Amartya Sen, un testo necessario – di Renza B

Molto bella, questa discussione sul libro di Sen, Identità e violenza. Discussione in cui mi immetto, anche se non ho partecipato alla discussione collettiva, per motivi non certo di cattiva volontà, ma logistici, poichè abito lontano da Cologno Monzese (di cui invidio davvero la biblioteca ).

In premessa, mi preme annotare il fatto che io ho trovato il libro in questione eccezionale, non tanto per ciò che afferma e per la linea che indica, quanto perchè non si esaurisce nel solo atto di lettura. A me pare – se si può usare un ‘ immagine un po’ “blasfema”- che agisca come un microclip e resti nella mente e nell’uanimo del lettore, sviluppando domande e ampliando la conoscenza che pareva essersi esaurita con la fine del libro. Mi sembra, il testo di Sen, un caleidoscopio che mostra sempre nuovi aspetti e nuove prospettive.
Dico tutto ciò perchè moltissimo ci sarebbe da considerare, ma per ovvi motivi (tra cui quello di non uccidere gli eventualilettori), concentro il mio ragionamento su alcuni punti e pazienza se esso potrà risultare monco.

Questa riflessione di Luca

“nel costruire la nostra identità in dialogo e non in guerra con le altre identità; nel farne un’occasione di arricchimento per tutti, uguali e diversi; nel diritto di ognuno a “costruirsi” le sue radici, a trovare i suoi fratelli, senza per questo essere “nemico” delle radici e dei fratelli degli altri. Detto in altre parole (che riecheggiano nostre precedenti letture): il pensiero debole o il relativismo o il pluralismo potrebbero non essere la risposta migliore al fondamentalismo delle identità uniche o totalizzanti. La risposta è solo in un pensiero dialogico”

coglie a mio parere il nodo di quella parte della visione di Sen per cui l’ identità deve essere scelta e non quindi imposta o trasmessa. La visione dell’autore è in sintonia con la sua idea di libertà: in un clima di libertà è auspicabile che le scelte, anche identitarie, siano il frutto di una volontà . Ma a quale reltà egli sta pensando, o meglio, dove è possibile questa libera scelta identitaria? Certo, non nella concezione comunitarista che egli respinge con grande e condivisibile decisione (e qui sarebbe importante riflettere sul comunitarismo che si sta facendo strada anche in Italia…) . Probabilmente, il suo discorso è teleologico, il discorso di chi sta additando una prospettiva ad una umanità un po’ allo sbando.
In sostanza, in un futuro allargato geograficamente e culturalmente, egli ci suggerisce l’immagine di un cammino delle nostre vite individuali, in cui alternativamente e senza rigidità, ci si accompagna a persone simili a noi per categorie diverse di volta in volta (una volta siamo donne, una volta lettrici, una volta amanti del camminare ecc).

Nessuna delle nostre identità deve diventare una connotazione rigida. Mentre trovo molto importante il fatto che le identità siano scelte ( perchè la scelta implica anche i dissidi interiori, i conflitti e le risoluzioni che- soli- sono garanzia di convinzione), il dubbio sta nella prospettiva di superare i conflitti esterni, contro i “nemici”, espressione di altre identità. Siamo sicuri che basti questo per superare i conflitti ? Siamo sicuri che il fondamentalismo ( di ogni tipo ) sia scalfibile? Me lo auguro di cuore, ma , a volte, quando mi scopro irritata con chi non apprezza un libro che io amo, penso che il cammino sia ancora lungo.

Il pensiero di Sen è utopico, di quella utopia necessaria alla vita, un tempo ambito della politica e che essa ha oggi tragicamente abbandonato per ripiegarsi in quell’immmanenza autocelebrativa che tanti danni sta creando. Per questo è un testo necessario.
Cordiali saluti
Renza B.

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