“Il fascismo e noi” di Roberto Esposito

Un’interpretazione filosofica che ci invita a osservare la zona d’ombra che racchiude l’essenza del fascismo e che dobbiamo affrontare, passando per la nostra esperienza interiore. Altrimenti non possiamo contrastarlo con efficacia

Il nuovo libro di Roberto Esposito è una sfida alla nostra possibilità e capacità di agire davvero in modo antifascista. Il che può sembrare strano, visto che è un libro di filosofia.

Il fascismo e noi, Einaudi 2025, propone, appunto, un’interpretazione filosofica – come dice il sottotitolo – del fascismo che invita “a spostare lo sguardo da loro, i fascisti, a noi. O almeno a posarlo su entrambi – sulla relazione che continua ambiguamente ad accostarli”.

Perché, dice Esposito, “Combattere il fascismo vuol dire, prima che negare la sua ideologia, smontare la sua macchina generativa, anzitutto dentro di noi”.

LA FILOSOFIA GUARDA LA ZONA D’OMBRA

La filosofia può guardare la zona d’ombra, il punto oscuro, la macchia opaca che forse racchiude l’essenza del fascismo e che la ricerca storiografica, che pure ha illuminato con documentazione sempre crescente il fenomeno, probabilmente non riesce a rischiarare.

Si tratta, dice ancora Esposito, di aprirsi ai linguaggi del mito, del simbolo, del desiderio, ma anche di rivolgersi alle pulsioni e agli incubi che ci abitano ancora oggi. “È perciò che, per arrivare a ‘loro’, ai fascisti, conviene passare per ‘noi’, per la nostra esperienza interiore”.

Dobbiamo dunque confrontarci con la deformità di un oggetto che ci sembra intrattabile, mettere in discussione i nostri parametri, “fino a rompere la barriera che ci vieta di misurarci con quanto li eccede”.

Ci serve, dunque,  l’aiuto di filosofi, psicoanalisti e scrittori che hanno messo in gioco se stessi più direttamente nell’affrontare il fenomeno fascista e nazista. Per contrastare il fascismo, l’antifascismo, indispensabile sul piano politico, “è inservibile per la filosofia”. 

Per contrastare il fascismo, anche oggi, dobbiamo conoscerlo davvero e per farlo dobbiamo penetrare al suo interno.

STORIA E FILOSOFIA: IL METODO PARADIGMATICO

Prima di vedere come Esposito descrive il funzionamento della macchina metafisica del fascismo, dobbiamo osservare il metodo paradigmatico che propone. Che è il metodo per integrare adeguatamente storia e filosofia. Perché, se è vero che una filosofia del fascismo che non si radica negli eventi reali, relativi a tempi e spazi determinati, rischia di scivolare nell’astrazione, d’altra parte è altrettanto innegabile che una storia senza “densità concettuale” finisce con il restare alla superficie delle cose, “limitandosi a descrivere eventi di cui non riesce a comprendere fino in fondo il senso”. [p. 4]

IL FASCISMO È UNA MACCHINA METAFISICA GENERATIVA

Per conoscere davvero il fascismo, per penetrare al suo interno e poterlo contrastare efficacemente, dice ancora Esposito, dobbiamo affrontare e comprendere il fatto che il fascismo prima di essere un regime, un movimento, una dottrina sia una macchina metafisica

Una macchina metafisica generativa, “in quanto capace di generare le sue stesse condizioni di esistenza ed espansione”. [Introduzione, p.XIII].

Vorrei tornare più avanti, via via che avanza la lettura del libro, sui concetti articolati da Esposito. Per ora restiamo sull’idea del fascismo come macchina generativa. In cosa consiste?

“La macchina generativa fascista consiste nel suddividere la realtà in due parti opposte, immettendo l’una all’interno dell’altra, dopo averle modificate entrambe. In questo modo può adoperare indifferentemente ideologie di destra e di sinistra, scambiandone i contenuti in base ai propri fini”. È questo il cuore del dispositivo fascista: “Contenuti opposti, decontestualizzati e svuotati del loro senso originario, vengono funzionalizzati alla costruzione di un’egemonia che passa precisamente per la loro conversione reciproca. È un modo di occupare tutte le posizioni in campo, fino a espellere l’avversario dal terreno di gioco. Quando si osserva la fragilità della resistenza al fascismo, oltre che con la paura della sua ferocia repressiva, bisogna spiegarla con la capacità del regime di sfruttare a proprio vantaggio le risorse dell’avversario. Più volte si è osservato come sia il fascismo sia il nazismo si qualifichino con connotati opposti – rivoluzionari e anticapitalistici. Non si tratta di una contraddizione inconsapevole, bensì di una strategia volta a non concedere spazio ideologico agli avversari”. [pag. XIII].


