Cincinnatus non è rassegnato, non riconosce la sua colpa… come colpa, ha un istinto di rifiuto e ribellione. Detesta l’autorità, non si nasconde neppure per un secondo la natura reale della moglie, Marthe – che pare l’unica “cosa” umana rimastagli da ricordare: vana, traditrice, meschina, che gli ha dato un figlio zoppo e malvagio e una figlia ottusa obesa e quasi cieca (pag. 38): anche se i figli non sono di Cincinnatus, per la verità.
Odia i carcerieri e lo dichiara (se pure, a volte, lo faccia il suo <span class=”fullpost”> doppio):
Vi ubbidisco, spettri, lupi mannari, parodie. Vi ubbidisco. Tuttavia esigo, sì esigo… (pag. 46)
Sì ottimo, la ringrazio, bambola di pezza, cocchiere, porco imbellettato… Mi scusi sono un po… (rivolto al direttore del carcere, pagina 62)
Il suo avvocato difensore, a un certo momento, irritato, gli ricorda che è proprio per il “tono” usato da Cincinnatus che sta per essere giustiziato (pag. 43).
Insomma, come delineare l’identità di Cincinnatus?
Forse è anche il caso di affrontare la questione del possibile confronto di Cincinnatus con K del processo di Kafka, o no?
_L
Lascia un commento