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Leggere “Ambros Adelwarth” di W.G. Sebald

Ci interessa il modo in cui vengono riportati i discorsi dei personaggi che il narratore interpella alla ricerca di informazioni sul prozio

Come è noto, il narratore di W.G. Sebald cede sempre la parola ad altri narratori, incerti come lui.

In partenza non la sanno lunga ma devono lavorare e scavare per scoprire la storia che poi ci raccontano; si affidano ad altri personaggi che hanno conosciuto il protagonista del racconto e ne parlano al narratore.

Ambros

Il racconto di questa settimana è dunque di W.G. Sebald ed è la storia di Ambros Adelwarth, in Gli emigrati, libro del 1992 (in italiano prima con Bompiani [2000] e poi con Adelphi [2003], la traduzione che citiamo è quest’ultima, di Ada Vigliani).

Ambros Adelwarth a Istanbul (la foto è fra le carte di zia Fini)

Il narratore

Il narratore del racconto è il pronipote di Ambros; ha visto il prozio (fratello della nonna materna) una sola volta, da bambino, a una festa di famiglia per una visita nel 1951 nella città natale tedesca di W. dei numerosi parenti emigrati negli Stati Uniti nei primi decenni del Novecento. 

Prima della grande guerra

Pur ricordando poco di quell’incontro, e quasi nulla del senso delle parole di Ambros ai parenti riuniti, il narratore ci dice che gli rimase un’impressione forte di Ambros mentre teneva il suo discorso. Era già anziano – emigrato prima della grande guerra – ma parlava, in apparenza senza sforzo, “come un libro stampato”. Dopo il discorso però Ambros scomparve dall’orizzonte del pronipote-narratore e la sua storia ci viene raccontata attraverso le testimonianze di altri parenti e conoscenti, fotografie e altri documenti.

Ambros lavorò in grandi alberghi ma soprattutto al servizio, come accompagnatore di fiducia, di ricchi signori e percorse in lungo e in largo molte parti del mondo.

Qui, come abbiamo fatto con il precedente racconto, non ci occuperemo granché della storia ma ci concentriamo su un aspetto della scrittura di Sebald. 

I discorsi dei personaggi

Vediamo una caratteristica – di grande rilevanza in tutta l’opera dello scrittore tedesco –: il modo in cui vengono riportati i discorsi dei personaggi che il narratore interpella alla ricerca di informazioni sul prozio Ambros.

Zia Fini

Per esempio l’incontro del narratore con Zia Fini, una delle emigrate negli Stati Uniti, sorella della madre, che va a visitare nel 1981 nel New Jersey. Fini frequentava Ambros molto più della sorella Theres e del fratello Kasimir, entrambi trasferitesi con lei negli Stati Uniti negli anni Venti. Zia Fini sembra sapere molto di Ambros, per quanto si possa sapere della vita di una persona riservata e che ha trascorso parecchio tempo viaggiando nel mondo. Per quanto ci sembra conoscere, zia Fini resta, comunque, uno dei narratori incerti di Sebald. 

Nel paragrafo che segue, vediamo chiaramente la sopraffina tecnica di Sebald nel riportare il discorso di un personaggio, passando, con una fluidità magistrale, dal discorso diretto – usato in prevalenza in quasi tutti gli scritti di Sebald, anche se non viene mai citato fra virgolette – a uno sfuggente passaggio di indiretto libero.

Fini parla di Theres, la sorella:

«Forse, disse zia Fini, Theres era veramente una santa. Tante furono, in ogni caso, le prove che dovette sostenere durante la sua vita. Già da bambina a scuola si era sentita dire dal catechista che lei aveva le lacrime in tasca, e a pensarci bene, dichiarò zia Fini, Theres trascorse davvero i suoi giorni nel pianto. *Mai che l’avesse vista senza un fazzoletto zuppo in mano*. E diede in beneficienza, come sai, anche tutto quello che aveva guadagnato o di cui si era ritrovata in possesso lavorando dai Wallerstein, i milionari presso i quali era governante. Come è vero che io sono seduta qui, disse zia Fini, Theres è morta povera.» (p. 84)

*

Nel prossimo passaggio, invece, abbiamo sempre zia Fini che parla di Ambros  al narratore; la narrazione di Sebald, come spesso accade nelle sue pagine, intreccia esplicitamente tre voci; in questo caso quella del narratore, quella di zia Fini, e, per quanto lontana, per così dire, quella di Ambros, riportata da Zia Fini:

«All’inizio della stagione Cosmo giocò con alterna fortuna, ma verso la fine gli arrisero successi che sopravanzavano perfino le sue aspettative. Con gli occhi semichiusi puntava ogni volta sulla casella giusta e si concedeva una pausa solo quando Ambros lo portava al bar di fronte per un brodo ristretto o per un café au lait. In due serate successive – così mi raccontò zio Adlwarth, disse zia Fini – i commessi del casinò avevano dovuto rifornire di denaro fresco il banco fatto saltare da Cosmo, mentre la terza sera giocando contro il banco Cosmo aveva ottenuto una vincita così alta che Ambros era stato impegnato fino all’alba a contare il denaro e a stivarlo in un baule da spedizione – steamer trunk, aveva detto zia Fini. Dopo l’estate trascorsa a Deuville, Cosmo e Ambros partirono per Costantinopoli e Gerusalemme via Parigi e Venezia. Su questo viaggio tuttavia non sono in gradi di darti informazioni, disse zia Fini, prché zio Adelwarth non ha mai risposto in modo esauriente alle mie domande in proposito.» (p. 104)

[Immagine in apertura di Eduard Munch]


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