Ants and grasshoppers

Mi ha incuriosita un articolo comparso sul blog dello scrittore Ja Konrath, che ho letto sulle pagine di Internazionale in edicola dal 21 settembre con il titolo *Il marketing dello scrittore*:

[…] La morale di questa storia è che se lavori duramente per costruirti un nome, non dovrai faticare ventiquattr’ore al giorno e sette giorni su sette: ci sarà una macchina efficiente che lo farà per te. Ricordate la vecchia favola della cicala e della formica? La cicala pensava che per avere il futuro assicurato bastasse scrivere un bel libro.

La formica sapeva che scrivere un buon libro era solo l’inizio e che doveva fare in modo che tutti lo conoscessero, costruendosi un marchio di fabbrica e lavorando sulla propria riconoscibilità.

Aveva ragione la formica.

L’argomento è sicuramente avvincente, e mi trovo spesso e volentieri a riflettere sulla questione: come nasce un best seller? Un libro ha questa caratteristica nel proprio DNA, o c’è un qualcosa, un qualcuno, che lo fa diventare tale? Quanto conta lo scrittore come personaggio, quanto la sua scrittura?

Cosa ne pensate? 

Se qualcuno di voi, poi, fosse interessato a diventare scrittore di best sellers, Ja Konrath ha consigli per tutti…

*giuliaduepuntozero

6 commenti

  1. So che per gli scrittori è inevitabile “lavorare al nome”, ma mi piacerebbe una letteratura meno orientata al puro marketing. Mi piacerebbe che i libri camminassero sulle gambe dei critici onesti, dei librai appassionati e dei lettori intelligenti. Lo so, è chiedere troppo.

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  2. Condivido ogni parola del commento di omniaficta.
    Aggiungo solo che i critici dovrebbero essere non solo onesti ma anche acuti, ricettivi alla vera letteratura, lungimiranti; senza veri critici secondo me non c’è vera letteratura:
    sono loro che dovrebbero indirizzare i gusti e illuminare con la loro intelligenza le opere;
    senza di loro l’oceano di carta inutile che diventa ogni giorno più grande e minaccioso ci seppellirà.

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  3. Anch’io condivido quanto scritto da OMINAFICTA e MARK su i critici che devono essere ONESTI e ACUTI, ma mi domando quanto veramente possa contare la critica, in questo mare magnum di pubblicazioni: si parla di 53-5400 libri pubblicati all’anno in Italia.

    Siamo decisamente in tempi di best seller costruiti in serie, commercializzati secondo le regole del marketing.

    Volete un caso limite? v ESPRESSO giugno 2007:
    In Giappone esistono i romanzi per cellulare, “libri”… nati per il cellulare con regole precise: niente polizieschi,niente romanzi storici, massimo 4 protagonisti, niente parti descrittive, molto dialogo. E se gli accessi calano solo del 10% le pubblicazioni sono subito sospese.

    Invece al contrario mi viene spontaneo pensare ad un caso letterario come IL GATTOPARDO, romanzo che amo moltissimo.
    Al rifiuto di Einaudi e Mondadori tramite Vittorini che lo definì “troppo oleografico” e all’accettazione di FELTRINELLI, tramite Bassani.
    Anzi il successo iniziale di una casa editrice come Feltrinelli fu proprio grazie a IL GATTOPARDO e al DOTTOR ZIVAGO, che credo siano stati i primi best seller italiani.

    Le infinite discussioni su Il Gattopardo, più denigrato che apprezzato dalla critica, non hanno impedito il successo di pubblico di questo romanzo.
    A che cosa è dovuto secondo voi?
    é perchè è un romanzo di qualità?
    è merito del premio Strega che gli fu attribuito nel 1958?
    o è merito del film di Visconti del 1963?
    Certo che la critica che lo ha denigrato aveva dei buoni paraocchi, perchè non riusciva ancora a sganciarsi da una visione che era quella dell’ENGAGEMENT o dell’IMPEGNO del neorealismo post-seconda guerra mondiale.
    Ho voluto fare un esempio, ma se ne potrebbero fare tanti e ragionare su bestseller come VA DOVE TI PORTA IL CUORE, o IL CODICE DA VINCI o i tanti romanzi di CAMILLERI ecc.ecc.

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  4. Non si può pretendere che critici, librai e lettori siano perfetti. Tutti prendono le loro belle cantonate. Però forse c’è più senso in un sistema conflittuale fatto di idee e di emotività centrate sui testi che in un puro mercato fatto per trasformare il nome dello scrittore in un “marchio”. Che poi l’editoria sia un’attività commerciale va bene e non si discute. Ma dato che i libri hanno un valore culturale superiore ad altre mercanzie, sarebbe meglio far funzionare questo mercato con meccanismi diversi, più culturali che mercantili. Altrimenti, come dite giustamente, la critica finisce per contare sempre meno, incapace di rischio e ingessata negli schieramenti e nelle cordate autopromozionali.

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  5. Per quanto mi riguarda sto alla larga da bestseller e simili.

    Per me hanno il valore dei segnali di pericolo tipo “qui giace l’idiozia” oppure “sono fatto per essere letto e dimenticato” oppure “comprami perché mi sto vendendo benissimo”.

    Ovviamente ci sono delle eccezioni, poche.

    Per quanto riguarda i critici, stavamo parlando del mondo come dovrebbe essere.
    La triste realtà è che la figura del critico, come del resto quella dell’intellettuale è stata fagocitata, umiliata ed infine ridicolizzata dalla stupidità universale dei media e dal fenomeno onnipresente descritto come “marketing”. L’equazione è semplice: “perché scervellarsi a capire, la verità sul valore ce lo diranno le vendite, qui ed ora”.

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  6. Articolo interessante, sono andato a leggerlo tutto su Internazionale.
    A me sembra che Konrath parta dal punto di vista dello scrittore diciamo “medio” (metri americani) che magari non ha il battage di Stephen King ma che vuole promuovere il suo lavoro in questo contesto di editoria orientata al marketing.
    Vivere del proprio lavoro non mi sembra un requisito secondario nella vita di nessuna persona adulta, anche se fa quel bizzarro mestiere che è scrivere.
    Allora si scriva cosa si vuole e meglio che si può (cicala), ma chi fa di questa attività una professione deve pure imparare qualche semplice maniera di essere presente dove circolano le idee, e magari qualche copia dei suoi libri (formica). Se è vero in America lo è ancora di più in Italia.
    E oggi la tecnologia lo permette.

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