dovremo farlo nelle aule dei tribunali, nei flash mob e nelle manifestazioni, nelle petizioni, nei presidi davanti ai Comuni, alle Prefetture, al Parlamento. Farlo tassandoci per pagare gli avvocati, e farlo sdraiandoci davanti ai campi dove arriveranno “le ruspe”.

Dovremo farlo con la contro-informazione. Capendo e argomentando che diritti umani-civili e diritti sociali non possono essere separati, non possono essere solo degli italiani. Perché se sarà così, allora finirà la democrazia liberale.

Le democrazie liberali non muoiono solo con i colpi di stato, muoiono a colpi di maggioranza, che si sentono onnipotenti e autorizzate a tutto.

Sappiamo che il modello della Lega è l’Ungheria di Orbán, dove la trasformazione di una democrazia liberale in una “democrazia” autoritaria illiberale si sta compendo.

Lo ha spiegato, fra gli altri, anche Emma Bonino in un’intervista a “la Repubblica” del 5 giugno 2018:

“Abbiamo vissuto in questi giorni, e ho paura che non sia finito, il più grave attacco nella storia della nostra Repubblica alla democrazia rappresentativa, alla Costituzione, all’ordinamento liberale”.

Ecco troviamo le forze per resistere e reagire. La nostra trincea sono i diritti umani, di tutti.

Intanto, per chiarirsi le idee sulla deriva populista, si può anche leggere, di Marco Revelli, Populismo 2.0, Einaudi.

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