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Chi sono i terroristi? Abbiamo le parole per dirlo

I regimi autoritari accusano sempre gli oppositori di essere terroristi: la lettura ci offre, oltre a tutto il resto, le parole per difendere la verità

Agenti ICE

Il mio amico Paolo, quello che conoscete già, che si è trasferito in Argentina, mi ha scritto l’altro giorno che aveva da dirmi delle cose sulla lettura. Allora ho aspettato il momento giusto per il suo fuso orario e un po’ anche per il mio, e l’ho chiamato.

Mi ha detto che dovremmo ricordarci sempre che fra gli effetti collaterali della lettura, specie dei grandi libri, c’è che ci ritroviamo con più parole per dire del mondo.

L’ICE uccide Renee Good a Minneapolis, 7 gennaio 2026

Parole per interpretarlo e descriverlo. 

E queste parole, ha detto Paolo, diventano sempre più precise e a volte incidono a fondo, e funzionano bene per farci fare quello che dovremmo fare anche quando siamo lontani dai libri 

Il murale di Laika davanti alla sede del Coni a Roma.

Per esempio dire con le parole quando altre parole sono usate per ingannare, per umiliare, per isolare e opprimere, per marchiare i reietti, i deboli, gli esclusi, i diversi, per tenere lontano, “al loro posto” come dicono, chi non si ritiene degno di abitare dove abitano loro.

Infatti, ha detto Paolo, anche se condividiamo tutti i dubbi e le preoccupazioni di quelli che hanno spiegato i limiti del linguaggio, sappiamo che, con tutti i suoi limiti, possiamo usarlo in modo onesto e decente oppure ingannevole.

Renee Good and Alex Pretti; illustrations by John Brooks -The New York Review of Books

Fintan O’Toole sulla New York Review of Books ci ha ricordato che Renee Good and Alex Pretti sono stati assassinati dagli sgherri dell’ICE (la milizia extragiudiziale e extralegale di Trump e Vance) perché hanno osato interferire con il progetto dell’amministrazione americana di normalizzare la violenza di stato e le deportazioni. Good e Pretti hanno deciso di dire come stanno le cose; si sono rifiutati di abituarsi al sopruso. Lo hanno fatto senza violenza, con la voce e il corpo; Good e Pretti si sono rifiutati di tacere, hanno detto come stanno le cose.

New York Times, Instagram

Trump e i suoi non hanno esitato a chiamare Good e Pretti terroristi. Una pratica comune a tutti regimi autoritari e aspiranti tali della storia. I modelli novecentesco sono ovviamente il fascismo italiano e il nazismo; copiati poi dai militari sudamericani o indonesiani, per esempio. Ma sono in buona compagnia: oggi ci sono l’Iran, la Russia di Putin, la Cina, l’India, l’Ungheria, tra gli altri; per non psrlare ovviamente del palazzinaro che sta alla Casa Bianca. 

All’elenco non intende sottrarsi il governo italiano, lanciato in una corsa alla repressione, addirittura preventiva, del dissenso, specie se manifestato, per le strade, che viene associato senza pudore alle Brigate Rosse.

Radio Popolare, Instagram

Chiamando terrorista chi non è d’accordo coi governi, si intende giustificare qualsiasi ingiustizia, qualsiasi repressione, qualsiasi violenza di stato. Si decide che sono terrorista perché dissento, perché dico che non sono d’accordo, perché mi faccio vedere per le strade, manifesto insieme agli altri. 

Lo capiamo, no? ha detto Paolo. 

E questa repressione è possibile anche grazie alle parole che usano per definirmi, per definirci, per chiamarci in modi che falsificano la realtà.

Allora noi che leggiamo dobbiamo usarle bene le parole, mi ha detto. 

Loro parlano di violenza: e noi dobbiamo dire che i violenti sono loro. Quando chiudono i porti, fermano le navi che salvano le persone in arrivo dal sud; progettano il delirio della remigrazione; obbligano intere generazioni al lavoro precario; favoriscono sempre e comunque il comando autoritario sul lavoro; tutelano chi non paga le tasse e gli imprenditori che costringono i poveracci a morire sul lavoro. E che dire del colonialismo, della segregazione razziale, del saccheggio del mondo consegnato alle multinazionali?

