Il mio amico Paolo, quello che conoscete già, che si è trasferito in Argentina, mi ha scritto l’altro giorno che aveva da dirmi delle cose sulla lettura. Allora ho aspettato il momento giusto per il suo fuso orario e un po’ anche per il mio, e l’ho chiamato.
Mi ha detto che dovremmo ricordarci sempre che fra gli effetti collaterali della lettura, specie dei grandi libri, c’è che ci ritroviamo con più parole per dire del mondo.

Parole per interpretarlo e descriverlo.
E queste parole, ha detto Paolo, diventano sempre più precise e a volte incidono a fondo, e funzionano bene per farci fare quello che dovremmo fare anche quando siamo lontani dai libri

Per esempio dire con le parole quando altre parole sono usate per ingannare, per umiliare, per isolare e opprimere, per marchiare i reietti, i deboli, gli esclusi, i diversi, per tenere lontano, “al loro posto” come dicono, chi non si ritiene degno di abitare dove abitano loro.
Infatti, ha detto Paolo, anche se condividiamo tutti i dubbi e le preoccupazioni di quelli che hanno spiegato i limiti del linguaggio, sappiamo che, con tutti i suoi limiti, possiamo usarlo in modo onesto e decente oppure ingannevole.

Fintan O’Toole sulla New York Review of Books ci ha ricordato che Renee Good and Alex Pretti sono stati assassinati dagli sgherri dell’ICE (la milizia extragiudiziale e extralegale di Trump e Vance) perché hanno osato interferire con il progetto dell’amministrazione americana di normalizzare la violenza di stato e le deportazioni. Good e Pretti hanno deciso di dire come stanno le cose; si sono rifiutati di abituarsi al sopruso. Lo hanno fatto senza violenza, con la voce e il corpo; Good e Pretti si sono rifiutati di tacere, hanno detto come stanno le cose.

Trump e i suoi non hanno esitato a chiamare Good e Pretti terroristi. Una pratica comune a tutti regimi autoritari e aspiranti tali della storia. I modelli novecentesco sono ovviamente il fascismo italiano e il nazismo; copiati poi dai militari sudamericani o indonesiani, per esempio. Ma sono in buona compagnia: oggi ci sono l’Iran, la Russia di Putin, la Cina, l’India, l’Ungheria, tra gli altri; per non psrlare ovviamente del palazzinaro che sta alla Casa Bianca.
All’elenco non intende sottrarsi il governo italiano, lanciato in una corsa alla repressione, addirittura preventiva, del dissenso, specie se manifestato, per le strade, che viene associato senza pudore alle Brigate Rosse.

Chiamando terrorista chi non è d’accordo coi governi, si intende giustificare qualsiasi ingiustizia, qualsiasi repressione, qualsiasi violenza di stato. Si decide che sono terrorista perché dissento, perché dico che non sono d’accordo, perché mi faccio vedere per le strade, manifesto insieme agli altri.
Lo capiamo, no? ha detto Paolo.
E questa repressione è possibile anche grazie alle parole che usano per definirmi, per definirci, per chiamarci in modi che falsificano la realtà.
Allora noi che leggiamo dobbiamo usarle bene le parole, mi ha detto.

Loro parlano di violenza: e noi dobbiamo dire che i violenti sono loro. Quando chiudono i porti, fermano le navi che salvano le persone in arrivo dal sud; progettano il delirio della remigrazione; obbligano intere generazioni al lavoro precario; favoriscono sempre e comunque il comando autoritario sul lavoro; tutelano chi non paga le tasse e gli imprenditori che costringono i poveracci a morire sul lavoro. E che dire del colonialismo, della segregazione razziale, del saccheggio del mondo consegnato alle multinazionali?

E poi, che parole hanno usato per definire il massacro di Gaza? Invocano la bocca chiusa per chi osa mettere in dubbio l’esito del progetto sionista, minacciano chi ha rivelato la connivenza di decine di aziende col governo che ha ucciso oltre 70mila persone nella Strip (che ora verrà affidata a un consiglio di amministrazione presieduto dal palazzinaro supremo, ovviamente).
E poi, se è giusta l’indignazione per un poliziotto picchiato in una manifestazione, cosa dovremmo urlare per le cariche indiscriminate, per i pestaggi e le cacce all’uomo viste in decine di manifestazioni? E per il linciaggio morale cui è stata sottoposta una cronista per aver raccontato il prima e il dopo di quell’episodio a Torino su cui si sta costruendo la versione più recente del teorema del terrorismo?

Ecco, ha detto Paolo, diamoci da fare, anche se siamo così lontani, perché gli effetti collaterali dei libri che leggiamo sono le parole che ci regalano per dire il mondo, per dire la verità: adesso sono maledettamente ancora più importanti.

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