Dettagli e scene, le metafore che abbiamo per descrivere la vita

Si è parlato di dettagli, alcune volte su questo blog.
La forza dei dettagli e delle scene in un romanzo o in un racconto. La forza che ci sfugge, con il tempo: quando sembra restarci solo il filo, debole e troppo scarno, di una “storia” fatta da eventi sfocati, quasi senza pieghe e sfumature.
I dettagli, i particolari, i momenti unici son quelli che ci fanno amare i personaggi dei libri. Li amiamo perché in loro vediamo quel che succede a tutti noi: in ogni istante della loro (e nostra) vita siamo quel che una matrice complicatissima di azioni (parole, soprattutto) compiute e subite ci ha portati a essere; e queste sono tutte azioni particolari, precise, uniche: insomma i dettagli che contano. E sempre particolari e dettagli sono, in fondo, le azioni (parole e simboli e fantasie compresi) che compiamo qui è ora e che ci portano ad andare oltre quel che siamo stati fino al momento prima, per diventare quel che stiamo diventando, minuto dopo minuto, giorno dopo giorno.
La forza e l’importanza di questi particolari, ce l’ha spiegata Freud ma ce l’hanno raccontata gli scrittori. Tra l’altro questo è quello che ci fa detestare i romanzi di secondo livello dove i dettagli, i particolari e le scene non sono di qualità e i personaggi sembrano rozze e banali incarnazioni di idee generali, per quanto nobili.
Ed è quello che fa sorridere alcuni di noi quando ci chiedono di riassumere un romanzo: di un romanzo posso solo evocare scene, fatte di dettagli e particolari. Metafore, potremmo dire, della storia e della vita. Perchè la vita la possiamo descrivere solo con le metafore.
Come dice Tolstoj in una lettera a un critico (citazione trovata nella introduzione a Anna Karenina di Igor Sibaldi, nell’edizione Oscar Mondadori) parlando dei concatenamenti di pensieri della sua scrittura, che l’immagine metaforica vuol cogliere in blocco, e le cui fila vengono da lontano:

[…] esprimere immediatamente con parole il fondamento di questo concatenarsi è del tutto impossibile; esprimerlo si può solo in modo mediato: adoperando le parole per descrivere immagini, scene, situazioni.

3 commenti

  1. a breve pubblicherò gratuitamente sul web un libro sul processo per Mafia a Dell’Utri e l’origine delle fortune di Berlusconi. Al suo interno ci sarà un articolo di Marco travaglio che l’autore mi ha gentilmente concesso. Sarà un file Pdf, scaricabile liberamente, se siete interessati fatemi sapere, lasciandomi un link sul mio blog dove col quale potrò ricontattarvi. grazie

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  2. Allora sulla forza dei dettagli (e noto con piacere di non essere l’unica fissata 🙂 ) e sul fatto che sono i particolari a rendere grande la letteratura, ecco cosa dice Stefan Zweig su Balzac (già citato altre volte ma in altro contesto):

    Perché realmente in lui v’è una forza così grandiosa, così immensa da non lasciarsi domare come gli animali liberi nella foresta. Questa forza è bella come un uragano, come tutte quelle cose il cui valore estetico sta unicamente nell’intensità dell’espressione. (…) Balzac componeva i suoi romanzi con esattezza, si perdeva in essi come in una passione, si abbandonava, godendo, alle descrizioni, alle parole, come al contatto di morbide stoffe, o di fiorente carne nuda. Afferra i personaggi, li prende da ogni ceto, da ogni famiglia, da ogni provincia di Francia, come Napoleone i suoi soldati, li divide in brigate, mette l’uno in cavalleria, l’altro con i cannoni, il terzo nel genio, sparge polvere sugli scodellini dei fucili e e li abbandona alla loro stessa forza indomita. (…) Due o tremila individui formano la sua armata e davvero dal nulla egli li ha creati. Dal nulla sono venuti ed egli li veste, regala loro titoli e ricchezze, glieli ritoglie, gioca con essi, li caccia e li riunisce.

    Ed ecco cosa mette in relazione i dettagli con le metafore: quella precisione maniacale per i particolari diventa una porta girevole attraverso cui vedere la vita. Continua Stefan Zweig:

    La Comédie Humaine non è metodica, come la vita stessa non sembrava metodica al suo autore, non persegue una morale né cerca una veduta d’insieme, ma mostra quale cosa mutevole anche lo stesso eterno mutamento. In tutto questo insieme di alte e basse maree non v’è una forza costante ma solo una corrente momentanea, come la misteriosa attrazione della luna (…)
    L’unica legge di questo nuovo cosmo è che tutto ciò che ha un’azione contemporaneamente muta anche in se stesso, che nulla agisce liberamente come sotto la spinta d’un dio, bensì che tutti gli individui i cui rapporti incostanti costituiscono appunto l’epoca, sono ugualmente creature dell’epoca e, e che la loro morale, i loro sentimenti sono dei prodotti come essi stessi; che tutto è relativo, che ciò che a Parigi è virtù nelle Azzorre è vizio, che non esistono valori assoluti…

    Parafrasando Calvino, i dettagli (la complessità dei dettagli) e la complessità di livelli semantici è ciò che regala la lettura in età adulta. Per la stessa ragione, se dovessi dire di primo acchito cosa mi ricordo di Guerra e Pace, non è certo la coralità dei personaggi o l’affresco storico o l’impianto morale di Tolstoj: ma una gita notturna di Natasha sotto la luna e la scia che la slitta lasciava sulla neve brillante.

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