A ciò va aggiunta una seconda caratteristica decisiva di questa macchina generativa: è importante soffermarsi sulla simultaneità delle sue operazioni. “La macchina fascista – scrive Esposito – non adopera punti di vista diversi in momenti differenti. Li sovrappone, amalgamandoli, nello stesso tempo. Per esempio, non sostituisce una prospettiva tecnologica a una mitologica. Fa qualcosa di più: tecnologizza il mito e mitizza la tecnologia. Non contrappone il passato al futuro, o viceversa, ma installa l’uno all’interno dell’altro.”
Si pensi al futurismo italiano, laboratorio sofisticato di questo incrocio, già anticipato per altro dalla destra francese. E alla Germania, dove la propaganda nazista immette continuamente “lessici arcaici in dispositivi tecnologici ad altissima efficienza” [p. XIV].

PULSIONI

Quando più sopra si è accennato alla zona d’ombra che racchiude probabilmente l’essenza del fascismo, alla quale filosofia e letteratura possono accedere meglio della storiografia, abbiamo toccato un passaggio fondamentale del libro di Esposito. In esso infatti si insiste oltremodo sull’interpretazione del fascismo in termini pulsionali proposta all’inizio degli anni Ottanta da Gilles Deleuze e Felix Guattari. I due studiosi portano alle estreme conseguenze le interpretazioni psicoanalitiche di Wilhelm Reich ed Erich Fromm. Per sintetizzare potremmo riprendere la domanda che, dice Esposito, suggeriscono queste analisi: “perché le masse hanno desiderato – e ancora desiderano – farsi soggiogare? È questo, in definitiva, il punto cieco intorno al quale ruota ancora l’analisi sul fascismo”. Si tratta di un filone di analisi che sottolinea la centralità delle pulsioni sessuali nella grammatica del nazifascismo. Perché Hitler e Mussolini, prima di convincere, eccitano le masse e questo spiegherebbe secondo Esposito la loro perdurante presenza nell’immaginario contemporaneo. Decisivo sembra essere l’elemento sadomasochistico che attraversa le pulsioni di massa e anche quelle individuali.

E tale pulsione “tutt’altro che riducibile a pochi pervertiti, ha attraversato come un’onda la società europea, lasciando non poche tracce anche quando è rifluita. La difficoltà nell’interpretarla sta nel fatto che è impossibile distinguere nel campo del desiderio, tra giusto e sbagliato, razionale e irrazionale, conveniente e sconveniente”.

E qui Esposito tocca una questione che mi colpisce molto, perché ci dice molto anche sull’oggi e sulla difficoltà che le società contemporanee sembrano avere nel contrastare i fascismi:

“La lotta contro il fascismo sconta questa difficoltà di principio: non si può bloccare, o contrastare frontalmente, la macchina pulsionale perché è parte integrante di noi. Si può solo orientare in direzione diversa. Da qui i ricorrenti fallimenti che la sinistra continua a sperimentare contro i populismi in cui si è trasformato, o travestito, il fascismo”.

Questo perché non si riesce a capire il rilievo sempre maggiore dei processi di soggettivazione che investono la società di massa dal primo Novecento in poi. Rispetto alla forza delle pulsioni, le ideologie e le istituzioni, per quanto importanti, sono secondarie e vanno messe in rapporto con le prime.

E qui Esposito sottolinea un punto centrale del suo lavoro e particolarmente acido per chiunque si pensi come antifascista. Dice infatti che lo scontro col fascismo va portato a un livello molto più profondo di quanto in genere si faccia.

IL FASCISMO CHE È IN NOI

Michel Foucault, nella prefazione all’edizione americana di Anti Edipo di Deleuze e Guattari, si rivolge “al fascismo che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte”. Pasolini invece criticava “l’antifascismo archeologico” che giudicava inefficace. “Guardare al fascismo da un punto di vista antropologico, relativo alle anime e ai corpi, come egli fa negli anni Settanta, apre una prospettiva radicalmente nuova, ancora non sperimentata fino in fondo”. [pp. XVI-XVIII].

Per ora ci fermiamo qui; l’articolo verrà aggiornato nei prossimi giorni.

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Qui trovate un’intervista a Esposito (Quella macchina della sopraffazione, Il Manifesto, 11 settembre 2025), a proposito del suo libro.

Qui invece la ripresa di un seminario dell’autore sullo stesso tema:


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Commenti

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