La parte dell’altro, Eric-Emmanuel Schmitt

La trama di questo capolavoro è una specie di Sliding doors: cosa sarebbe successo se un diciannovenne Hitler alle prese nel 1918 con l’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti di Vienna non fosse stato bocciato com’è avvenuto nella realtà, ma ammesso?

Una realtà tutta diversa, sicuramente. Le due vite descritte in *La parte dell’altro*, ed. e/o, scorrono parallele: Hitler toccato nel vivo nel suo ego, con grandi difficoltà di relazione con le altre persone e soprattutto con le donne e con il sesso, finge una vita da artista, ma nella realtà si riduce a vagabondare per le strade di Vienna e a trovare rifugio negli ospizi per il poveri, fino a trovare la sua vera strada allo scoppio della guerra, con la storia che tutti, purtroppo, sappiamo. Dall’altro lato, Adolf H., che con difficoltà ma tanto impegno si fa strada nel mondo dell’arte, grazie alle cure di un emergente dottor Freud guarisce dai suoi problemi con l’altro sesso, fino a diventare un uomo desiderato dalle donne, va in guerra, ne rimane sconvolto, si rifugia a Parigi, dove trova un doppio amore, e la sua consacrazione artistica.

Berlino
Berlino

Un capolavoro. Pensate che sono abituata a mettere un’orecchia sulle pagine dei libri man mano che trovo dei pezzi interessanti; in questo volume mi sono trovata in difficoltà perché in più casi avrei dovuto/voluto mettere un’orecchia sulla stessa pagina sia sul fronte che sul retro.

Citare Sliding doors, però, a parte forse essere un po’ riduttivo, è anche fuorviante. Sì, perché la doppia vita descritta da Schmitt non è la conseguenza del caso, di una fatalità: cosa sarebbe successo se per uno scherzo del destino i commissari non avessero bocciato due volte il giovane Hitler all’esame di ammissione, ma magari, fosse anche per un errore nella correzione degli esami, come Adolf stesso teme, il ragazzo fosse stato ammesso?

“Cos’è un uomo?” riprese il padre. “Un uomo è il prodotto di scelte e circostanze. Nessuno ha il potere sulle circostanze, ma tutti hanno il potere delle proprie scelte.”
Da quel giorno le notti del bambino sono diventate difficili, le giornate ancora di più. Vuole capire. Capire che il mostro non è un essere diverso da lui, al di fuori dell’umanità, è un essere come lui che prende decisioni diverse. Da quel giorno il bambino ha paura di sé stesso, sa che convive con una bestia violenta e sanguinaria e spera di riuscire a tenerla in gabbia per tutta la vita.

A conclusione del libro, una ventina di pagine di quello che l’autore chiama Diario su La parte dell’altro – autunno 2000 – estate 2001, e che decisamente arricchisce ancora di più il libro, già eccellente. Mi è piaciuto, fra gli altri, soprattutto un punto: quando Schmitt spiega le riflessioni che ha fatto per arrivare alla fanta-storia del mondo senza Hitler. Come sottolinea, nel libro non si dilunga, ma si intravede una Germania parallela, che l’autore ha immaginato vittima lo stesso di un regime totalitario di destra, ma molto più blando di quello di Hitler. No seconda guerra mondiale, no genocidi, no Olocausto. La stessa America, nel presente alternativo di finzione, sarebbe rimasta provinciale: non sarebbe intervenuta in Europa, i grandi cervelli non si sarebbe rifugiati oltreoceano, “non sarebbe stata la salvatrice del mondo occidentale, né il suo gendarme”.

*giuliaduepuntozero

5 commenti

  1. In un post di Luiginter del 4 ottobre 2008 “Un lettore di nome Adof Hitler” mi ero imbattuta nel libro di E.E.Schmitt-autore che stimo molto- che mi aveva incuriosita.
    Libro che ho poi comprato e letto . Riporto, copiaincollando ( per cronica mancanza di tempo) quello che avevo scritto allora .
    “Navigando in rete mi sono imbattuta nella recensione di un libro di Eric Emmanuel Schmitt, intitolato” La parte dell’altro “-un viaggio nel profondo dell’animo umano -che propone una tesi interessante ed inquietante:
    ” Cosa sarebbe successo se Adolf Hitler non fosse stato respinto alle prove di ammissione dell’Accademia delle Belle Arti di Vienna? Forse la storia avrebbe avuto un corso profondamente diverso?
    Eric-Emmanuel Schmitt ne ha valutato l’ipotesi e ne ha narrato le vicende. Da una parte ne emerge l’Hitler che tutti conosciamo, dal volto spaventoso, col suo egocentrismo e i suoi deliri di onnipotenza. Dall’altra nasce un Adolf H. più equilibrato, innamorato dell’arte, avverso a ogni nazionalismo e a ogni estremismo, pittore di un certo talento e bohémien perso nella Parigi anni ’20.
    Quasi a dire che c’è del male in ognuno di noi, ma anche del bene; che c’è una certa doppiezza in tutti, ma che, dopotutto, si può scegliere. Se Hitler fosse entrato all’Accademia, probabilmente avrebbe trovato la forza di superare le sue insicurezze (tanto contrastanti quanto indissolubilmente legate al suo smisurato ego), di contrarre legami profondi, costruire amicizie e persino relazioni amorose sincere. Sarebbe stato capace di affrontare se stesso e le proprie debolezze.
    La Storia ci dice altro, ma a Schmitt piace immaginare. E immagina Adolf H. che sceglie di vivere a Parigi, disgustato dalla guerra del 15-18, per dedicarsi all’arte, che si innamora, che attraversa il periodo della Seconda Guerra Mondiale disprezzando tutto ciò in cui Adolf Hitler, quello vero, crede.
    Non un romanzo storico, quindi, anche se dalla Storia pende spunto, né una ricostruzione del Terzo Reich o del genocidio nazista, ma una riflessione profondamente umana sull’umano stesso.
    Questo libro intreccia continuamente Arte, Filosofia e Storia e, quando alla fine anche Adolf H. morirà nella normalità di una vita quotidiana , anni dopo il vero Adolf Hitler, al lettore resta quel dubbio colossale che forse tante volte lo ha inconsapevolmente sfiorato : cosa sarebbe successo se fosse esistito solo Adolf H?
    Un libro per comprendere (non giustificare) la Storia e la figura del suo personaggio più odiato, per capire cos’è che ha trasformato il fanciullo e poi il giovane Adolf in Hitler. Perché “immaginare il virtuale è un buon modo per comprendere il reale”.
    Alla fine, dopotutto, la storia è andata come è andata. Ma una questione rimane insoluta. Chi sarebbero i nostri “altri”?
    Mi ricorda un po’ i dilemmi di me bambina e poi ragazzina che, forse inconsapevolmente, percepiva il mondo come una grande rete piena di intrecci e implicazioni impensabili: se il giorno x avessi detto delle parole diverse ad y, o avessi percorso una certa strada o dato un calcio ad una pietra, il mondo sarebbe stato lo stesso?

    Dopo aver letto il libro le mie considerazioni sono ancora queste.

    "Mi piace"

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