Il posto dei libri

Un paio di settimane fa mi sono imbattuta in un articolo di Internazionale. Era tratto dal Guardian e si parlava di librerie. Appena una pagina, con la classifica delle dieci librerie più belle del mondo: Boekhandel Selexyz Dominicanen (Maastricht); El Ateneo (Buenos Aires); Libraria Lello (Porto); Secret Headquarters (Los Angeles); Borders (Glasgow); Scarthin Books (Peak District, Derbyshire); Posada (Bruxelles); El Lugar de la Mancha (Messico); Keibunsha (Kyoto) e Hatchards (Londra).
Purtroppo non ho mai messo piede in nessuna di queste, quindi mi sono buttata a capofitto (e con un sospiro) nella descrizione di ognuna.
La cosa che mi ha lasciato più perplessa, però, è stata il sottotitolo:
La grande distribuzione e gli acquisti online fanno sparire i piccoli negozi. Ma alcune librerie sono diventate luoghi di culto. Ecco la top ten del Guardian.
Già, lo sappiamo da un pezzo che il libro è diventato un prodotto simile a tanti altri dal punto di vista merceologico e quindi si può vendere (scontato) al super,oltre che in edicola, in libreria e on line.

Impossibile sbrogliare la matassa tra i vantaggi (in termini economici e di diffusione) e i pericoli connessi a questo tipo di mercato, tra i grandi e i minuscoli marchi che rischiano di essere fagocitati dall’iper-produzione libraria dei primi, tra le mega- librerie delle catene e le piccole indipendenti.

Il libro non può essere considerato né semplicemente come un “contenente” né propriamente come un “contenuto”. Il libro non è l’oggetto che è possibile riporre su uno scaffale o posare su un tavolo, e non è nemmeno il testo che risulta stampato sulle sue pagine. Ma va piuttosto dall’uno all’altro, o meglio si mantiene nella tensione tra i due: apre questa tensione, la suscita e non smette di alimentarla con il susseguirsi delle sue pagine.
(Jean-Luc Nancy, Del libro e della libreria. Il commercio delle idee, Raffaello Cortina Editore, 2006).

Alla fine, per qualcuno che vince sul terreno dei numeri, c’è sempre qualcun altro che primeggia per l’attenzione dedicata ai lettori, con i loro gusti e le loro esigenze, e per la cura e il rispetto riservato ai libri.
Non sono un’integralista (o, almeno, cerco di non esserlo… conosco a grandi linee certi meccanismi): compro i libri un po’ ovunque, dipende da dove mi trovo ma, se sono a casa, nella città in cui vivo, la mia preferita è la libreria Delfino. È un negozio piccolo e, per quanto ne so, è lì da sempre: in piazza, sotto i portici. Ha una vetrina graziosa (un termine un po’ retro, ma non me ne viene uno che si adatti più di questo), sempre molto curata e i librai sono dei veri appassionati di libri. Gentili, simpatici, ti fanno sempre un po’ di sconto anche se hai infilato il naso nella loro libreria per la prima volta, e soprattutto leggono! Conoscono i libri. Ogni volta che entro in negozio, stanno consigliando questo o quel libro a qualcuno dei loro clienti, che a volte si presentano chiedendo semplicemente cosa potrebbero leggere in questo periodo.
Ad ascoltarli si impara molto.
Qualche anno fa ero lì a ciondolare, stavo dando le ultime sbirciate agli scaffali, con due libri in mano da pagare. Quando sono arrivata alla cassa ho visto un libro minuscolo che mi ha incuriosito moltissimo: 84, Charing Cross Road, pubblicato da Archinto nel 1999. L’ho preso. L’ho letto la sera stessa e l’ho trovato strepitoso.
È la storia di una scrittrice americana, Helen Hanff, appassionata di saggi del Settecento che entra in contatto con Frank Doel, commesso in una vecchia libreria antiquaria londinese.

“Gentili signori,
leggo dalla vostra inserzione sul Saturday Review of Literature che siete specializzati in libri fuori stampa. L’intestazione “libri antiquari” mi spaventa un poco, perché per me “antico” equivale a dispendioso. Sono una scrittrice senza soldi che ama i libri d’antiquariato, ma da queste parti è impossibile reperire le opere che desidererei avere se non in edizioni molto costose e rare, o in copie scolastiche, sudicie e scribacchiate, della libreria Barnes & Noble […]”

La corrispondenza fra i due era fittissima, ironica, divertente e con gli anni si trasformò in una tenera amicizia, popolandosi di personaggi e storie che ruotavano intorno alla libreria Marks&Co. Helen sognava di andare in Inghilterra, di conoscere Doel e la libreria cui doveva tanto. Purtroppo Frank scomparve prematuramente e la libreria chiuse nel 1970. Helen si recherà a Londra solo in occasione dell’uscita di questo libro, che vide un seguito (La duchessa di Bloomsbury Street, pubblicato sempre da Archinto nel 2003) e, nel 1987, anche un film con Anne Bancroft e Anthony Hopkins (pellicola degna del libro!).

Tesoro mio,
è il più delizioso vecchio negozio uscito direttamente dalle pagine di Dickens che abbia mai visto, ci perderesti completamente la testa. […]
Dentro, l’ambiente è scuro, percepisci l’odore della libreria prima di vederla, è un odore delizioso, non è facile a descriversi ma è un misto di muffa, polvere, anni, pareti di legno e pavimenti anch’essi di legno. […]

Il posto dei libri per me è un luogo così (almeno idealmente) e anche se non ha l’odore del tempo e quell’atmosfera un po’ vittoriana, deve essere affidato alle cure del libraio, così come lo descrive Jean-Luc Nancy:
Il “libraio”, un tempo, era insieme l’editore, il tipografo e il libraio, il genio familiare dell’autore, dell’opera e del lettore. È sempre questo triplo genio che abita il libro, lo confeziona e lo espone, lo ripiega e lo dispiega indefinitamente su di sé e sul mondo.

Il vostro posto dei libri com’è?

5 commenti

  1. Il mio posto dei libri necessita di certi ingredienti che non possono mancare oltre ai libri ovviamente: cordialità, competenza, interesse dei “librai”, un sottofondo musicale preferibilmente jazz o acustico.. vastissima scelta di libri usati e anche possibilità di promuovere anche scrittori emergenti o che magari non sanno come farsi notare..

    Nemmeno io ho messo piede in quelle librerie ma credo che già solo se potrò entrare a vedere la city lights books a san francisco mi sentirò dannatamente contento eheh

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  2. Delle librerie in classifica conosco bene solo Hatchards a Londra. Ogni volta che vado in città non manco di fare una visita. Naturalmente puoi trovare gli stessi libri in qualsiasi altra libreria, ma Hatchards ha un fascino tutto particolare. Saranno i passamano in legno, saranno i pavimenti che scricchiolano sotto la moquette, sarà l’atmosfera ovattata, sarà che gli inglesi per queste cose sono unici, fatto sta che per uno che ama i libri è come trovarsi a casa propria.

    Se posso darti un suggerimento quando ti capita di andare a Londra vai anche a Charing Cross e divertiti a scendere negli scantinati delle librerie dell’usato che ancora ci sono. Scendi le vecchie scalette in legno che portano nei sotterranei che sembrano catacombe e ti troverai tra montagne di vecchi e vecchissimi libri di tutti i tipi. Probabilmente tirerai qualche strarnuto per la polvere, ma ne vale la pena. C’è chi ci passa delle giornate intere.

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