Alberto Manguel – ospite di «La lettura nonostante» a Milano sabato 10 giugno – ha pubblicato da poco un piccolo libro dedicato al Don Chisciotte. Anzi ai fantasmi che stanno, per così dire, dentro il romanzo di Cervantes. Don Chisciotte e i suoi fantasmi, (Sellerio, 2023, 127 pagine, traduzione di Maria Nicola) si concentra soprattutto sul fantasma della cultura araba di Spagna.
Il romanzo uscì quasi mille anni dopo che gli arabi si erano insediati in Spagna. Era in pieno svolgimento la plurisecolare offensiva da parte della corona e di una parte della società spagnola: dopo la Reconquista volevano raggiungere una chimerica “purezza del sangue”.
Quando, un secolo dopo l’espulsione degli ebrei e degli arabi fra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500, Cervantes pubblica Don Chisciotte, il re Filippo III è all’attacco contro i moriscos, gli arabi discendenti dei convertiti al cristianesimo dopo il 1492.
Dice Manguel che «tra le varie cose, il Don Chisciotte è un gioco fra i diversi “altri”, fra numerose paia di doppi rovesciati: Alonso Quijano e don Chisciotte, don Chisciotte e Sancio, Aldonza Lorenzo e Dulcinea, Dulcinea e Teresa Sancia, Sancio e Alonso Quijano. […] Ma per Cervantes, l’altro è, ovviamente, Cide Hamete, il moro».
Appunto, il moro.
Come è noto, Cervantes ci dice che la storia del cavaliere della Mancia era in un manoscritto di un arabo di Spagna, Cide Hamete Benengeli. Cervantes mette in scena un personaggio della finzione romanzesca come autore: Cide Hamete, il moro, l’altro.
Il Cervantes che presenta l’opera (anch’egli, per la verità, una sorta di personaggio creato dal Cervantes autore) dice che il manoscritto era uno scartafaccio che ha trovato in un mercato di strada a Toledo: «irresistibilmente attratto dalla parola scritta,» scrive Manguel, «capace di leggere perfino la carta straccia gettata per strada, decide di comprarli anche se sono scritti in caratteri arabi, che naturalmente lui non sa decifrare. Impaziente di scoprire che cosa contengono quelle pagine, cerca un morisco che possa tradurgliele. Nella Spagna dell’epoca, dove arabi e ebrei […] ufficialmente non esistevano, era noto a tutti che molti parlavano ancora le lingue proibite (non era difficile trovare degli interpreti sia dall’arabo che da una lingua più antica, precisa Cervantes), compreso l’aljmiado, una lingua romanza scritta in caratteri arabi».
E il Don Chisciotte di Cide Hamete è scritto proprio così: caratteri arabi; «ma appare un’opera in arabo solo a chi non li sa leggere, perché in realtà è narrato aljamiado, la lingua romanza parlata dai moriscos di Spagna.»
Il Seicento che inizia col Don Chisciotte è anche il secolo che inizia con l’espulsione dei moriscos, questi cristiani considerati insinceri. Il Secolo d’Oro è anche il secolo dell’annientamento della più importante società multiculturale dell’Europa del Medioevo. «Don Chisciotte», ci ricorda Manguel, «lo riconosce: “Sancio, amico, devi sapere che fu volontà del cielo ch’io nascessi in questa nostra età di ferro, al fine di resuscitare in essa quella d’oro, o la dorata, come suol chiamarsi”. Per compiere questa impresa grandiosa», continua Manguel, «Cervantes mette in scena Hamete, figlio di quell’età perduta, che a sua volta mette in scena don Chisciotte, suo redentore».
E ancora, chiudendo questo splendido libro dedicato a Cervantes e al suo cavaliere, Manguel scrive: «Il genio, come sappiamo, ben di rado sceglie il partito degli angeli, e solo perché associamo l’arte alla virtù ci piace immaginare che i grandi artisti siano stato anche uomini virtuosi. Chi fosse Cervantes, e quali fossero le sue opinioni politiche e sociali, non è importante. È più importante il fatto che, per un lettore di oggi, l’onnipresenza di Cide Hamete nel Don Chisciotte e le scene commoventi che alludono a un popolo ingiustamente cacciato, ci dicono che una cultura esclusa non può essere facilmente messa a tacere, che nel corso della storia ogni assenza ha il peso e la forza di una presenza, e che molto spesso la letteratura è più sapiente del più sapiente dei suoi artigiani».

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