@Fumettibrutti, Instagram

E poi, che parole hanno usato per definire il massacro di Gaza? Invocano la bocca chiusa per chi osa mettere in dubbio l’esito del progetto sionista, minacciano chi ha rivelato la connivenza di decine di aziende col governo che ha ucciso oltre 70mila persone nella Strip (che ora verrà affidata a un consiglio di amministrazione presieduto dal palazzinaro supremo, ovviamente).

E poi, se è giusta l’indignazione per un poliziotto picchiato in una manifestazione, cosa dovremmo urlare per le cariche indiscriminate, per i pestaggi e le cacce all’uomo viste in decine di manifestazioni? E per il linciaggio morale cui è stata sottoposta una cronista per aver raccontato il prima e il dopo di quell’episodio a Torino su cui si sta costruendo la versione più recente del teorema del terrorismo?

New York Times

Ecco, ha detto Paolo, diamoci da fare, anche se siamo così lontani, perché gli effetti collaterali dei libri che leggiamo sono le parole che ci regalano per dire il mondo, per dire la verità: adesso sono maledettamente ancora più importanti.

Commenti

Una risposta a “Chi sono i terroristi? Abbiamo le parole per dirlo”

  1. Avatar carlagiuliani@live.it
    carlagiuliani@live.it

    Grazie! Le vostre parole mettono in ordine i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni. Sono anche le nostre. Dobbiamo unirci.

    Spero di non essere inopportuna:

    allego un articolo (di Civati) di marzo scorso, quando Chomp tolse i sussidi alle Università, e la Columbia University aderì al ricatto:

    “Ci hanno detto così per anni: li vedete da tutte le parti, ma li vedete solo voi, il fascismo è morto nel 1945, siete pazzi.

    Ora leggete qui:

    «Un professore di Yale che studia il fascismo lascia gli USA per lavorare in Canada. Jason Stanley, la cui nonna è fuggita da Berlino con suo padre nel 1939, afferma che gli USA potrebbero diventare una “dittatura fascista”.»

    Titolo e sommario sono del Guardian e in poche righe, tra passato e presente, ci segnalano la gravità della situazione. Una situazione che non riguarda il singolo professore, ma il sistema universitario americano, a cominciare proprio dalla Columbia University.

    Prosegue l’articolo: «Le recenti azioni della Columbia University lo hanno spinto ad accettare l’offerta. Venerdì scorso, la Columbia ha ceduto all’amministrazione Trump accettando una serie di richieste per ripristinare 400 milioni di dollari di finanziamenti federali. Questi cambiamenti includono la repressione delle proteste, l’aumento del potere di sicurezza e il ricorso a “revisioni interne” di alcuni programmi accademici, come il dipartimento di studi mediorientali.»

    Stanley ha dichiarato: «Ho visto la Columbia capitolare completamente, e ho visto utilizzare questo vocabolario del “lavoreremo dietro le quinte perché così non saremo presi di mira”», ma è proprio quel modo di pensare che fa pensare che altre università saranno prese di mira. Stanley si sarebbe aspettato una reazione opposta: «Dovreste semplicemente unirvi e dire che un attacco a un’università è un attacco a tutte le università.»

    I campanelli d’allarme si moltiplicano, con un funesto “Jingle bells”, in tutti gli Stati Uniti d’America, come ha ricordato Francesco Foti nel pezzo precedente.

    Se prima potevamo parlare di “segnali” ora siamo passati alle vie di fatto. Espulsioni, ricatti, diktat, minacce, abuso di potere, marginalizzazione e criminalizzazione delle minoranze sono già in atto.

    E sono “lezioni americane” che sicuramente qualcun altro tra i tifosi di Trump in giro per il mondo vorrà importare in altri Paesi. E qualcuno non fa mistero di volerlo fare proprio qui, in Europa.

    Per ora si dirà: resistono le Costituzioni e la divisione dei poteri e non succederà quello che è già successo un secolo fa. Ma le Costituzioni si possono cambiare e, nel frattempo, fare finta che non esistano e la divisione dei poteri è proprio ciò che oligarchi e tiranni non tollerano.

    È il momento di rendersi conto della situazione, senza girarci intorno. E che il rischio che il fascismo si imponga non è tema da discussione accademica ma, come questa storia accademica appunto dimostra, una realtà di fatto.”

    Giuseppe Civati per Ossigeno – People

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