Fra le lettrici e i lettori del gruppo di lettura Grandi libri è circolata, condivisa e sottolineata, l’idea che Rayuela. Il gioco del mondo, di Julio Cortàzar sia uno di quei romanzi la cui lettura non dovrebbe essere mai considerata finita.
Vasto e aperto a percorsi di lettura incerti e ambigui, ricchissimo di rimandi e citazioni, anche e soprattutto non esplicitate, con una struttura che sembra dissolversi fra le mani, in costante movimento al confine fra un plot e la sua dissoluzione, irriverente nell’uso del linguaggio, e pronto a sollecitare continuamente l’attività interpretativa, piena di dubbi, di chi legge, Rayuela ricorda l’esperienza di lettura di Ulisse o di L’Uomo senza qualità, pur, ovviamente, con tutte le differenze. È la combinazione di meraviglia e smarrimento, precipizio del lettore e difficoltà di cogliere il disegno complessivo che mi ha reso queste esperienze simili.
Ma ciò che mi sembra davvero interessante è l’intenzione, la programmatica disponibilità dei lettori a tenere Rayuela sul comodino, pronto per consultazioni ripetute, letture casuali, tentativi di cogliere, finalmente il disegno complessivo.
Perché una delle sfide di Rayuela è la sfida del senso. Come ha scritto Peter Brooks1 parafrasando Barthes:
“Quel che ci spinge a diventare lettori è la passion du sens, che tradurrei con la passione sia per il sia del significato: l’attiva ricerca da parte del lettore di quei finali e quelle formalizzazioni conclusive che, ponendo termine al procedimento dinamico della lettura, promettono di conferire un significato e un senso all’inizio e alla parte centrale”
- Peter Brooks, Trame, Einaudi, p.21. Brooks si riferisce a Roland Barthes, Introduction à l’analyse structurale de récits, (in AAVV L’analisi del racconto, Bompiani) ↩︎
Lascia un commento