“La forma letteraria perfetta può essere soltanto il racconto, che permette di concentrarsi direttamente sull’essenziale, come fa la poesia…”
Così ha dichiarato Borges in un’intervista.
E la citazione viene da un articolo di Raffaele La Capria sul Corriere della sera di oggi. In breve, l’autore sostiene che la brevità dei racconti conviene alla nostra epoca, così fondata sulla velocità della comunicazione e incapace di rallentare al ritmo dei grandi romanzi di una volta. Un’epoca frammentata, spezzettata che Citati, parlando di Calvino, descrive (sempre nello stesso articolo) in questo modo:
“Il mondo che fino ad allora gli si offriva come qualcosa di continuo gli si presentò all’improvviso come spezzato in frammenti isolati. Questo stato frammentario descritto da Citati non riguardava soltanto Calvino, era una condizione del mondo contemporaneo, un mondo in cui sono finite le grandi cause unificanti su cui si appoggiava il grande romanzo, sicché oggi che tutto è come disperso, anche il grande romanzo deve accontentarsi di realtà più piccole, “minori” per così dire, o più circoscritte”.
Dunque, tirando le somme: il racconto è la forma narrativa che ci è più congeniale perché non sappiamo più rallentare il passo (ma già Cechov credo non sarebbe d’accordo eppure nella Russia dell’Ottocento si andava molto lenti) e la brevità sarebbe una qualità in sé non perché arriva fino all’osso, come diceva Borges sopra, ma perché noi non sappiamo fermarci (e cioè concentrarci, pensare, riflettere) come un tempo. E quindi (e qui arriva il peggio) non meritiamo più grandi romanzi ma solo narrazioni brevi, veloci, concise.
Allora, posto che io (in qualità di lettore paradigma) penso di meritarmi ancora grandi (e spero molti) romanzi, penso che la brevità sia un valore letterario – ma anche artistico, nel senso più ampio – comunque. E che cioè amo Hemingway, Alice Munro e Carver non perché sono realtà “minori” o circoscritte ma perché da un particolare riescono a trarre conclusioni universali. Come da un dettaglio, una frase, una parola riescono a raccontare un’intera esistenza. Allo stesso modo una sola foto o sequenza di un film possono “bastare” alla narrazione di una storia. Perché a volte è proprio il silenzio (lo spazio bianco tra una parola e l’altra) a dare il senso alle cose.
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