La contrapposizione fra leggere e vivere? Se ne è parlato un po’ nell’ultima riunione del gruppo di lettura; lo abbiamo fatto in modo forse superficiale e drastico, senza tematizzare: parlavamo di Camilla Baresani e del suo _ Il piacere tra le righe _ Bompiani, che pone, per la verità, la questione in maniera un po’ astratta, anche se, forse, non è nemmeno un tema centrale del suo testo.
Qualche giorno dopo mi imbatto nella sperimentazione della questione in una _situazione estrema_: quella del campo di concentramento.
A Buchenvald, David Rousset prigioniero si deve rassegnare a un mondo privo di idee. Così ce lo racconta Tzvetan Todorov, in _ Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico _ (Garzanti).
Prima di essere arrestato, dice, viveva in un mondo libresco, popolato da astrazioni: la rivoluzione, l’umanità, il socialismo. Una volta in prigione, soffre crudelmente: viene privato dei libri. Poi trova in se stesso un rimedio che si mette a poco a poco a prediligere: l’interesse per gli individui. “Fu l’inizio di un’esperienza eccezionale, di una ricchezza immensa per me. Il campo della lettura era chiuso. Ma scoprivo gli uomini” (così dice nella sua autobiografia, raccolta Emile Copfermann).
Uscito, Rousset conserva il valore della lezione: ritrova il suo amore per i libri, si reimmerge nella lettura e nella scrittura, però ora gli esseri sono al disopra dei libri. Ora ha superato l’abitudine di vivere con le astrazioni. La sofferenza degli esseri sarebbe stata d’ora in poi irriducibile a delle categorie.


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