SCRITTURA RIDONDANTE E L’ACCOGLIENZA DEI TESTI – di Adele S.

Alcune idee, tra l’altro, sulla lettura di Virginia Woolf

Caro Antonio,

ho letto con molto interesse il tuo intervento e commento sulla lettura della Munro, che, ripeto, io non conosco, ma mi affascina questo scambio di opinioni sulla lettura, sul suo significato e il valore che puo’ avere per noi.

Sono assolutamente d’accordo con te che la scrittura ridondante diventa poco incisiva e a tratti dispersiva (ti consiglio la lettura dei giapponesi se gia’ non li conosci: Kawabata e Mishima, p.e., i quali come la loro tradizione culturale insegna non sono soggetti all’orror vacui), ma se posso permettermi di esprimere un pensiero personale, credo, come tra l’altro dice bene Steiner, che tanti fattori influenzano la nostra lettura, lo dimostra esattamente il diverso parere tuo e di Luca, ma sono altresi’ convinta che (non credo sia il caso della Munro: se non ti piace e’ perche’ non ti piace e basta!) una accresciuta cultura e conoscenza di te stesso ti porta ad ampliare la tua “accoglienza” di certi testi che tu avresti in prima battuta messo da parte. Qui naturalmente sto parlando, ripeto, di una mia esperienza personale.

E voglio citare proprio un’autrice che “dovevo” per forza conoscere: Virginia Woolf. Beh, ti confesso che dopo poche pagine un po’ demoralizzata ho dovuto interrompere la lettura, probabilmente non l’avrei piu’ ripresa poiche’ da me ritenuta ostica. Qualche anno dopo pero’ nel mio gruppo di lettura abbiamo letto “Miss Dalloway” e “Gita al Faro” e posso dire senza esagerazioni che forse sono i due testi in assoluto che mi hanno piu’ segnata e forse trasformata nel profondo. Probabilmente in quel momento io, inconsciamente ero gia’ ” in ricerca” e quei testi hanno come, risposto, ad alcune delle mie esigenze. Fortunata casualita’ o catalizzazione di energie in me ancora sopite? Ai posteri…

Voglio solo citare i finali di questi due libri per rimanere in tema di scrittura piu’ o meno incisiva.

Da “Gita al Faro” (Faro con la lettera maiuscola poiche’ nel racconto compare con la dignita’ di un personaggio vero e proprio):

“…Era finito; era completo. Sì, penso’, posando il pennello con estrema fatica, ho avuto la mia visione.”

Questi pensieri cosi’ netti e icastici di un personaggio chiudono tutto un percorso di conoscenza che e’ quello di tutti i personaggi, i quali in qualche modo raggiungono, ognuno a modo loro “il Faro”.(Inteso come luce, consapevolezza di se’)
Per concludere cito anche ultime righe di Miss Dalloway:

“Che cos’e’ questo terrore? che cos’e’ quest’estasi? penso’ tra di se’. Che cos’e’ che mi riempie di una tale straordinaria emozione?

E’ Clarissa, disse.

Perche’, eccola, era li’.”

Anche qui tramite queste reiterate domande, brevi e concise e la conseguente risposta che si da’, il personaggio in questione rimanda al lettore tutta l’aderenza al presente, la sua totalita’ e partecipazione alla vita della protagonista (Clarissa), in contrapposizione all’altro personaggio, suo alter-ego, Septimus, il quale si suicida, poiche’ incapace di conciliare la sua mistica e le sue alte aspettative, con la vita stessa.

Un saluto
Adele

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