I tedeschi: una geografia della perdita

di Daniela Bussi

Jakuba Katalpa (pseudonimo dell’autrice ceca Tereza Jandová) scrive questo libro nel 2012 ottenendo il premio Libro Ceco 2013 e altri riconoscimenti. Miraggi lo ha pubblicato nel febbraio di quest’anno per la collana NováVlna, termine che designava la Nouvelle Vague cinematografica cecoslovacca negli anni della primavera di Praga.

Jakuba Katalpa

La casa editrice torinese va apprezzata per un attento lavoro di ricerca verso nuovi autori o scrittori passati ingiustamente inosservati e ha in catalogo perle di rara bellezza, come questo libro.

Difficile per noi, che non conosciamo la lingua, valutare la traduzione di Alessandro De Vito, ma la struttura complessiva dell’opera scorre fluida e impeccabile e questo è sicuramente merito anche del lavoro del traduttore.

Chi sono i tedeschi del titolo? Diverse le possibili risposte. Gli abitanti del Reich, che con incredulità, stupore o disagio, spesso indifferenza, vedono l’ascesa nazista, le leggi razziali, le limitazioni crescenti al popolo ebraico che si traducono in fughe precipitose o sparizioni improvvise. Ma i Tedeschi sono anche fasce di popolazioni che da anni vivono in Paesi confinanti: Polonia, Romania o, come è il caso del romanzo, la Cecoslovacchia dove da generazioni convivono, pacificamente integrati, con il resto degli abitanti.

Il prologo della storia è il funerale di Konrad Mahler in cui si ritrovano i tre figli: due uomini e una donna. Sarà la ragazza ad assumersi il compito di sgomberare l’appartamento del padre vedovo da tempo, cosa che innesca una catena di ricordi sul passato in Boemia (lei vive da anni in Gran Bretagna). In particolare emerge la memoria di pacchi che per anni arrivavano al padre con cadenza biennale dalla Germania, spediti da Klara Rissman, madre naturale di Konrad che crebbe e trascorse tutta la vita in Boemia allevato dalla famiglia adottiva Mahler. La ragazza sente il bisogno di far luce sulla vicenda e parte per un viaggio dai parenti tedeschi, da sempre visti dal padre con rancore e conflittualità.

Ed ecco prendere vita un racconto ampio e corale che copre un lungo arco di tempo e costituisce il corpo principale del romanzo. La figura centrale che domina l’intera storia è Klara Rissman che incontriamo giovane studentessa di pedagogia nella Germania degli anni ‘30. Volitiva, indipendente, determinata, caparbia, fumatrice accanita:

Trascorse cinque anni andando avanti e indietro da Rodenheim. 

Si sedette all’incirca milletrecentoventi volte nell’aria viziata dello scompartimento, osservando dal finestrino il riflesso di quel volto maschile. Presto fu in grado di distinguere gli abiti dell’uomo (ne aveva tre), i soprabiti, le scarpe (ne aveva in tutto quattro paia), i fazzoletti (in un prezioso istante aveva colto le iniziali R. H.) e i cappelli (ne possedeva due). (…). 

Per cinque interi anni Klara attese che lo sconosciuto (tre abiti, due cappelli, iniziali R. H.) le rivolgesse la parola.

Dopo la morte del primo marito Klara sceglierà di lavorare come insegnante, ma non essendovi posti disponibili in Germania verrà assegnata a un villaggio dei Sudeti, in Boemia, divenuta nel frattempo protettorato del Reich. Rzy è un paese minerario: “ruggine” il significato del nome. “Le miniere di materiale di ferro si alternavano a strette strisce di campi e boschi di conifere”.

Il quadro si arricchisce, il mosaico della storia si amplia e nuovi personaggi acquistano spessore col procedere della narrazione: l’ispettore scolastico Malke, perso nel ricordo nostalgico della moglie che lo ha abbandonato, il collega Fuchs, tedesco dei Sudeti, nato in paese e fortemente legato a questa terra. Jakuba Katalpa spezza talvolta il corso del racconto per offrire scorci sul passato dei personaggi che spiegano e danno coerenza alle loro scelte. Dopo la morte dei genitori Fuchs:

Restò solo al podere. (…). 

Un giorno si ubriacò e corse al cimitero nel cuore della notte per sputare sulla tomba di sua madre; però appena il cancello del cimitero si richiuse di scatto, si addolcì e proruppe in pianto, rendendosi conto che amava quella casa di pietra circondata dal frutteto, a dispetto di tutta l’angoscia e dello scontento.

Klara è vista con diffidenza dagli abitanti di Rzy (come tutti i tedeschi del Reich) e dovrà lottare per anni per ottenere piccoli accenni di benevolenza da parte delle famiglie dei suoi alunni e conquistare la loro fiducia. 

Il silenzio dei suoi compagni di viaggio la urtava. Il loro paese non l’aveva scelto lei. In realtà aveva paura di loro, come loro di lei. Erano tedeschi diversi da quelli che conosceva nel reich, rapaci e scontenti. La studiavano, valutavano fino a che punto per loro potesse rappresentare un problema, e lei non aveva idea di come convincerli di non essere un pericolo.

