La panchina di Rimini

Mi ha gelato vedere stamattina (sulla prima pagina di Repubblica) la panchina di Rimini: quella su cui hanno cercato di bruciare vivo un uomo, ieri.

Proprio ieri sera ho letto nel libro di Beppe Sebaste, Panchine (lo sta leggendo il gruppo di lettura di Cologno Monzese), il capitolo “Margini”: l’autore ricorda la “rappresaglia sociale” contro il popolo delle panchine avviata dalle istituzioni di alcune città, soprattutto nei confronti di chi non ha un posto dove dormire. Di chi sta, appunto, sempre ai margini. Di chi è “povero”: quindi clandestino “non sul piano geografico ma ontologico”. Di chi usa lo spazio “pubblico” per sopravvivere e non per consumare. Le panchine le tolgono dalle città e dai parchi e le mettono nei centri commerciali.

Il tempo sulle panchine: è gratuito, è “un contrassegno di una cittadinanza” che non vuole o non può diventare per forza un cliente per esistere in pubblico.
A Rimini forse non hanno fatto altro che portare alle estreme conseguenze alcune idee forti diffuse in questo paese. Della panchina di Rimini scrive Michele Serra.

4 commenti

  1. Invece l’articolo di Serra è perfetto.
    “Nessuno li invidia o li teme, ma c’è in giro una micidiale fregola di “normalità”, di benessere obbligatorio, di bei vestiti e belle facce, che evidentemente rende osceno e insopportabile, agli occhi di qualcuno, l’esistenza dei barboni, dei miserabili, degli sfigati a vario titolo che ancora si ostinano (e come osano?) a viverci accanto”.

    E’ così tristemente vero…Diceva qualcuno che “l’unica maniera per essere moderni oggi è essere il più conformista dei conformisti”.
    L’esistenza dei barboni oggi sfida (senza intenzione e senza scalfirlo) il conformismo dilagante che ci circonda e che contraddistingue la modernità.

    "Mi piace"

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