ALICE MUNRO, “PASSIONE” SENZA PASSIONE – di Antonio P.

Non ho cambiato opionione dopo la seconda lettura del racconto.

Caro Luca, care amiche ed amici del gruppo di lettura,

un documento così appassionato e palpitante di esperienza personale come quello inviato da Luca Ferrieri in data 08/05/2005 non poteva che essere oggetto di una ulteriore riflessione, se non altro per la bella contrapposizione tra la sensazione di Luca “del fuoco che cova sotto la cenere” e l’assenza,da me sottolineata, di una particolare passione.
Per una specie di onestà intellettuale nei confronti del racconto e delle opinioni diverse dalla mia espresse all’interno del GdL, mi sono riletto tutto il racconto, senza alcuna fretta, cercando di “vedere se c’è qualcosa che brucia” anche mettendoci come è giusto del mio. Devo dire che non ho cambiato opinione, nel senso che il racconto della Munro mi è sembrato nuovamente non particolarmente pregno di quella passione che pure è riportata nel titolo.

Mi permetto di argomentare questo mio personale convincimento:

-Il motivo principale che io vedo a sostegno del mio giudizio di “leggerezza” di questa passione sta nello stile di scrittura della Munro; il suo dilatare oltre il necessario le descrizioni, la sua mancanza di stringatezza,di essenzialità nello scrivere portano ,a mio personale parere, ad una diluizione delle sensazioni,delle emozioni che non di rado portano a chiedersi a quale fine vengano inserite intere pagine.

Ritengo che la “dilatazione” dei tempi della scrittura sia essenziale per preparare il lettore ad un avvenimento importante,ad entrare nel cuore della storia,per anticipare un accadimento così notevole ed emotivamente coinvolgente da giustificare le pagine scritte prima.Ma se poi a questa attesa del lettore non corrisponde nulla o solo poco, non si può che restare perplessi.
Personalmente, non amo i romanzi o i racconti che hanno pagine che potrebbero essere tolte senza che la storia ne soffra; ed è questo uno dei motivi per cui non apprezzo particolarmente,per esempio, alcune pagine di Paul Auster che a mio avviso soffrono della stessa sindrome da diluizione dello scrivere. Trovo che, specie in un racconto, l’assenza di divagazioni ridondanti sia essenziale; a maggior ragione se, come Luigi Gavazzi ha ben rilevato,per certi aspetti il racconto è simile ad una poesia.

Cari amici,possiamo ricordare la bellezza di quei versi o di quelle pagine asciutte di Leopardi,di Manzoni, di Ungaretti? Dove non c’è una sola sillaba di troppo?

Manzoni – La sventurata rispose. (Episodio della monaca di Monza)

Ungaretti – Mi illumino di immenso

Ungaretti – Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie

Leopardi – Abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando il tutto oblia (Canto di un pastore errante dell’Asia)

-La nostra partecipazione, citata anche da Adele Spataro, per la conoscenza del significato profondo, a volte nascosto, del libro che stiamo leggendo: è essenziale,non può mancare per l’arricchimento della parola scritta che abbiamo sotto gli occhi; ma attenzione perchè, secondo me,se il significato è troppo nascosto, criptico per capirci, possiamo trovarci come quando siamo di fronte ad un quadro di Lucio Fontana con due tagli che vogliono dire tutto e niente.E’ lecito allora il dubbio:questo libro per chi è stato scritto,perchè è stato scritto? Perchè non mi dà particolari emozioni?
Vi chiedo scusa se sono stato troppo prolisso. Un saluto a tutti, Antonio


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