un circo di …letture

Reduce dall’incontro mensile del gdl Librar, questa volta non posso non raccontarvi. Intanto per il libro al centro della discussione: Gudrun Eva Minervudottir, Il circo dell’arte e del dolore, pubblicato da Scritturapura. Vi incollo alla fine per comodità la mia recensione. Anche perchè sono io che l’ho praticamente imposto al gruppo per meri interessi personali. Volevo cioé capire come mai mi abbia colpito così profondamente.

Quasi tutti l’hanno letto per intero; alcuni invece si sono fermati, più o meno a metà perché troppo sconvolgente. La discussione però è stata molto vivace, non sto ad annoiarvi con tutti i particolari, però vi riporto due osservazioni che possono, credo, riguardare tutti i gruppi.

L’unica persona che non aveva letto il libro (succede sempre che ce ne sia una) viene di solito interpellata alla fine con la fatidica domanda: “lo leggerai?”. La sventurata ha risposto che sentendo la discussione sembrava avessimo letto 4 libri diversi, dei quali un paio li avrebbe letti. Cosa dite? Va a merito del libro o dei lettori questa pluralità di sensazioni?

Seconda osservazione: il libro, come avrete capito, è molto forte, nella sua descrizione grottesta del dolore fisico e mentale. Tra di noi c’è una lettrice un po’ timida e schiva che detesta rimanere sconvolta nella lettura e appena un libro è troppo crudo o violento, si chiede come mai l’autore non ha invece optato per una soluzione più ottimistica e solare e lo abbandona. Ieri invece ci ha detto che con questa lettura, dopo Un’infanzia di Coetzee e Sotto il vulcano di Lowry, ha completato una sofferta svolta come lettrice. Adesso infatti quando legge non vuole più cambiare quello che l’autore ha scritto, ma si fida di più, si lascia andare alla storia e alla fine pensa: se così ha scritto, così io leggo. E arriva alla fine. Naturalmente se il libro la prende. Si butta, insomma e non si lascia influenzare troppo dal risvolto di copertina come faceva prima. E si dice contenta. A noi è sembrato una bella conquista!

In conclusione, sempre per motivi egoistici, vi invito a leggere il libro della giovane scrittrice islandese. Però dopo non prendetevela troppo con me!

ps. dimenticavo. All’incontro ho invitato la traduttrice. Il gruppo ha apprezzato molto perché ha trovato così il modo di sistemare alcuni tasselli della lettura che non erano chiari. Però non hanno sciolto la diagnosi a mio carico.

Il circo dell’arte e del dolore di Gudrùn Eva Mìnervudòttir, traduzione di Silvia Cosimini, Scritturapura pag. 341, euro 15.00

A pensarci bene forse questa recensione non andava scritta. Non perché il libro non meriti di essere letto. Anzi. Ma dopo che vi siete tuffati da uno scoglio a decine di metri dal mare, rimanendo a mezz’aria per qualche interminabile secondo e alla fine senza fiato avete raggiunto l’acqua, invitereste subito qualcuno a imitarvi? Va bene, ormai ci siete e quindi prendete fiato e buttatevi! Lanciatevi in questo romanzo indescrivibile, che non saprei paragonare a niente che ho letto se non al Celine di Viaggio al termine della notte. Perché il circo del titolo, raccontato dalla giovanissima autrice islandese Minervudottir, è un luogo dell’anima dove siamo inghiottiti senza nessun riguardo e senza lasciarci il tempo di prepararci. La storia prende il via a Bruxelles, nella sala di un convegno medico sul dolore dove il cinquantenne Olafur, disilluso dalla professione e anche dall’amore viene notato da Louise, misteriosa madame che lo costringerà con mezzi non proprio leciti, ma ingegnosi, ad accettare un’incredibile proposta di lavoro: trasferirsi alla periferia di Reykjavic per osservare un’insolita compagnia teatrale la cui arte è quella di portare all’estremo le capacità corporali. Si raccontano cose incredibili di questi artisti e il medico dovrà scoprire cosa accade veramente. In realtà il nostro inviato conoscerà subito un altro circo e un altro dolore nelle figure dei suoi vicini di casa, in particolare della piccola Elìn, che non dorme mai e sembra arrivata da un altro pianeta. E non è l’ unico personaggio dolente che incontriamo in questo romanzo che fa del dolore nelle sue varie forme il tema principale del racconto, mettendo in campo una tale capacità espressiva da riuscire a trasmettere la sofferenza fisica e psicologica attraverso le pagine anche al lettore. Era quello di cui cercavo di avvertirvi all’inizio. Adesso che sono arrivata a riva però mi ritufferei, perché Il circo dell’arte e del dolore è davvero un libro straordinario, dove la scrittura così spudoratamente matura e raffinata quasi ti sfida a trovare una metafora o un’espressione anche solo banale, senza riuscirci. (“Era solita dire che profondersi in scuse era una deprecabile malattia ginecologica”, un’espressione tra le tante). Contribuisce poi a restituire al lettore italiano la magia e il fascino dello stile dell’autrice, l’ottima traduzione di Silvia Cosimini, che ha certo lavorato duramente per rendere al meglio la scrittura della giovane autrice islandese, riuscendo a trasmetterne la forte carica emotiva. Che non dà mai tregua al lettore sino alla conclusione finale: “La gente voleva avvicinarsi al pensiero lacerando e spaccando il corpo. Ma il metodo era completamente sbagliato. Per questo era un circo e per questo ne conseguiva tanta sofferenza. La gente si infilava nel nido delle api per cercare il miele. Nella tana delle capre per cercare la lana”.

 

2 commenti

  1. Grazie lettoreambulante per questa bellissima cronaca di una riunione di gruppo (di lettura) che è anche una radiografia di cosa ci succede quando leggiamo. Non ho letto Mìnervudòttir ma mi sa che ora mi butto. Io forse appartengo alla fattispecie del lettore catartico, sopporto il dolore sono se infilato in una bella dose di lettura, ma questo non significa che l’esperienza sia meno sconvolgente. E anch’io ogni tanto vorrei cambiare quello che l’autore ha scritto. Quanto al libro che si fa in quattro (quando lo si discute in gruppo) è la più sublime delle verità. Però i quattro libri hanno qualcosa in comune, e non è poco, quel quinto che aveva scritto l’autore, senza il quale non esisterebbero nemmeno gli altri quattro.

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