Haruki Murakami, Dance dance dance

Immagine di Dance dance dance

L’incipit:

Mi accade spesso di sognare l’Albergo del Delfino.
Dal sogno si direbbe che ne faccio parte in modo stabile. La forma dell’albergo appare distorta. E’ molto lungo e stretto. Tanto lungo e stretto da sembrare, più che un albergo, un lungo ponte coperto da un tetto. Un ponte che si estende, in tutta la sua lunghezza, dall’antichità alla fine del mondo. Io ne faccio parte. Lì dentro c’è anche qualcuno che piange. E io so che piange per me. L’albergo mi comprende dentro di sé. Riesco a percepire le sue pulsazioni e il cuo calore. Nel sogno, sono una parte dell’albergo.

La mia impressione:
E’ la storia di un ragazzo giapponese di 34 anni, alla ricerca di se stesso. Fin qui niente di strano. La cosa che caratterizza il libro e che può piacere o meno è una forte componente surreale: il reale si mischia alla fantasia, che si mischia al sogno, senza che i confini tra realtà e fantasia e sogni siano ben delineati. Anzi, il tutto è alquanto confuso e la confusione del protagonista regna sovrana e a volte passa nella scrittura stessa lasciandoti un po’ interdetto. Non so se era voluto ma ci sono dei momenti, per fortuna isolati, in cui sembra che l’autore voglia volutamente confondere il lettore, forse per aumentare il grado di immedesimazione nella storia. Non so, ma a me non è piaciuto molto. La componente fantastica è troppo forte per me che sono un tipo molto pragmatico. E quindi tutti i voli pindarici nel mondo del fantastico o del paranormale, che dir si voglia, non mi sono piaciuti molto. Non sono riuscito a immedesimarmi nel protagonista, tutti i riferimenti al paranormale e alla pura fantasia non facevano che allargare il divario tra me e lui, che ho visto allontanarsi sempre di più. Ad un certo punto avevo l’impressione di essere un entomologo che guarda un insetto strano che si muove nel suo habitat… non molto piacevole, visto che a tratti ho visto qualche punto di contatto tra me e il protagonista della storia che ha la mia stessa età. Forse mi aspettavo di più. Comunque il libro a parte questo è scritto bene e se si riesce ad andare oltre la componente surreale che lo permea a fondo, forse può anche risultare bello.

La scheda su IBS:
Haruki Murakami, Dance dance dance, Einaudi, 2005 (500 pagg.)

10 commenti

  1. A me l’avevano consigliato ma non lo avevano descritto in nessun modo e mi aveva molto incuriosito una frase in quarta di copertina: “Esiste […] un senso anche per chi ha perso l’orientamento. L’unico modo per trovarlo è non avere troppa paura, e un passo dopo l’altro continuare a danzare.” Ma poi come ho già detto la componente surreale sempre presente me lo ha reso un testo distante e freddo.

    Mi hanno detto che Tokio blues è completamente diverso e soprattutto reale. Ho in lista di attesa anche quello.

    Della Yoshimoto ho letto solo Tsugumi tanto tempo fa e non mi ha fatto una grande impressione ma dicono che Kitchen sia il suo più bello e vorrei leggerlo.

    Grazie per aver commentato 🙂

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  2. Ciao, sono Sara.
    Ho appena letto La fine del mondo e il paese delle meraviglie. E ho attaccato con l’uccello giraviti.
    Tu li hai letti?

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  3. A me Murakami piace proprio per la componente surreale della sua scrittura:mi ricorda le atmosfere oniriche di alcuni film di David Lynch, però non ho letto “Dance dance dance”.L’incipit non è male…..

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  4. L’uomo con un braccio solo, la stanza con gli scheletri, Ame, Il Dolphin Hotel… ho come un flashback.

    Ricordate la signora col ceppo, il One-Eyed-Jack, e tutto quel sottobosco di personaggi grotteschi e tutti finemente collegati fra loro?
    Sì, parlo i Twin Peaks… chi ha detto David Lynch? 🙂

    Sto scoprendo piano piano Murakami, dopo Norwegian Wood (in cui il surreale non tova molto spazio), questo Dance Dance Dance l’ho trovato semplicemente magnifico, diversi gradini sopra la Yoshimoto, che ho trovato banale nei temi e negli espedienti narrativi.

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  5. Anche io ho trovato che le escursioni nel paranormale fossero le parti più deboli di questo libro. Mi irritavano soprattutto perché erano stralciabili, non si trattava di licenze indispensabili ai fini della storia, che anzi dalla loro eliminazione ci avrebbe solo guadagnato. Comunque resta un libro bellissimo, forse il migliore che abbia mai letto dopo “Il ballo tondo” di Carmine Abate. Proprio ieri ho postato un articolo (anche) su Murakami, e se ne ho detto tutto il bene possibile é stato merito soprattutto di “Dance dance dance”.

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  6. Dopo l’uccello che girava le viti del mondo mi sono fiondato su questo, e l’ho trovato ancor piu’ bello e ancor piu’ coinvolgente.Il segno che contraddistingue Murakami e’ proprio il racconto in chiave onirica, forse solo in norvegian wood e’ meno maracato.

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  7. Beh, io credo che Dance Dance Dance non sia perfettamente comprensibile (per quanto possa essere comprensibile il “Murakami onirico”) se non si legge prima “Nel segno della pecora”, che lo precede e ne è il presupposto (unico libro di Murakami con un seguito). Purtroppo Einaudi lo ha pubblicato solo nel 2010, creando un bel po’ di confusione. Consiglio a chi volesse accingersi alla lettura di entrambi (e secondo me “la pecora” è anche più bello) ripristinare l’ordine corretto: per quanto le storie siano abbastanza indipendenti, il ritorno di molti personaggi (e specialmente quelli più “oscuri”, come l’ “uomo-pecora”) permette una maggiore godibilità.

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  8. Ciao, io ho appena finito di leggerlo. L’ho scelto subito dopo aver finito Norwegian Wood. E’ un libro davvero bello, e lo stile di Murakami è davvero unico, come se lo scrittore sapesse che corde toccare. Una bella esperienza. ( e sinceramente ho trovato anche una particolarità, nel romanzo compare un personaggio che è uno scrittore, il cui nome, ed anche il cognome, sono l’anagramma proprio di Haruki Murakami ) . Però vorrei sottolineare che ovviamente a tratti sembra proprio cercare di confonderti. Soprattutto nel finale. Del quale ancora ho qualche perplessità. Anzi se qualcuno volesse condividere il suo punto di vista sulla conclusione del romanzo ne sarei felice. 🙂

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  9. A me ha lasciato perplessa il finale…non sono riuscita a comprenderne il senso. Se lo scopo era solo quello di farlo riprendere da quello stato catalettico erano necessarie tutte quelle “disavventure” e tutti quegli incontri? Inoltre a me sembra che dagli incontri effettuati il protagonista non abbia colto proprio nulla…L’ho finito solo per capire cosa ci voleva dire…missione fallita…

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