I “saloni dei libri” dipendono dalla sfera pubblica dei lettori

La forza e vivacità della “sfera pubblica” della lettura – lettori che si parlano – assicura, in fondo, anche il successo di appuntamenti come Torino o Tempo di libri a Milano, o  di tutte le decine di festival più piccoli che si svolgono in Italia. Anche quando l’impulso commerciale sembra prevalere.

George Ault, Bright Light at Russell's Corners, 1946 (Wikiart)
George Ault, Bright Light at Russell’s Corners, 1946 (Wikiart)

Siamo tutti contenti quando grandi e piccole manifestazioni pubbliche dedicate ai libri, alla lettura e alla scrittura vanno bene. Bene nel senso che ci transita un sacco di gente, si vedono molti autori che incontrano lettori, si vendono libri in quantità.

Sappiamo però anche che il Salone del Libro di Torino, o Tempo di Libri a Milano, ma anche Il Festivaletteratura di Mantova o Bookcity, non bastano a creare quella “sfera pubblica” dei lettori dentro la quale i lettori-individui rimettono in circolo il pensiero che si genera dalla lettura solitaria (che è indispensabile).

Il rischio è sempre sopravvalutare un Salone del Libro e sottovalutare, per esempio, uno spazio con le poltrone e i divani che offra la possibilità di parlare, collocato accanto alle sale letture normali (dove giustamente si legge quasi non si parla) delle biblioteche.

Oppure il rischio è non sapere apprezzare l’importanza delle occasioni – nella maggior parte dei casi informali – nelle quali ci sono lettori che parlano nel merito dei libri letti, rispetto all’importanza delle occasioni dove parlano di libri nuovi gli autori-editori-giornalisti più o meno specializzati. Queste ultime sono certo occasioni utili e importanti, ma forse l’eccesso di attenzione porta a esagerarne la portata.


Quando parliamo di gruppi di lettura fluidi, destrutturati (anche di due persone che si incontrano su un tram e si scambiano i rispettivi pareri sul libro che tengono in mano), “diffusi” per le città, i luoghi di lavoro, i bar, le salette lettura nelle biblioteche, ci riferiamo proprio al tessuto di lettori – a volte generato spontaneamente, a volte più organizzato – che parlano nello specifico dei libri, dal quale in fondo, dipende una parte importante, anche se derivata, del famoso piacere di leggere. Da questi lettori in relazione (qualsiasi essa sia) dipende la qualità della sfera pubblica della lettura (che ci sta tanto a cuore), ma anche il mercato dei libri e anche – azzarderei – il successo di Tempo di Libri e del Salone del Libro di Torino, casi dove il marketing delle case editrici si manifesta in modo particolarmente aggressivo. È come se la condivisione della lettura avesse un effetto di trasfigurazione. O è solo un’illusione?

Un commento

  1. L’espressione “lettori in relazione” mi piace e mi convince: è un grande ombrello sotto il quale possono accadere tante cose… molte più di quelle che stanno nei programmi dei vari Saloni/Festival… mi sa che ve la rubo!

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