saggio sulla lucidita’. il comunismo bianco di Saramago – di luca f.

ne discutiamo giovedì sera, 21 aprile, alle 21.00 in biblioteca

Nonostante la conclusione cupa, nonostante o forse a causa della irriformabilità del potere che permea ogni riga dell’ultimo romanzo di Saramago, confesso di averlo letto come una grande iniezione di speranza, come un romanzo politico nel senso più alto e vero del termine. Saramago si riallaccia al bianco abbagliante del Saggio sulla cecità per darci, di quel bianco, una visione diversa e complementare: il bianco è ora quello di una grande illuminazione collettiva, il bianco è la scelta, pacifica, ferma, disperata, di opporre ai riti di una democrazia svuotata e violenta una protesta silenziosa, insieme aperta e cospiratoria.

L’immensa maggioranza della popolazione che decide di votare scheda bianca, e così facendo mette in crisi la parvenza di legittimità su cui si basa il governo e incorre nella sua repressione violenta, non rappresenta solo una metafora, ma in qualche modo un vero e proprio programma politico, fondato sul ritiro del consenso, sull’utilizzo degli strumenti di dominio per ritorcerli contro il domino stesso.

Questa è la prima faccia del comunismo bianco di Saramago (ed è una faccia che abbatte di colpo le barriere che il Novecento ha posto tra il comunismo e l’anarchismo, ritornando alla loro comune origine utopica). La seconda è quella che più infonde speranza: la grande capacità di autogoverno, la maturità politica, anche qui dobbiamo usare questa parola, della cittadinanza, della moltitudine indistinta. La grande fraternità che spezza uno dopo l’altro i logori disegni del potere, la capacità di convinzione e di attrazione (per “generazione spontanea”) che una protesta senza proclami e senza bandiere incontra, tanto da far breccia in tutte le persone (comprese il sindaco e il commissario) che non abbiano del tutto rinnegato la propria anima.

In questo senso continuo a ritenere più ottimistico il messaggio di questo romanzo rispetto a Cecità: perché se là la luce si riaccendeva solo grazie a una persona straor­di­naria, la moglie del medico, ora questa luce riverbera di bianco un’intera città, che dimostra di poter fare a meno del potere e del suo cinismo. È vero che la brusca e tombale conclusione riporta letteralmente al buio la città, e non a caso l’ultimo dialogo è un dialogo tra ciechi (come se chiudendosi gli occhi di quella donna, l’unica che non era stata mai cieca, si togliesse la possibilità della luce per tutti).

Ma non basta, questa tremenda conclusione, in cui ancora una volta il potere dello status quo dimostra la sua cecità omicida, a cancellare tutte le pagine precedenti.

Non basta ad annullare il coraggio del commissario e della donna, a revocare il gesto, che si intravede continuamente sullo sfondo, di tanti altri uomini, che sono insieme “tranquilli” e “preoccupati”, che continuano con semplicità e ostinazione la loro battaglia quotidiana, anche quando si vedono perduti, che si passano l’un l’altro le fotocopie dell’articolo censurato, che accolgono i disertori che tornano, che seppelliscono i loro morti, che aprono un libro quando si siedono su una panchina, che amano i sogni diurni e temono quelli notturni.

E’ a favore della loro tranquilla e cosciente disperazione che, ancora una volta, ci è data la speranza.

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