Nuove figure appaiono sulla scena, memorabili, nette. L’autrice li dipinge con tale abilità che il coinvolgimento emotivo del lettore diventa inevitabile e non si può non amare, odiare, ammirare i soggetti descritti, spesso incarnazione di paure, manie, virtù.

Hugo Melman, pavido tedesco della madrepatria, è un esperto di cartografia. Giunge a Rzy, con due valigie di pelle di vitello, per catalogare e restaurare antiche mappe del castello del villaggio. Risalendo nel suo passato scopriremo un ricordo che lo tormenta.

Gli odori, i colori, sono un elemento caratterizzante della scrittura di Jakuba Katalpa: aggiungono corporeità ai personaggi e concretezza alla natura descritta. Il rosso rugginoso del terreno, il verde dei boschi di conifere, il caldo tangibile delle estati si succede alle nebbie autunnali che ammantano i campi e al gelo dell’inverno.

Klara viene invitata a riprendere i genitori dei suoi alunni, colti a parlare in ceco. Ed è così che avviene il suo incontro col padre di Hanna Weissman, l’imbalsamatore.

Weissman aveva un’espressione chiusa e ostile, per cui si stupì quando la invitò a entrare. La stanza era scura e in cucina barcollò quasi per via dell’ondata di acuto odore di animale. Era originato non solo dal corpo di Weissman, come aveva creduto in un primo momento, ma dall’intera casa, le pareti, le travi e anche le fughe sul pavimento.

Personaggio respingente Weissman,  scorticatore di animali, conoscitore delle erbe e delle loro proprietà, terrigno, cupo, semianalfabeta, esercita sulle donne un’attrattiva sensuale che sembra riecheggiare il magnetismo che il villaggio di Rzy esercita sui suoi abitanti, la stessa Klara o la maestra che la precedette, Anna Gerling, anch’essa legata a Weissman e misteriosamente scomparsa.

Le vite raccontate si incrociano, si allontanano e si ritrovano. Il destino dei personaggi è scandito dai tempi e dalle svolte della guerra che, improvvise, stravolgono vite intere. I personaggi sono innalzati o abbattuti dalla scure dei vincitori. Con la sconfitta del nazismo nuovi coloni giungono a Rzy e i tedeschi, quelli del Reich e quelli dei monti Sudeti, subiscono perdite, stravolgimenti pesanti, e vanno incontro a destini che fanno spavento. 

Uno dei temi centrali del romanzo è la maternità: desiderata, impossibile, disattesa, tradita o rubata. Le donne del libro incarnano tutte forza e determinazione. Dalla nonna di Klara, Anna-Marie Eggert che nel 1876 sceglie il marito contro il volere del padre e regge le sorti dell’azienda di famiglia, o la boema Hedvika Mahler, madre ad ogni costo nonostante l’impossibilità di avere figli propri.

Una geografia della perdita, recita il sottotitolo. Il concetto è qui declinato in diverse possibili interpretazioni. La perdita della propria dimora, della terra (e lo strappo è reso in pagine memorabili), la perdita di un figlio, la perdita della memoria.

Il linguaggio dell’autrice supporta magnificamente il racconto: brevi capitoli si succedono veloci, imprimendo un ritmo incalzante ai fatti narrati e l’attenzione è totalmente catturata, difficile interrompere la lettura. Si è presi dal bisogno di sapere ciò che succederà e i personaggi rimarranno fortemente impressi nella memoria, anche a lettura conclusa.

La storia è monumentale, il libro un capolavoro con la statura dei grandi classici. Sul nazismo e le sue conseguenze su interi popoli si è scritto molto e bene. Il punto di vista proposto da Jacuba Katalpa con I Tedeschi non è nuovo, ma viene qui trattato con sguardo ampio, dovizia di particolari, e il libro aggiunge un tassello importante, fondamentale, alla conoscenza di uno dei periodi più bui della nostra epoca. 

I Tedeschi è un libro da leggere e rileggere. Le molteplici sfaccettature del racconto difficilmente possono essere colte in una sola lettura. 

Sulla copertina sono riprodotti orsetti di gomma, le caramelle che arrivavano nei pacchi di Klara: il ricordo innesca il turbamento della nipote e la decisione di comprendere.

Mi ha colpita un dolore risalente a quasi sessant’anni fa, e stavolta non è solo il dolore di mio padre, tante volte declamato e sofferto con una certa solennità, è qualcosa di ancora diverso a rodermi dentro, un’incertezza e una pena, scoprire che tra verità e menzogna c’è un confine così labile che lo si può rimuovere con un semplice gesto della mano, con un battito di ciglia.

I Tedeschi. Nemci, di Jakupa Katalpa
Traduzione Alessandro De Vito
Miraggi Edizioni
pag. 400

2 commenti

  1. Buongiorno, vivo a Roma e mi piacerebbe frequentare un corso di “lettore”. Fino ad oggi non sono riuscite a trovare nessuno che mi abbia saputo dare delle suggerimenti. Lei ha qualche indicazione in merito? In attesa di riscontro, la saluto cordialmente.

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  2. Buongiorno Merina. Io non posso aiutarla, vivo in Piemonte. Ma chissà che qualche romano di passaggio qui non possa offrirle una soluzione?

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