John Updike, Terrorista: la mente improbabile di un attentatore

Terrorista di John Updike (Guanda), uscito nel 2006 (uno dei libri letti qualche settimana fa dal gruppo di lettura di Cologno Monzese. Il gruppo si è suddiviso la lettura di tre romanzi sul tema del terrorismo islamista: oltre a quello di Updike, Yasmina Chadra, L’attentatrice; Sherko Fatah, Terra di confine) è un romanzo ambizioso, la cui principale sfida è entrare nella testa di un potenziale attentatore. Ma è una sfida fallita, mi pare.

Ahmad è un ragazzo poco più che diciottenne, nato e cresciuto negli Stati Uniti da padre egiziano (ovviamente dileguatosi ben presto, il lettore non lo incontra mai) e madre irlandese; è molto molto religioso e si fa guidare dall’imam arrabbiato di una mini moschea di New Prospect, New Jersey.

Ambientato in spazi urbani che la deindustrializzazione ha umiliato (ricorda il panorama di alcune pagine di Pastorale americana di Philip Roth), spazi popolati da donne e uomini afroamericani o caucasici rovinati dal cibo e dai consumi e dalla tv, il romanzo scorre verso il gesto estremo di Ahmad, organizzato da una rete abborracciata di Jihadisti.

Il lettore, senza traumi e senza difficoltà, viene accompagnato fra i pensieri del “terrorista”, fra le parole della madre “single per forza”; del professore ebreo della scuola di Ahmad (si chiama Levy ed è il mio preferito, e per qualche settimane è anche l’amante della madre del ragazzo) che dovrebbe convincere Ahmad a continuare a studiare all’università, ora che ha finito il liceo, mentre vive una quotidiana sopportazione della moglie, bibliotecaria troppo grassa e ammalata di tv.
Ecco, il personaggio di Levy è il più convincente, il più umano, viene da dire, il più sfumato, ambiguo, letterario: perché Ahmad invece sembra tagliato a colpi di ascia, i suoi pensieri hanno poca profondità e soprattutto sembrano volerci invitare a trovare una spiegazione al suo gesto: contro il satana occidentale, senza dio, un fedele impegnato in una lotta per difendere e affermare la vera fede; contro uomini e donne grassi e intontiti dal cibo; persone che più non credono in nulla.

Ecco, il fallimento di Updike in questo romanzo sta lì; quando compie il passo più difficile: provare a _spiegare_ la mente di un terrorista, come se fosse spiegabile.
E, come è stato detto durante la riunione – anche con riferimento al romanzo di Chadra – il fatto che ancora non ci sia un grande romanzo sul terrorismo è forse proprio dovuto all’impossibilità di spiegare il terrorismo.
Chi ci prova finisce col mancare l’appuntamento. Vediamo cosa ha fatto DeLillo.

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Una replica a “John Updike, Terrorista: la mente improbabile di un attentatore”

  1. […] suoi libri, Terrorista – sicuramente non considerato fra i suoi lavori migliori – che non mi era nemmeno piaciuto molto. Oggi e ieri si è scritto e detto molto su di lui. Mi limito a segnalare uno degli articoli del […]

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